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ROBERTO MICELLI / LE PAROLE INSEGNANO, GLI ESEMPI TRASCINANO

Pubblicato da: Categoria: Copertina

3
AGO
2017

“In arduis servare mentem” è il motto, tratto dalle “Odi” di Orazio, che troneggia sul frontespizio della portaerei Cavour. La traduzione dal latino è: “Nelle avversità mantenere l’animo imperturbato”.
Il Comandante di questa unità, il Capitano di Vascello Roberto Micelli, ha trasformato questa massima nel suo stile di vita. Del coraggio egli ha fatto virtù nelle difficoltà, affrontando eroicamente situazioni estreme, con fredda lucidità e al contempo enorme umanità


L’imbarcazione più grande sulla quale abbia messo piede in vita mia, prima della scorsa settimana, è stata il traghetto. Eppure durante la mia infanzia e la prima giovinezza, con l’immaginazione, attraverso i racconti di mio nonno, pluridecorato arruolato nella Regia Marina, ho viaggiato molto sulla torpediniera “Sagittario”, una delle navi sulle quali è stato imbarcato durante la Seconda Guerra Mondiale. Ho combattuto le sue battaglie e condiviso la sua fede viva, che lo ha sostenuto e salvato nei momenti in cui andava incontro a morte quasi certa.
Una cosa non dimentico nonostante, ormai, siano vent’anni che non ascolto più le sue memorie: lo sguardo fiero, orgoglioso di appartenere alla Marina Militare, della quale si sentiva figlio anche durante il pensionamento, e la commozione alla quale si abbandonava, talvolta, narrando le imprese di guerra più importanti.
Appena giunta nella base navale dove è ormeggiata la Portaerei Cavour, per i suddetti motivi, ho provato una grande emozione, al punto da rimanere immobile ad ammirare la maestosità dell’ammiraglia della Marina Militare italiana. All’interno, durante la visita, sono rimasta affascinata dalla tecnologia e dai sistemi informatici molto avanzati che rendono la nave, contemporaneamente, una portaerei, una piattaforma logistica ed anfibia, una unità sede di comando e una nave ospedale. Gli aerei impiegati sono gli Harrier AV8B+ a decollo corto e atterraggio verticale, così come richiede la pista che, per ovvi motivi, non può essere della lunghezza necessaria per consentire le normali operazioni. Per lo stesso motivo, i velivoli in dotazione possiedono motori sovradimensionati in potenza. Gli elicotteri sono quelli in linea attualmente in Marina.
L’unità svolge, in sintesi, un duplice ruolo: difesa e tutela della nazione e servizio di soccorso e cura della popolazione civile; per questo, a corredo della strumentazione e della logistica di bordo, esiste un vero e proprio ospedale dotato persino di sala operatoria, laboratorio analisi e di moderne apparecchiature per la diagnostica ad immagini e di collegamento con il Celio, Policlinico Militare di Roma, per eventuali consulti specialistici.
Anche la Marina Militare, quindi, non è più avulsa dal contesto nel quale opera, ma si integra costantemente sfruttando tutti i mezzi a propria disposizione, al servizio della comunità.
Sicuramente tutto è molto diverso dall’epoca nella quale ha prestato servizio mio nonno. Una cosa però è rimasta invariata, colpendomi nell’intimo: quello sguardo fiero, orgoglioso e, a tratti commosso del giovane Comandante Roberto Micelli, lo stesso che mi ha accompagnato per molti anni ed è rimasto impresso nella mia memoria. Lo sguardo di chi ama profondamente la Marina Militare.

Esperienza personale e sensazioni umane nell’anno di comando. Come è nata la passione per la Marina Militare e come si è evoluta?
"Parlare di passione è riduttivo, giacché io sono profondamente innamorato della Marina Militare. Fin da ragazzino avevo individuato nelle forze armate uno strumento utile alla società e avevo compreso l’importanza di servire la patria in armi. Da bambino, infatti, essendo di origini tarantine, quando mi affacciavo da Villa Peripato, ammiravo i sommergibili ormeggiati e mi sentivo molto attratto dalla bandiera della Marina che sventolava. Terminato il biennio del liceo, ho deciso di sostenere gli esami d’ingresso al Collegio Navale Morosini; superato il concorso, ho terminato gli studi superiori e questa esperienza formativa ha corroborato la mia passione. Successivamente ho frequentato l’Accademia navale e da quel momento in poi tutte le vicende che ho vissuto, sia professionali che umane, sono state molto importanti e mi hanno arricchito".

