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I Mandatari/Alla ricerca delle tradizioni perdute

Pubblicato da: Categoria: Copertina

9
AGO
2018

Canti di passione, di lavoro e di devozione, canti rituali legati al tarantismo: questi musicisti stanno recuperando un vasto repertorio musicale pressochè dimenticato. Ecco come nasce il loro progetto e dove sarà possibile ascoltarli

L’estate è la stagione propizia per fare le ore piccole nelle piazze dei paesi e delle nostre città e nelle numerose masserie che costellano la nostra bella campagna tarantina.
Il gruppo “I Mandatari”, che oggi presentiamo ai nostri lettori, fa tutto questo soltanto da alcuni anni, esattamente dal 2013, e con grande successo con l’intento di riscoprire la bellezza della tradizione musicale della provincia di Taranto.
Il gruppo può avvalersi di un vasto repertorio musicale che tocca vari contesti come quello rituale (tarantismo), ludico (pizzica-pizzica, tarantella, quadriglia, canti di lavoro, stornelli, serenate, canti polivocali) religioso-devozionale (canti di passione, canti religiosi e di pellegrinaggio, litanie, canti propiziatori, biografie e racconti religiosi cantati, preghiere) ed interculturale (repertorio arbereshe, comunità albanofona ancora fortemente presente nel comune di San Marzano di San Giuseppe e in alcuni comuni della Calabria e della Basilicata).  
I loro nomi sono: Salvatore Cavallo Galeanda (voce e percussioni), Francesco Pastorelli (voce e percussioni), Cosimo Pastore (voce, mandolino, mandola, bouzouki e fiati), Nico Zef Friolo (chitarra e cori) e Mattia Cito (organetto diatonico e cori).
Per avere notizie più dettagliate sulla loro attività abbiamo rivolto alcune domande nell’intervista che segue.

Quando e perché vi è venuta l’idea di costituirvi in gruppo folk?
“Più che gruppo folk il nostro è un gruppo di musica tradizionale/ associazione culturale che basa tutte le proprie attività proprio nei costumi e nelle tradizioni della nostra terra. Partendo da un’idea di Salvatore Galeanda, il gruppo viene costituito nel 2013 con l’intento di trasformare una semplice passione che ci accomunava come gruppo di amici in un vero e proprio progetto di recupero, riscoperta e diffusione dell’immenso patrimonio storico musicale del tarantino, patrimonio che è sempre stato ignorato da gran parte degli esponenti della musica popolare ma che invece merita una forte attenzione per via della sua particolarità e varietà. Da qui l’idea di dare alla nostra musica tradizionale il posto che merita a livello storico e musicale. Le attività sono state interrotte nel 2014 per poi riprendere nel 2015 più forti di prima”.

Chi siete e cosa fate nella vita?
“Siamo innanzitutto dei buoni amici che prima ancora di suonare e lavorare a questo progetto, si divertono, litigano, si confrontano e passano del “sano” tempo insieme, magari attorno a una bella tavola. Ognuno di noi è impegnato anche in altri settori e in altri progetti: c’è chi suona anche altri generi musicali, chi collabora con altri gruppi, chi lavora a scuola, chi ha un bar, chi studia all’università, chi fa il cameriere, chi sta per conseguire il diploma di scuola superiore… Siamo ragazzi come tanti altri, con gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni, ma tutti innamorati perdutamente della propria terra”.

Perché avete scelto di chiamarvi Mandatari?
“Fin dall’inizio delle nostre attività abbiamo scelto di puntare in alto e quindi vi è stata l’esigenza di trovare un nome che spiegasse pienamente il nostro stile e il nostro scopo culturale: “mandatari”, dal latino medievale “mandatarius” che vuol dire “ambasciatori”. Ecco, noi abbiamo voluto, senza presunzione, essere gli ambasciatori della musica, delle tradizioni, della religiosità e dei costumi della nostra cultura popolare”.

Come è nata in voi la passione per lo studio e la tradizione popolare musicale dell’area jonica?
“Ognuno di noi proveniva già da altri progetti musicali o comunque culturali in genere. Poi la sensibilità di ognuno ci ha portato ad avere intenti comuni in questo senso. I nostri nonni hanno avuto una grande importanza e i nostri primi ispiratori sono stati loro che con forza ci hanno trasmesso questa ricchezza. Inoltre già da piccoli ascoltavamo musica popolare e a un certo punto ci siamo chiesti: da noi c’è qualcosa del genere? Perché non far conoscere la nostra musica invece di ascoltare e riproporre sempre e solo quella di altre realtà? Da quel momento si è aperto un universo”.

Quale importanza ha avuto e continua ad avere per voi il riferimento alla grande opera di raccolta di canti popolari tarantini di Alfredo Majorano, fondatore del Museo Etnografico a Palazzo Pantaleo nel cuore della Città Antica di Taranto?
“Alfredo Majorano è il nostro mèntore. Senza di lui e senza il suo immenso lavoro credo non saremmo arrivati fin qui. Spesso ripetiamo che Majorano va fatto santo! Il suo amore e il suo interesse sproporzionati verso la cultura popolare di Taranto e provincia sono per noi fonte di ispirazione continua oltre che occasione di studio e crescita personali”.

