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DALILA MICAGLIO/China girl

Pubblicato da: Categoria: COVER

17
MAG
2013

 

Scrive di terre lontane e pratica arti marziali, e se non fosse per la paura sarebbe già in Oriente. La giovane autrice tarantina, dopo il suo esordio con “Zenzero e tabacco”, pensa già al nuovo romanzo
 
Frizzante, dinamica e gioiosa. Di primo acchito Dalila Micaglio, giovanissima scrittrice tarantina, appare un vulcano in eruzione, un turbinio di idee in fermento, una ragazza estroversa e vivace. Un vero peperino, insomma. Ma basta parlarci un po’ per scoprire un mondo interiore di grande ricchezza e un animo da idealista e sognatrice. E piano piano salta fuori persino una certa timidezza, una paura, uno stato d’ansia che prende il sopravvento ogni volta che rischia di allontanarsi dalla sua città, amata e odiata al contempo. Con la tenacia che da sempre la contraddistingue, allora, si arma di buona volontà e si costringe a lanciarsi nel vuoto, senza paracadute e senza rete. Perché solo così riuscirà a trasmettere su carta le sensazioni vere, reali, in grado di essere percepite dal lettore. E magari, dopo qualche tentativo riuscirà a compiere il salto più lungo, un salto che la condurrà fino in Cina, nella terra che profuma di zenzero.
Dalila, la tua prima pubblicazione “Zenzero e tabacco” ha avuto un ottimo successo di critica. Parlaci di come è nata.
«Nasce da un grande amore per la scrittura che mi ha portato ad approcciarmi al racconto breve. Ero ben lontana dal potermi affacciare alla dimensione del romanzo, che oltre a essere più lungo necessita un maggior intreccio e una trama molto ben articolata. Di conseguenza ho iniziato a scrivere storie in forma di racconto, e dopo averne scritti alcuni mi sono resa conto che tutti erano legati da un filo conduttore, ossia una smisurata passione per l’Oriente. Pertanto ho deciso di metterli insieme e di “confezionare” una pubblicazione».
 
Beh, il racconto non è affatto da sottovalutare, anzi. Di recente Niccolò Ammaniti ha rilanciato questo genere con il suo libro “Il momento è delicato”.
«È vero. Si potrebbe pensare che trattandosi di uno scritto breve, sia più semplice strutturarlo. In realtà richiede un’ottima capacità di sintesi e l’abilità di condensare intere vite in poche pagine. Si deve essere in grado di far intuire non solo quello che sta accadendo lungo il racconto, ma anche il passato di ogni personaggio. Bisogna presentarli in maniera esaustiva e non è affatto facile. Servono molti espedienti. Ritengo che il racconto sia rivolto più a un pubblico di lettori di nicchia, perché i più cercano storie lunghe, difficili da abbandonare. Hanno bisogno di legarsi ai personaggi e il racconto in un certo senso finisce troppo presto».
 
E questo titolo molto accattivante a cosa lo dobbiamo?
«“Zenzero e Tabacco” richiama la dicotomia fra Oriente e Occidente. Sono sempre stata molto affascinata dalle differenze che caratterizzano le due popolazioni e l’amore che nutro per l’altro lato del mondo lo si evince da tutti gli scritti che compongono questa raccolta. Ho scelto, per il titolo, i due elementi che secondo me identificano i Paesi dell’Est e quelli dell’Ovest, ossia lo zenzero, che richiama alla mente quei sapori e quelle atmosfere esotiche e delicate, e il tabacco per noi occidentali, che un po’ ci rappresenta agli occhi del mondo intero»
 
È anche il titolo di uno dei racconti della raccolta.
«Esatto. È il racconto che ho scritto per ultimo e dunque quello a cui sono un po’ più legata. Io ho la tendenza a distaccarmi dai miei scritti una volta che sono conclusi. Per quanto li ami tutti come se fossero dei figli e mi rimangano nel cuore, appena li termino con la testa sono già altrove, magari alla prossima storia che andrò a scrivere. Dunque l’ultimo racconto è quello che sento più vicino. Questo, in particolare, narra la storia di un ragazzo che va in Cina con suo padre, il quale però muore presto. Suo figlio, dunque comincerà a provare dei sentimenti per la compagna dell’uomo e il resto lascerò che lo leggiate. Questo racconto, rispetto ai precedenti, è maggiormente articolato e presenta diversi stacchi scenici, quasi come se si trattasse di un film».
 
Hai lo stile da sceneggiatrice. Hai mai pensato di dedicarti alla scrittura cinematografica?
«Sì, ci ho pensato e tempo fa sono anche stata contattata da un regista per una sceneggiatura. Purtroppo, poi il progetto non è andato più in porto, ma mi auguro possano esserci nuove occasioni. La verità, comunque, è che a me scrivere piace da matti, dunque mi presto a qualsiasi genere. Tutto pur di dedicarmi a questa nobile arte. Mi sono occupata di giornalismo, ho scritto anche recensioni di hotel, di film – ambito che peraltro mi affascina molto –, insomma di tutto».
 
Una scrittrice a tutto tondo. Invece, che tipo di lettrice sei?
«Amo i saggi, ne leggo di ogni genere, soprattutto di medicina e di semiotica. Quest’ultima la divoro, è un campo a cui mi sono avvicinata attraverso l’università e che non ho più abbandonato anche perché la ritrovo in tutto. Prediligo le letture impegnative e adoro gli autori giapponesi. Devo dire però che da lettrice odierei la Dalila scrittrice».
 
