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GIOVANNA MULAS - Se un Dio c´è, è femmina

Pubblicato da: Categoria: Protagonisti

7
NOV
2015

Maestra di sensi, scrittrice, poetessa, giornalista e pittrice più volte candidata al Nobel per la Letteratura, Giovanna Mulas ha pubblicato oltre  trenta  scritti tra romanzi, raccolte di poesie, racconti e opere per il teatro.

La sua scrittura è esercizio di respirazione linguistica, fortemente cruda-intimista-filosofica-ombelicale. Ogni sua parola è espressione dell’umano, un modo di riflettere sul mondo, sul tempo, sul senso (o non-senso) del nostro esserci e passare sulla Terra.

Tutto prende forma e consistenza attraverso la sua scrittura: la passione, l'amore, l'istinto, il desiderio ardente e la consapevolezza che Donna è Terra e Natura, simbolo del Divino femminile

e privilegio di spiriti liberi e cuori audaci.

Giovanna, cosa vuol dire esprimersi attraverso le varie forme artistiche?

«Vuol dire camminare a piedi nudi in un sentiero scelto per te dalla natura, o da un dio burlone. Con l’esperienza ho appreso quanto con la mia professione si possa e si debba fare per gli altri, quanto l’ombelico e gli specchi a poco servano. Quanto sia fondamentale la conoscenza di noi stessi quindi quella altrui, per scriverne: un viaggio continuo, un messaggio costante, anche scomodo».

Cos'è l'esperienza della poesia per lei e cosa significa essere poeta oggi, in questo determinato momento storico, caratterizzato da un vivere frenetico e spersonalizzato, da alienazione e allontanamento dell'essere da se stesso. Quanto la letteratura può fare per  la Società?

«L’intellettuale che non prende una chiara posizione politica in realtà ha già una posizione e promuove comunque una politica, e non è quella di quanti necessitano di una presa di coscienza. Fare letteratura oggi significa essere uomo degli e tra gli uomini, non personaggio.

Creare consapevolezza partendo dal basso, da quelle piazze da sempre appartenute al popolo, e che il popolo ha dimenticato. Sono convinta che occorra lavorare nella trasformazione di coscienze (da quel Cum-scire latino, “sapere insieme”) anestetizzate.
Ma per contrastare, contestare anni di dominazione mentale in tutte le classi sociali - in primis in quella vulnerabilissima classe media-  è necessario utilizzare strumenti teorici forti, adeguati e dialettica, confronto, critica costante».

Lei non ha mai dimenticato "da dove viene" e dentro ha sempre sentito ardere la voglia di riscatto tipica di chi nasce "dal niente e col niente cresce". Perché le radici sono così importanti?

«Sono quel tempo non tempo da seminare in giusta stagione, da mantenere vivo dentro, sempre e comunque. Sono terra nella quale rifugiarci nei momenti del buio, e da non dimenticare durante il volo: ovunque questo ci porti nel corso della vita».

Madre-terra, madre-natura, dea madre. Nei suoi scritti ricorrente è la "magia", un potere creativo, guaritore, sacro e misteriosamente Divino che appartiene al mondo femminile. Da cosa nasce il connubio arcaico donna/magia?

«Donna è Terra e Natura, e se un cambio di stagione o le maree legate al ciclo lunare sono viste come una ‘magia’, che magia sia. Donna è creatrice e partoriente ciclica, mestruata sempre. Il suo sangue è  fertile, come fertile è la Terra Madre. Donna è potenza, è forza generatrice, e se un Dio esiste voglio immaginarlo femmina. Durante la creazione di Abbaccai, la mia strega-accabadora in ‘Nessuno doveva Sapere, Nessuno doveva Sentire’, mi chiedevo costantemente cosa poteva avvenire in una giovane vergine per non farle temere più la morte, quindi il sacro che l’accompagna. La sfida era far vivere un mito.  Lavorai per mesi sul testo ‘Gospel of the Witches’, di Charles G. Leland (1824-1923), studioso di esoterismo e folclore. Stregoneria come culto di Diana: Madre amorevole ma portatrice di morte. Unitasi a Lucifero generò Aradia, la cui missione sarebbe  quella di liberare gli oppressi, i poveri. Mi basai sui racconti tratti dalla tradizione orale delle Streghe toscane del XVIII secolo, evidenziando la suggestione della Chiesa cattolica sulle menti più fragili. E la forte importanza, nella Stregoneria italiana, del culto della Madonna: venerata come Madre salvatrice, presente in molti incantesimi di guarigione e fertilità. Ciò che volevo era riportare la Madonna in Diana, riunificarla nelle sue infinite manifestazioni. Ancora il sacro che si faceva profano. Aradia o Diana, Madre delle streghe. Nel mio romanzo solo da parte di una donna poteva avvenire l’investimento e la successiva gravidanza dell’ignara Maddalena».

