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PIETRO MARINÒ/ LA BAROCCA BELLEZZA

Pubblicato da: Categoria: COVER

27
NOV
2015
Marmi cesellati, portali intarsiati di magia, affreschi che cantano vite secolari. Martina Franca e il suo Barocco nell’opera omnia, ultima nata di casa (e penna) Marinò. Un viaggio nell’eternità della prediletta di Valle d’Itria
 
 
Un piccolo studio nel cuore di Martina Franca. Il profumo inconfondibile di tempere e olio di lino… Si varca la soglia di una porta per entrare in un universo parallelo, così lontano dagli schiamazzi senza poesia dei clacson e dallo smog, grigio ossigeno di città impegnate e distratte. L’attenzione invece, si posa su nudi pieni di grazia e balconate trafitte di luce, catturati nella tela di Pietro Marinò. Docente, preside, critico d’arte e allo stesso tempo artista, ci invita alla scoperta del suo ultimo libro e dell’unico viaggio privo di partenze, arrivi o sterili check-in: l’arte.
Significativo l’aforisma di Marcel Proust in apertura al Suo libro: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Iniziando col raccontarci dell’ideazione dell’opera, in cosa Martina Barocca e Rococò ci aiuta ad aprire gli occhi sulla storia e sull’arte di questa città?
«Nel mio libro ho cercato di conferire uno sguardo, il mio, come risultato di diversificazione. Ho voluto estrapolare sia il bello visibile, e cioè quello delle chiese, degli affreschi, sia quello invisibile che fa parte invece delle abitazioni private. Quando pensiamo all’arte del nostro territorio, dobbiamo pensare anche ai turisti. Cosa portano con sé i turisti? Immagini. Che siano foto o cartoline, il risultato dell’incursione turistica è l’immagine. Martina Barocca e Rococò conta la bellezza di 930 foto e nessun’opera monografica prima d’ora, aveva raccolto in sè così tante fotografie di Martina Franca. L’idea del libro nasce 7 anni fa e non immaginavo che alla fine sarebbe diventato ciò che è oggi. Nella mia mente però avevo ben chiara la struttura: l’opera sarebbe stata per l’80 % costituita da immagini, e solo per il 20% da testo. Questo perché le parole non prevaricassero sulla finalità del mio lavoro: arrivare a qualsiasi fetta di pubblico, dal meno erudito all’accademico ed emozionarlo. Tutti quindi, possono essere educati alla bellezza attraverso la conoscenza. Ecco cosa significa “aprire gli occhi”».
Domenico Blasi scrive dell’opera: “È il superamento di una paesana mentalità encomiastica, poco attenta in passato a considerare la qualità delle opere, quando non addirittura l’identità dei loro autori”. Come si procede in un lavoro immane come questo con assoluta criticità? Le è capitato di doversi “difendere” da richieste encomiastiche di cittadini influenti magari proprietari di alcuni pezzi d’arte?
«La criticità è l’essenza di quest’opera ma credo di ogni studio che si rispetti. Prima di organizzare il lavoro con estrema ratio, ho studiato molto attentamente la bibliografia che è molto ricca come può notare, e solo dopo aver acquisito informazioni ho potuto sintetizzare il messaggio di queste pubblicazioni. Penso inoltre di aver aggiunto anche qualcosa, perché un tempo si pensava che le tele dell’Olivieri (Leonardo Antonio Olivieri, pittore nato a Martina Franca nel 1689 e autore tra le altre, della Madonna delle Grazie e santi, per l’altare maggiore di S. Antonio, ndr.) fossero solo tre e invece la mia ricerca ha portato alla luce diverse opere di questo artista. Ho scoperto questo, grazie alla lettura di un antico manoscritto redatto da un frate che rivendicava proprio l’esistenza di più tele appartenute a Olivieri. Ho dovuto difendermi dice, da richieste encomiastiche? Tutt’altro guardi. Purtroppo alcuni privati non mi hanno nemmeno lasciato avvicinare a quadri o statue in loro possesso, ma di pubblico interesse io credo, dato che il patrimonio artistico è di tutti e deve poter essere fruibile da tutti. Il pomo della discordia erano delle statue meravigliose di Stefano da Putignano, uno dei più grandi scultori del ’500, ma a parte questi spiacevoli inconvenienti, ho riscontrato molta disponibilità da altrettanti privati e ne sono la prova, le splendide immagini che mi hanno permesso di fotografare». 
Qual è stato nello specifico, il lavoro da storico che ha svolto? Ci parli insomma delle fasi di indagine di un detective della storia come lei.