Cosa vuoi dire?
«Ecco, i miei racconti non si chiudono. Hanno tutti un finale aperto, da capire, da interpretare. Non sono di facile e immediata comprensione, non conducono per mano il lettore fino a raggiungere il centro del messaggio. Lascio che siano i lettori a scavare alla ricerca del significato ultimo. E questa è una cosa che, quando la trovo negli altri scritti, mi fa arrabbiare da matti!(ride, ndr). I miei non sono dei racconti semplici. Per esempio “L’acconciatore” parla di un killer con manie ossessive compulsive. Non nascondo di aver studiato molto per delineare i tratti di questo personaggio, mi sono documentata riguardo tutti i tic e i gesti che appartengono a persone affette da questo disagio. La storia va seguita con attenzione, per essere compresa. Anche “L’Oracolo di Arcana” è molto particolare. Si svolge in una dimensione onirica e surreale, un mondo fantastico. Per immaginarlo mi sono ispirata ai quadri di Salvador Dalì».
 
Nei tuoi racconti hai delle ambientazioni particolari: dal mondo onirico all’estremo Oriente. Tu, invece a quale posto senti di appartenere?
«Appartengo a Taranto, alla mia città, anche se forse dovrei dire “purtroppo”. Purtroppo perché nonostante questo forte legame con la mia terra, mi rendo conto che è una città che insegue il buio, che non ha voglia di cambiare, di migliorare, di crescere. È una città masochista, che tende a farsi del male e questo non lo tollero. Io ho voglia di combattere, di distaccarmi dai modelli che ci vengono imposti in una società come questa. Per farlo però devo superare tutte quelle ansie e quelle insicurezze che mi impediscono di lanciarmi a capofitto verso terre lontane. Il pensiero di andar via mi fa venire il panico. Altrimenti sarei già in Cina».
 
Come mai ami così tanto l’Oriente o, come tu stessa scrivi nel tuo libro, “il paese dagli odori sconosciuti e speziati”?
«Probabilmente questa mia attrazione la devo alla formazione di arti marziali che coltivo da anni. Faccio karate da molto tempo e amo particolarmente questa disciplina, insieme a tutta la sua cultura di appartenenza. Inoltre ho iniziato a interrogarmi sulla dicotomia fra Oriente e Occidente già quando ho scritto la tesi di laurea. Ho scelto, infatti, di incentrarla sul film “M. Butterfly” di David Cronenberg, che mette in relazione i due diversi mondi».
 
Ricordo quel film: è stupendo. Fulvio Colucci, che ha curato la prefazione di “Zenzero e tabacco”, ti ha paragonato nello stile a Charles Bukowski. Anzitutto, ne sei stata contenta? E poi vorrei sapere se davvero ti sei ispirata a lui.
«Ne sono stata felicissima, perché Fulvio Colucci è riuscito a vedere laddove io non avevo minimamente pensato di avvicinarmi. Non mi sono in realtà ispirata a Bukowski, perché non avevo letto molto di questo autore. Ho cominciato a farlo dopo, mi sono letteralmente nutrita dei suoi scritti. È affascinante però questa interpretazione di Fulvio, perché stranamente lo stile di Bukowski calza a pennello per il mio prossimo romanzo, quello a cui mi sto dedicando».
 
Ah, bene. Sei già all’opera per una nuova pubblicazione?
«Sì, conto di finirlo entro l’anno perché, trattandosi questa volta di un romanzo di formazione, ho bisogno che i personaggi respirino. Per scrivere ho necessità di trarre ispirazione dalla vita, dunque a volte mi forzo a fare delle esperienze strane, particolari, come per esempio andare nel cuore della notte a Tiburtina a parlare con un’anziana del luogo. Spesso, mi faccio travolgere dalla paura o dall’ansia e rischio di rimanere ferma, di non fare nulla. Ecco perché talvolta cerco di costringermi a buttarmi in situazioni in cui non avrei mai pensato di trovarmi. E questo mi fa bene, perché mi permette poi di attingere alle sensazioni provate e farle trasparire nei miei racconti».
 
Pirandello diceva: “La vita o la si vive o la si scrive”. Tu fai praticamente l’opposto.
«Esatto. Ho proprio bisogno di vivere sulla mia pelle delle emozioni. Solo così riesco a trasmetterle al meglio».
 
Bene, attendo con ansia l’uscita del tuo nuovo romanzo. Magari poi ci rivedremo per una nuova intervista. Ma – bada bene – vorrò sentire tutto sul viaggio in Cina che ti obbligherai a fare.
«(ride, ndr). Assolutamente. Prometto solennemente che prima o poi coronerò questo  mio grande sogno. Cina, sto arrivando!».
 



Commenti:

Dalila 19/MAG/2013

A me emoziona sentire il tuo affetto sincero, ti ringrazio... E , quel foglio... Ma quanto tempo è passato? Un abbraccio forte forte, Dalila

SALVATORE FUGGIANO 17/MAG/2013

Mi emoziona leggerti...come se sentissi la tua voce! Serbo, cara amica, con grande affetto un foglio dattiloscritto e la tua voce che mi chiedeva di leggerlo! con tanta stima. Salvatore Fuggiano

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