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Hanno deciso gli indecisi

Pubblicato da: Categoria: Copertina

15
GIU
2017

Le Amministrative sono al giro di boa e, con buona pace dei dieci candidati alla carica di Sindaco, sarà ballottaggio tra Stefania Baldassari (in vantaggio) e Rinaldo Melucci (staccato di  quattro/cinque punti)


Alcune considerazioni a questo punto sono d’obbligo, non foss’altro per provare a comprendere come stiano realmente le cose e quale sia il verdetto che le urne ci restituiscono.
In primo luogo va dato atto che, mai come in queste elezioni, il vero grande partito ad aver vinto quasi al primo turno è stato quello del non voto, visto che l’affluenza si è attestata intorno al 58,52% nonostante il folto gruppo di aspiranti alla carica di sindaco e di consigliere comunale potesse indurre a pensare all’effetto contrario. Nonostante quindi ci fosse un candidato a famiglia, il tarantino non ha avuto fiducia neppure del cugino.
Questa volta la protesta nessuno è riuscito a canalizzarla, nemmeno i cosiddetti candidati antisistema, a dimostrazione del fatto che fummo facili profeti allorché definimmo la campagna elettorale soporifera e di basso spessore tanto da non suscitare alcuna reazione nei cittadini.
Ma anche all’interno del cosiddetto filone “non istituzionale” occorre fare dei distinguo: Cito ha tenuto botta e nel corso della notte si è avvicinato paurosamente a Melucci a dimostrazione del fatto che la stella di AT6 si sarà anche offuscata ma non ha smesso del tutto di brillare. Sarà interessante adesso capire se cercherà un accordo in extremis con il centrodestra in vista del ballottaggio.
La qual cosa sembrerebbe improbabile visto che Stefania Baldassari continua a sottolineare con ostinazione di non rappresentare il centrodestra ma un rassemblement di stampo civico con un campo così largo da poter intercettare qualsiasi orientamento politico.
Fossimo nella Baldassari noi non spingeremmo per il succitato patto per un motivo molto semplice: gli elettori di centrodestra (quelli di Cito o di Lessa per esempio) saranno comunque indotti per forza di cose a tornare all’ovile perché altrimenti vince il PD e la transumanza avverrà senza dover scomodare i capibastone.
Ciò, tradotto in termini politically correct, equivale a dire che Stefania Baldassari  farebbe meglio a proporre un appello agli elettori non mediato dai partiti di riferimento.
Che invece le candidature di Brandimarte, Lessa e Romandini fossero di testimonianza - termine gentile per alludere al fatto che la massima aspirazione di costoro era quella di procurarsi uno scranno in Consiglio – va pacificamente da sé senza dover scomodare alcuna forma di analisi statistico elettorale.
Ragionamento diverso va fatto per Bitetti il quale, nonostante un risultato dignitoso, ha praticamente perso la battaglia ingaggiata con il suo partito di riferimento (il PD) non essendo riuscito a dimostrare di essere un candidato con un appeal maggiore rispetto a quello di Melucci.
In questo caso, se vorrà,  sarà probabilmente lo stesso Bitetti a doversi offrire al PD in cambio di un ritorno nei ranghi  visto che l’unico risultato è stato solo quello di contribuire in modo determinante  a drenare voti relegando in seconda posizione il suo partito di provenienza.
La risposta parrebbe non essere scontata perché Melucci potrebbe fare lo stesso ragionamento della Baldassari con Cito: gli elettori Labdem sono di centrosinistra e, Bitetti o non Bitetti, voteranno per il PD.
Siamo però pronti a scommettere che qualche nervosismo in più cominci a serpeggiare in casa democratica visto che il partito di Renzi si è messo nella condizione di dover colmare il gap con il centrodestra avendo un divario non proprio esiguo.
Melucci si trova a dover inseguire e per questo ha bisogno di certezze più che di azzardi e potrebbe farsi prendere dal panico.