Dall’innocenza e la sopravvivenza della Natura, l’origine del Mito. C'è sempre un forte richiamo al potere della donna che onora la sua intima connessione al cosmo, come accade per la figura dell’accabadora, colei che è pronta a dare e togliere la vita. Perché una donna accabadora? Perché una donna strega?

«Donna/Luna/Natura Madre. Nei testi sacri di tutti i popoli a creare l’Universo è un dio maschile: Jhave’, Budda o Brama. Nella stregoneria il principio primordiale è femmina. Nello straordinario conflitto di correnti contrastanti, quali le scuole occulte di magia, il Neo-Platonismo, la Cabala, le eresie cristiane, la magia e il dualismo persiani, unitamente ai resti della teologia greca ed egiziana in voga ad Alessandria nel terzo e quarto secolo d.C., è possibile notare che l’uguaglianza della donna rappresenta dottrina prominente. Era Sofia, o Elena la donna affrancata, considerata come il vero Cristo che avrebbe salvato l’umanità. Inoltre riflettevo sull’ iter che, si racconta, anticipa l’arrivo in loco dell’accabadora: quel togliere ogni immagine sacra o amuleto dalla stanza del moribondo. Soltanto una donna, portatrice di vita quindi Ella stessa Natura-Dio, profanata dal ‘sacro’ o ciò che è imposto come sacro, può arrivare a negarlo, sostituirsi ad esso anche nel momento della morte fino a divenire lei stessa Morte. Rapporti lesbo tra le streghe, nel romanzo: femmine che si amano, che ‘abbracciano’ (avvolgono, inglobano) altre femmine: metafora della terra Madre di tutte le femmine, partoriente ciclica che continua, rinasce, muore e rinasce nuovamente  in ogni femmina di tutte le sue specie. Questi dettagli li sentivo in grado di regalare un’eternità alla figura della mia accabadora. Chi conosce la mia letteratura e la mia vita sa quanto io sia legata alla tematica della violenza sulla donna, che riprendo in questo romanzo con il personaggio di un parroco che violenta la giovanissima protagonista. Non a caso, un parroco. Ripresento il ‘sacro’ potere che profana e impone, l’inaspettato che ruba la verginità-innocenza: l’insospettato che offende-scomunica. Potere umano contro Natura-Madre.

Ancora il sacro, nel senso più ampio del termine, che non esisterà più per la mia donna-strega-accabadora: la chiave che la porterà a sfidare tempi e morte, la garanzia di un eventuale Dopo.
La mia Donna non dovrà temere la morte anzi, si sostituirà ad Essa: oltrepasserà con la sua Forza –legittimata dalla Natura Madre quindi dagli uomini- la porta onirica del disgraziato di turno».

Donne che in ogni luogo del mondo escono dai canoni dettati dalla società, da stereotipi, pregiudizi, sottomissione e con coraggio mostrano il loro vero Essere. Senza vergogna, senza peccato, senza più paura. Il traguardo sperato?

«Traguardo mai raggiunto. Fino a quando una donna, una sorella, morirà per mano di un amore malato, potremo dirci tutte uccise, noi donne. Viviamo ed operiamo in una società misogina dove vige il culto della donna oggetto, donna velina e muta, un'Italia in emergenza femminicidio. Occorrono vere leggi che colpiscano i colpevoli, occorre una maggiore sorellanza, unità tra donne al di là di pregiudizi inutili. Lavorare su noi stesse per una migliore e nuova umanità: lavorare di cultura per una nuova cultura del rispetto».

Il Saggio ‘Fecondatio Animae’ racchiude pensieri su sociale e sul politico. Quale messaggio intende dare con questo scritto?