«Il lavoro dello storico deve rispondere a criteri precisi e cioè la sistematicità, l’organicità e la sintesi, colonne portanti di questo libro tra l’altro. Martina Barocca e Rococò infatti è un vero e proprio unicum sulla storia dell’arte martinese di questi due periodi. Dico questo perché in precedenza ci sono stati molti altri studi sull’argomento e davvero molto validi, a cui io stesso ho attinto nella mia ricerca di informazioni, ma nessuno prima d’ora aveva raccolto in un’unica opera tutto ciò che troverete nel libro. E soprattutto abbiamo reso nota la natura del barocco martinese e cioè orizzontale: il barocco a Martina Franca infatti, non è una realtà di poche case magari di famiglie benestanti o residui nobiliari, come succede per Locorotondo per esempio, ma è un fenomeno globale, che coinvolge ogni edificio. Il mio lavoro di detective della storia come dice lei, è iniziato con lo studio di un saggio del 2001, l’Umanesimo della pietra e da lì ho continuato come dicevo prima, la lettura e la sintesi di altre pubblicazioni. Una volta recuperati i dati avviene la fase che forse preferisco» sorride, ndr.«e cioè quella della fotografia. Ho fotografato personalmente tutti i monumenti e i particolari che può vedere nel libro. Credo che forse solo 7 o 8 foto non siano mie, ma di altri fotografi professionisti citati e ringraziati doverosamente. È stato interessante capire ancora una volta l’evoluzione dell’arte martinese dall’osservazione diretta: fino al ’700 la Chiesa aveva il predominio del patrimonio artistico e soltanto in seguito le case a coorte, cioè le abitazioni dei ricchi massari e degli artigiani, iniziano ad attingere al barocco e a innestarlo nelle loro case. Esistono più di 50-60 portali di case private, ricchi di intarsi barocchi. Il Barocco è insomma, il fenomeno della laicizzazione della cultura». 
Nel Suo libro Lei scrive citando Dostoevskij: “Il senso collettivo del bello non può essere cancellato perché il bisogno di bellezza è insito nell’uomo”. Collegandoci al nobile intento di Diego Della Valle di finanziare i lavori di restauro/conservazione del Colosseo, nella Sua esperienza ha potuto contare più sul supporto di imprenditori o di accademici?
«La bellezza è dentro ognuno di noi. Già solo svegliandoci al mattino, confidiamo che sarà una bella giornata e tutto attorno a noi, viene osservato con il desiderio di coglierne il bello. Il bello però, è stato anche esibizione un tempo. In passato il desiderio di emulazione dei nobili che avevano in possesso bellezze artistiche, diventò grande ed ecco perché, famiglie ricche dell’epoca come quella di Ambrogio Fanelli, costruì la propria abitazione con lo stesso corridoio di stanze e stipiti in legno dipinti, di Palazzo Ducale. O ancora come non citare Pietro Simeone che diede gran parte delle sue ricchezze in dono alla Chiesa per la costruzione e la conservazione dei monumenti. Investono più gli imprenditori in effetti, un tempo come adesso e anch’io posso affermare che senza l’aiuto e l’appoggio di Cassano, Scatigna, Chirulli e dell’Avv. Marangi, questo libro probabilmente non sarebbe nato».
Nell’epoca della globalizzazione, del girovagare dei giovani per il mondo per studio o per diletto, molto spesso viene a mancare la conoscenza del proprio territorio. In base alla Sua esperienza in qualità di docente e preside, pensa di introdurre la Sua monografia all’interno di programmi ministeriali, magari anche universitari?
«È stato detto da alcuni critici che questo libro dovrebbe essere nelle case di tutte le famiglie martinesi, perché ripercorre fedelmente la storia della nostra città. Sarebbe bello sicuramente introdurre la mia monografia all’interno di percorsi di studio, ma è tutto ancora molto aleatorio. La Prof.ssa Pasculli di Storia dell’Arte, dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, si è mostrata interessata a inserire il libro nella biblioteca di facoltà, a disposizione dei laureandi e degli altri studenti, e di questo ne sono fiero. Bisogna però che precisi una cosa: non si fa storia dell’arte solo sui libri, occorre emozionare lo studente. Ecco perché ho sempre promosso nel mio lavoro, gite e osservazione diretta da parte dei ragazzi delle bellezze del nostro territorio. Noi insegnanti abbiamo il dovere di stupire, di meravigliare la mente di un giovane e stimolarlo alla ricerca, al porsi domande e cercare risposte. Meraviglia e stupore erano il condimento essenziale del Barocco. Questo periodo artistico, ricordiamo, si era imposto al Neoclassicismo che aveva così tanti dettami e cliché che ogni artista era costretto a seguire. Il Barocco è svecchiamento di questa rigidità, è puro godimento della vita, della convivialità e dà inizio all’era moderna. Il barocco martinese che sopravvive nel lastricato, nei portali, nei balconi e nelle chiese della città, esprime più che mai l’eternità dell’arte. La pietra infatti è sempre il filo conduttore dell’arte. La pietra stessa è eternità».
La roccia, così silenziosa eppure sempre pronta a raccontarci una storia; sempre pronta a ricordarci chi siamo. E come canta Bob Seger in Like a Rock:
“Le mie mani erano salde
I miei occhi limpidi e luminosi
Il mio camminare aveva uno scopo
E sostenevo con fermezza
Ciò che pensavo fosse giusto
Come una roccia
Come una roccia, ero forte quando potevo
Come una roccia, non mi accadeva nulla
Come una roccia, ero qualcosa da vedere
Come una roccia…”
 



Commenti:

Vincenzo Pasculli 5/LUG/2016

La passione che si respira per l'amata Martina rende l'opera come una sospirata passeggiata nei secoli in una città che più si ama quando si è lontani.

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