Ma la vera batosta porta il nome di Francesco Nevoli e del Movimento Cinquestelle trasformatosi in movimento cinquesberle: qualcuno ne fa un fatto di candidature, insinuando che quella di Nevoli sia stata una sorta di scalata dei “Liberi e Pensanti” al partito di Grillo, una specie di OPA ostile che non è piaciuta troppo all’elettorato di riferimento. Sarà pure vero ma c’è qualcosa di più nella débâcle grillina.
La falla, essendo il flop pentastellato di tipo nazionale,  è troppo estesa per essere un fatto locale. Il M5S ha perso ovunque in Italia perché ha dato chiara dimostrazione di inadeguatezza  – a Roma più che a Torino – presentandosi come una accolita di chiacchieroni ottimi per l’opposizione ma totalmente impreparati a gestire una macchina complessa come quella municipale.
Si potrebbe affermare che l’ambiente entro cui i grillini si esaltano è quello delle elezioni politiche ove il voto è più di opinione ma il ragionamento non sta in piedi visto che alla scorsa tornata amministrativa ciò non ha impedito loro di prendere città molto più grandi di Taranto.
Chiaro che qualcosa si sia rotto con la base, che il teorema della rete, di Russeau e  dell’onestà sia andato in tilt.
La storiaccia brutta del Comune di Roma messa a sistema con l’accordo elettorale stretto da Di Maio con la odiata Kasta deve aver incrinato le certezze degli elettori i quali supponevano che i loro beniamini fossero diversi dagli altri. In caso contrario, perché non votare direttamente “gli altri”?
Una riflessione a parte meritano invece i cosiddetti movimenti a trazione ambientalista i quali, dopo un quadriennio in cui il qualunquismo di stampo ambientale  è andato di moda in riva allo Ionio, hanno raccolto un risultato davvero misero.
Avevamo avuto l’impressione che lo strepitio isterico di chi agitava la questione ambientale opponendo una serie di semplicistici no a tutto stesse stancando l’elettorato e ve ne avevamo dato conto.
Avevamo anche pensato di collocare temporalmente l’affievolirsi della sensibilità verde ionica in concomitanza con lo sbaraccamento delle telecamere della “piazzetta italietta” piuttosto che delle barbare d’urso piangenti per i poveri bimbi dei Tamburi o degli sciacalli pronti a vendersi la madre pur di riuscire a mostrare in anteprima il dolore nella trasmissione “La morte in diretta”.
Il giochino della telecamera accesa sui lutti è terminato portando via con sé anche i novelli Folco Quilici nostrani o i redivivi Di Pietro che hanno alzato un polverone ben sapendo che verosimilmente avrebbero corso il rischio di guidare per via giudiziaria la ferriera in un vicolo cieco.
Spenti i riflettori ed appurato che l’oltranzismo non porta da nessuna parte, il messaggio degli elettori è stato chiaro: i guastatori, i black blok del siderurgico, chi descrive Taranto come un inferno onde poi pretendere che arrivino i turisti, chi protesta senza portare una proposta credibile o chi straparla di salti nel buio non viene premiato.
Taranto non vuole essere ideologica sul tema ma pretende soluzioni pragmatiche. E come dare torto ai cittadini? L’ambientalismo è un’ideologia e con la filosofia non si risolvono i problemi. La vicenda Ilva è un fatto tecnico ed economico, ragion per cui la soluzione deve essere tecnica e non ideologica.
Taranto ha voltato le spalle agli urlatori di professione provenienti direttamente dal ‘68 perché la favola dei fiori nelle ciminiere non incanta più ma forse anche per non spaventare i nuovi investitori che, voglia il cielo, forse non sono venuti a fare chiacchiere. E se le faranno bisognerà bastonarli.
La città chiede futuro e risarcimenti per i danni subiti, non utopie.
 



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Copertina 23 giugno 2017



raguso

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