Sono seguiti poi i primi incarichi a bordo.
"Sì, sulle Fregate della Classe Maestrale: Aliseo, Euro e Zeffiro. Quest’ultima mi è rimasta nel cuore più di tutte perché, dopo pochi anni, ne sono stato il comandante. Ho prestato servizio su unità che hanno compiuto molte missioni, nel periodo del conflitto nella ex-Jugoslavia, quando l’Italia era impegnata nell’embargo delle armi in mare per riportare la pace su quel territorio martoriato.
Successivamente sono stato imbarcato sul Caccia Mimbelli, con il quale ho partecipato alla missione “Enduring freedom”, operazione che nasceva nell’ambito della coalizione per combattere il terrorismo internazionale, in conseguenza dell’attentato alle Torri Gemelle.
Comandando lo Zeffiro ho partecipato ad una operazione antipirateria denominata “Atalanta”, sotto l’egida dell’Unione Europea, che ha portato l’unità nell’Oceano Indiano. L’obiettivo era quello di salvaguardare gli interessi nazionali ed europei in un territorio molto lontano. L’Italia è una penisola protesa nel mare e da esso, principalmente, dipende la sua sicurezza e prosperità. Quando la pirateria ha cominciato ad imperversare sulle coste della Somalia, nel Mar Rosso, ovvero nell’Oceano Indiano, si verificava una situazione alquanto strana: i mercantili preferivano circumnavigare l’Africa che attraversare Suez. Questo portava alla marginalizzazione del Mediterraneo con un notevole impatto sull’economia del nostro Paese".

Lo scotto da pagare per questo stile di vita è il vivere lunghi periodi lontano da casa e dagli affetti.
"Vero, ma sono convinto che il servizio che presto quotidianamente sia prioritario".

Sulle navi il protagonista principale è l’equipaggio, poiché è fondamentale la coesione e il gioco di squadra.
"Un bravo comandante deve adoperarsi per mantenere l’unione e la motivazione del personale di bordo e questo si può fare in molti modi. Ognuno di noi possiede il proprio stile di comando. Non esiste un manuale per imparare ad esercitare la leadership, ciascuno si forma attraverso le proprie esperienze e matura il proprio stile e la frase che racchiude l’essenza del mio modo di dirigere è: 'Le parole insegnano, gli esempi trascinano'. Sono fermamente convinto che, per raggiungere un qualsivoglia obiettivo, il comandante debba porsi come esempio in tutto, dagli aspetti meno a quelli più importanti.
Ho avuto il privilegio di comandare tre navi; la prima quando ero Tenente di Vascello, pertanto molto giovane, ed è stato un Pattugliatore d’Altura: il Vega. E’ stata un’esperienza indimenticabile perché la nave era spesso impegnata nell’operazione nazionale di vigilanza della pesca, a sud della Sicilia, per assicurare il rispetto della legge in materia di pesca e garantire una cornice di sicurezza ai pescherecci nazionali che operavano in quella zona. In quel periodo, contemporaneamente, quella zona stava divenendo teatro dei flussi di immigrazione e la gente di mare – e soprattutto chi indossa la nostra divisa – sa che la salvaguardia della vita umana è d’obbligo. A prescindere da qualsiasi situazione di contorno, se ci si imbatteva in queste imbarcazioni di fortuna, nessuno poteva essere abbandonato al proprio destino a rischio di vita".

Ricorda in particolare un episodio a tal proposito?
"Sì, la notte del 27 luglio 2003. Un barcone con 236 persone stava affondando e le condizioni di mare agitato, mare 5, rendevano molto difficoltose le operazioni di soccorso. I precedenti tentativi di altre imbarcazioni intervenute sul posto erano falliti. A quel punto, ci siamo guardati in viso con l’equipaggio e abbiamo realizzato che, in qualche modo, si dovesse intervenire. Con una manovra al limite della sicurezza, ho calato in mare su un gommone alcuni dei miei uomini che, innanzitutto, hanno riparato la falla e, successivamente, con il materiale a disposizione, hanno rimorchiato e trainato l’imbarcazione. Ovviamente tutte queste operazioni sono state precedute dalla messa in sicurezza di donne e bambini, facendo la spola avanti e dietro dalla nave. Le varie manovre si sono protratte sino a notte fonda e, quando pensavamo che tutto si fosse concluso nel migliore dei modi, una donna è entrata in coma diabetico perché non aveva assunto l’insulina per troppo tempo. A bordo non disponevamo del farmaco, ma con un’attività rocambolesca, grazie alla tempestività di un Maresciallo dei Carabinieri dell’isola di Linosa, nell’arco di venti minuti siamo entrati in possesso del materiale. Bisogna tenere presente che, dal momento in cui si entra in coma diabetico, si hanno novanta minuti di tempo per somministrare l’insulina. Non cancellerò mai dai miei ricordi le immagini del momento nel quale quella donna aprì gli occhi, subito dopo l’iniezione, e degli sguardi allegri dei bambini, giunti a Porto Empedocle, che piangevano disperati quando li abbiamo soccorsi. La forza che ha permesso tutto ciò è derivata proprio dall’unione e dalla coesione dell’equipaggio".