Volete ricordarci la straordinaria esperienza della riproposizione notturna de “luresu-resu” nella notte di Sabato Santo?
“Aver riproposto dopo molti anni “luresuresu “, cioè il canto di questua in uso nei nostri paesi, è una delle soddisfazioni che più ci gratificano. Abbiamo percorso le strade di Lizzano, Fragagnano, San Marzano di San Giuseppe e Carosino annunciando la Pasqua proprio come facevano i nostri nonni. Fisarmonica, tamburello, chitarra tanta voce e allegria hanno riempito una notte così importante come quella pasquale. Vedere la gente che usciva in strada in lacrime perché rivedeva dopo molti anni una tradizione ormai perduta è stato emozionante. La generosità della gente, poi, ci ha colpito davvero soprattutto perché con il denaro raccolto da noi, e dagli amici che con noi hanno condiviso questa esperienza, abbiamo potuto comperate generi di prima necessità che sono andati alle Caritas delle nostre parrocchie”.

Perché all’inizio dello scorso mese di maggio avete propagandato l’imminente nascita del secondo vostro lavoro discografico “Lissìa” nei paesi di Lizzano, Fragagnano e San Marzano?
“Abbiamo partorito questo nuovo progetto in cui sono raccolti alcuni canti e alcune musiche tipiche dei nostri paesi. Quindi quale migliore occasione per pubblicizzare “Lissía“ se non a “casa nostra” con la gente che ci conosce e ci segue?”.

Sappiamo che il vostro primo impegno discografico è stato la raccolta di canti folk intitolata “Rotte le capase”. Perché questo titolo?
“Nelle capase si conservavano gli alimenti, i fichi secchi, l’olio, i cibi preziosi che dovevano essere usati con parsimonia. Questo grande patrimonio è rimasto chiuso per troppo tempo nella “capasa” della memoria storica del tarantino. Quindi abbiamo deciso di rompere la capasa e condividere la bellezza e la bontà della musica popolare tarantina. Abbiamo rotto il ghiaccio insomma”.

Con il titolo del nuovo cd “Lissìa” quale messaggio intendete proporre a chi vorrà ascoltare la vostra musica?
“Anche Lissía ha un significato. La lissía (cioè la liscívia) era il detergente usato per fare il bucato negli anni passati: cenere, mirto, acqua bollente e tanto olio di gomito. Le lenzuola e gli indumenti diventavano bianchissimi e profumati. Noi cerchiamo di fare questo: con le ceneri della cultura popolare del nostro territorio cerchiamo di sbiancare il repertorio musicale e le tradizioni che ci caratterizzano, pulendole e purificandole dallo sporco che si è depositato negli ultimi decenni. Il messaggio è semplice: amarerispettare, rendere vive e onorare le tradizioni della propria terra”.

Qual è il pubblico che maggiormente richiede e segue le vostre esibizioni?
“È un pubblico abbastanza eterogeneo. Dagli anziani ai giovani, raccogliamo più o meno tutte le età. I bambini in particolare sono attratti dalla nostra musica e in questo senso siamo orgogliosi di aver collaborato con i bimbi delle scuole di Lizzano e Fragagnano. È questa la cosa bella: avere la possibilità di tramandare anche ai più piccoli questa grande ricchezza. Inoltre, data la scarsa conoscenza della musica del tarantino, la nostra musica desta interesse anche negli appassionati e negli studiosi di storia popolare".

Qual è l’approccio dei giovani verso la musica folk da voi rivisitata e proposta?
“C’è chi si approccia semplicemente per divertirsi, chi si avvicina per cercare di conoscere le nostre radici. C’è anche chi sostiene e ci segue costantemente. La musica popolare è davvero molto amata dai giovani, al contrario di quanto si possa pensare. E se, oltre alla semplice musica, alla base vi è un lavoro culturale, l’interesse è più che raddoppiato”.

Quali sono i vostri sogni per il futuro?
“Per ora ci limiteremo a stampare e diffondere il nostro nuovo disco “Lissía“ che è già pronto e che stiamo vendendo in prevendita proprio per coprire le spese di stampa. In futuro continueremo col nostro lavoro di ricerca ed intervista in modo da salvare la memoria storica dei nostri nonni e allo stesso tempo arricchire il nostro repertorio, fino a giungere, chissà, alla condivisione di tutto ciò che abbiamo raccolto: dai canti, agli stornelli, alle preghiere dialettali, dalle storie sui Santi ai proverbi, dalle filastrocche alle leggende e ancora dalle testimonianze di vita passata ai racconti di guerra. Insomma abbiamo molto materiale su cui lavorare. Seguiteci, sosteneteci e il nostro impegno non sarà vano”.

Dalle risposte fornite si evince che ci si trova di fronte a giovani animati da buona volontà e dal grande desiderio di fare ricerca e di proporre la belle e buona musica che, come loro, anche noi abbiamo imparato dai nostri nonni.
Al centro della loro ricerca c’è lo studioso e ricercatore tarantino Alfredo Majorano che i Mandatari vorrebbero “Santo”.
Non ci sembra una esagerazione guardando all’immenso patrimonio etnografico di Majorano che fa bella mostra nel Museo intitolato a Palazzo Pantaleo nella Città Antica di Taranto.
Ci ha molto colpito il senso partecipativo e coinvolgente della loro proposta musicale e la vincente trovata di affidare alla tradizionale “capasa” l’immagine che racchiude il meglio della nostra musica popolare e alla “liscivia” il compito di ripulire il nostro canto folk che di troppe incrostazioni si è sporcato.
Si potrebbero dire tante altre cose belle di questi “ambasciatori-alfieri” della musica popolare ma ciò che consigliamo è di ascoltarli dal vivo.
E in questa lunga estate tarantina di occasioni ce ne saranno tante.



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