«Una domanda -retorica- da fare al Lettore italiano tipo, potrebbe essere: "Ma lei è sicuro di saper davvero distinguere quanti vengono proposti (imposti) dai Media come 'intellettuali impegnati' da un vero intellettuale?"

Del resto è facile ingannare una massa inconsapevole, plagiata da decenni di formattazione mediatica. Le idee, il pensiero, non debbono essere proprietà esclusiva di intellettuali annoiati, o dei partiti politici. Auspico Luce e più luce, verità agli Uomini e alle Donne: una cultura della cultura, che ostacoli decenni di individualismo imposto, ritorno alla piazza sempre appartenuta al popolo che l’ha dimenticata. Non lasciare spazi dove tutto ciò contro cui lottiamo in tanti (quel sistema del consumo mentale e fisico, amorfo, placebo), possa risorgere ancora, e poi ancora. La rivoluzione deve nascere lentamente e progredire nelle coscienze; solo in via secondaria estesa a uno Stato che non è più Padre, che si crogiola nonostante il pianto dei suoi figli. Ogni azione prematura può provocare un’influenza demagogica sulle masse di quegli elementi impuri, pseudo rivoluzionari; può produrre un ulteriore utilizzo degradante della Massa, a profitto dei bassi appetiti di potere. Un autentico spirito filosofico rivoluzionario deve penetrare e rafforzarsi nelle coscienze: dobbiamo rinnovarci se non vogliamo soccombere. Solo l’essere umano pensante potrà avviare questa rivoluzione-evoluzione: l’individuo resta una realtà assoluta, il suo carattere spirituale - con tutto ciò che comporta ad un tempo di unicità originale e di universalità- deve renderlo sacro, divinità in divenire».

Qual è la sua opinione circa la cultura italiana del nostro tempo e sui suoi maggiori interpreti?

«Non vedo un futuro roseo per chi opera in arte e cultura; le scelte del Pensante sono due: o fai parte di un sistema che amalgama menti e coscienze, e di questo vivi, o ne sei fuori, con tutti i tragici risvolti che ne possono derivare, immaginabili. 

Apparentemente ci siamo evoluti, ma diventati ignoranti: l’uomo ha dimenticato le sue origini, pensa di vivere un mondo che, in verità, non è che un’illusione, un’apparenza, uno specchio la cui superficie è sporca. Dobbiamo avventurarci dentro di noi per cercarci, sapendo che dovremo combattere le nostre paure ma è opportuno conoscere i fantasmi per non temerli, e vincerli».

 

Lavorando da anni nel panorama artistico, quali sono le difficoltà maggiori che incontra chi vuole addentarsi in attività  artistiche, culturali, editoriali? Ha ancora senso parlare di  talento?

 

«L’ ideale società acritica è un prodotto dell'era dell'informazione unipolare. In realtà ai lettori ed aspiranti tali, oggi, si arriva comodamente e facilmente: case editrici di rilevanza politica impressionante, influenti sulle opinioni individuali, sul popolino intellettualmente e culturalmente più debole.
La Volontà di Potenza lusinga e compra l’attenzione di giornalisti e recensori appartenenti alla defunta critica letteraria: scambi pubblicitari della casa editrice con la testata che pubblicherà l’articolo sul ‘ grande libro’,  ‘grande quotidiano' che appartiene alla 'grande casa editrice' con l’editore che indica il proprio giornalista di riferimento a cui affidare l’articolo. E’ la politica del best seller imposto, della narrativa del Bancomat. Quando il lettore - consumatore acquista, convinto di aver scelto liberamente, il best seller  pluripubblicizzato, vincitore dell’importante premio letterario, in realtà è già stato consumato: felicemente eletto dalla politica editoriale. Questo ed altro è la corsa ad ostacoli che attende il buon scrittore di turno. Fortunatamente, il talento è il primo germoglio. Inutili tecnica e studio senza il talento che nasce con noi, e con noi muore. La scrittura, l'arte in genere, segnano un cammino lungo ed impervio, per quanti decidono di compierlo a piedi nudi. Fondamentali la costanza e l'approfondimento, lo studio, scavo costante dell'Io, viaggio interiore, un' autocritica rocciosa e la consapevolezza dei propri limiti».

 



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