Arriva quindi il comando sulla fregata Zeffiro e successivamente sulla portaerei Cavour.
"In questo caso, non mi ritengo solo fortunato ma privilegiato e onorato, giacché parliamo della nave ammiraglia, la massima espressione della tecnologia. Ripeto, però, che il mezzo più performante non sarebbe operativamente valido senza un equipaggio coeso, motivato ed addestrato.
Quest’ultimo anno è stato assolutamente totalizzante ma bellissimo. Lo sto vivendo con enorme partecipazione, al punto da non riuscire a distinguere nettamente la vita privata da quella professionale, sia in termini di impegno e di energetiche energie  impiegate, che nell’affrontare la vita quotidiana sulla nave, molto complessa e articolata".

Lei ha instaurato con il Suo equipaggio un rapporto oltre che lavorativo anche affettivo, familiare, pertanto nei lunghi periodi di navigazione, immagino, rappresentiate l’uno il punto di riferimento dell’altro.
"Questo è assolutamente vero! Costituiamo una grande famiglia, sia con chi è a bordo che con chi è a terra, che segue con trepidazione ciò che accade sulla nave. Prima si interrompeva ogni tipo di comunicazione, oggi si resta sempre connessi e si possono utilizzare i telefoni e la rete per relazionarsi con il resto del mondo, ponendo comunque molta attenzione a salvaguardare gli aspetti più sensibili delle attività in corso. Si ha la sensazione di non essere mai soli.
Un altro aspetto importante, che viene sottolineato da tutti i comandanti durante i discorsi di commiato, è che se si ha una smisurata disponibilità temporale è perché a terra c’è qualcuno che si occupa di tutto il resto e che aspetta. Talvolta attende con premura, talaltra con molte aspettative, però è sempre lì, per questo è agli affetti più cari che va il nostro ringraziamento".

Come trascorrete il tempo libero quando siete in navigazione, terminato l’orario di lavoro? 
"Esistono vari momenti di aggregazione dell’equipaggio. Innanzitutto vi è l’attività sportiva praticata nella palestra presente sulla nave, che consente di scaricarsi dopo gli impegni lavorativi. Poi c’è la proiezione di film e, addirittura, noi abbiamo creato un piccolo complesso musicale che rappresenta un’occasione per riunire tutti: dal comandante al più giovane rappresentante dell’equipaggio. Sono momenti in cui, oltre ad apprendere nuove conoscenze, si abbattono le differenze d’età, rendendo più omogeneo il gruppo e aumentando la comprensione reciproca. La musica, ad esempio di Battisti o degli U2 o di Ennio Morricone, è stata un valido mezzo di fusione".

Delle varie missioni alle quali Lei ha partecipato, quale Le è rimasta più nel cuore?
"Non riesco a creare una scala delle varie missioni alle quali ho partecipato, non esiste una che mi abbia segnato più di un’altra, perché ognuna è caratterizzata da episodi, con riflessi umani che lasciano un segno indelebile.
A volte non si tratta nemmeno di operazioni militari; a bordo di  Cavour, ad esempio, in collaborazione con “Operation Smile” si svolge un’attività, assieme a medici volontari, che consiste nell’eseguire interventi chirurgici su bambini, a volte neonati, che hanno problemi maxillo-facciali, comunemente noti come “labbro leporino”. Si è svolta con una certa continuità durante questo mio anno di comando e mi ha procurato enorme soddisfazione sotto il profilo umano.
La domenica mattina, dopo l’intervento del sabato, mi lascia sempre un segno profondo il momento nel quale i medici tolgono le bende ai bambini e loro si specchiano. Gli occhi di questi piccoli si illuminano in un modo difficile da osservare in altri contesti, quando prendono atto che la malformazione che li rendeva differenti dagli altri e creava loro problemi di fonazione non esiste più. E’ un misto fra gioia, contentezza e grandi speranze per il futuro che, se proviene da un bambino, mi segna ogni singola volta che ho il piacere e il privilegio di contemplare quello sguardo".  


Questo è certamente un segno di grande apertura della Marina Militare verso la popolazione civile.
"La ringrazio per questa affermazione, perché mi dà l’opportunità di parlare della possibilità da parte della Marina di svolgere attività complementari. Gli interessi nazionali vanno tutelati sempre, sia in periodi di guerra che di pace, ma la versatilità delle navi moderne consente di svolgere anche tanti compiti a supporto della popolazione civile. "Operation Smile' è un esempio particolare, ma questa unità può essere ad esempio impiegata anche in casi di disastri naturali.
Nel 2010 Cavour ha imbarcato materiale sanitario e viveri ed è stata utilizzata ad Haiti, dopo il terremoto, con una duplice funzione: prestare aiuto a terra e impiegare il proprio ospedale per l’assistenza sanitaria, consentendo anche di sottoporre ad interventi chirurgici e cure, chiunque ne avesse bisogno".

Cosa la aspetta nell’immediato futuro?
"Lasciare il comando della portaerei Cavour non è facile. Sarò verosimilmente impiegato in compiti di staff presso gli Enti Centrali a Roma, dove ho già prestato servizio in passato. Nella mia carriera, dopo un iniziale periodo di imbarchi, mi sono occupato tra l’altro di impiego del personale, di programmazione e pianificazione finanziaria presso la Stato Maggiore della Marina.
Al momento, so di essere stato designato per la frequenza di un corso di formazione interforze presso l’Istituto Alti Studi della Difesa.
Penso che prima o poi, quando avrò disponibilità di tempo, scriverò un memoriale, anche perché ad oggi sono trent’anni di amore per la Marina. Per me questa è una vocazione, una missione e vorrei trasmettere questa mia passione soprattutto ai giovani che si apprestano a svolgere questa professione".

Come approcciano i ragazzi alla vita militare e a una eventuale carriera in Marina?
"Con curiosità e molte aspettative. Secondo me si commette un grosso errore nel giudicare i giovani come privi di volontà. Io non credo che ciò corrisponda a verità, anzi noto una vivacità intellettuale molto spinta e tantissima voglia di ben fare. Sono diversi dalle generazioni precedenti perché sono globalizzati ed hanno bisogno di esperienze a più ampio spettro.
La Marina da questo punto di vista offre molto, pertanto osservata in questa prospettiva è una grande opportunità, sebbene la vita militare sia costellata di sacrifici. Se si ha la capacità di comprendere questo concetto, tutto diventa più semplice.
Il numero delle domande per entrare in Marina è in continuo aumento ogni anno e questo non è legato alla ricerca di una sistemazione, perché le nuove leve sono molto motivate. Chi approccia alle Forze Armate in cerca solo di una stabilità economica e geografica, dopo un certo periodo di tempo lascia. La vita militare è molto rigorosa e richiede sacrifici, congiuntamente al rispetto di regole e norme .
Qui a bordo ormai le norme e la disciplina militare sono note a tutti, metabolizzate ed elementi intrinseci del nostro comportamento, in alcune occasioni più formale e in altre informale. I concetti di lealtà, ubbidienza e osservanza delle regole sono rispettati in modo insindacabile da tutto l’equipaggio".

Si conclude così la vivace e appassionante chiacchierata con il Comandante Roberto Micelli, uomo e militare dalla personalità spigliata, decisa e consapevole dell’importanza e dell’enorme responsabilità che grava sulle sue spalle, ma che affronta con tranquillità ed enorme saggezza.
Il rapporto con il suo personale di bordo è scherzoso ed amichevole; non “comanda” ma “trascina” il suo equipaggio, coinvolgendolo nelle decisioni e nell’organizzazione. Non sono subalterni ma collaboratori anzi, precisamente, componenti di una grande famiglia allargata, con obiettivi e intenti chiari e condivisi.
Il risultato dell’opera del Comandante Roberto Micelli è l’atmosfera che si respira una volta valicato il pontile della Cavour: si incontrano uomini e donne in divisa, in realtà, si varca la soglia di una casa delle dimensioni di una portaerei.




Commenti:

Francesco 4/AGO/2017

Grande comandante....Nave Zeffiro...sempre nel cuore...incarico cassiere settembre. 2011 aprile 2013.....

Giovanni Benincasa 3/AGO/2017

Grazie comandante! È un piacere sentir parlare così.

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