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SI PUÒ SEMPRE RICOMINCIARE

Pubblicato da: Categoria: SCACCHI

20
LUG
2017

Non pensavo che firmare un documento potesse rivelarsi tanto difficile e doloroso eppure, mentre scrivevo il mio nome su quel foglio, provai una tristezza infinita.
«Bene, abbiamo finito». Disse il giudice con distacco e ritirando la pratica.
Renato sembrava impaziente di andarsene via, parlava con il suo avvocato e intanto cercava il mio sguardo, ma io non volevo incrociare i suoi occhi, non ci riuscivo più da quando quel giorno, che ricordo ancora con dolore, mi aveva comunicato che voleva lasciarmi.
«Gabriella, sono mesi che continuiamo a litigare, che ci parliamo a stento e ci comportiamo come se fossimo due estranei, credo sia arrivato il momento di dover tirare le somme, parliamone serenamente e poi prendiamo una decisione». Disse, senza mezzi termini, dopo l’ennesimo litigio.Ma come si fa a parlare serenamente di certe cose?
In realtà, la decisione definitiva lui l’aveva già presa da tempo, ma io ancora non volevo crederci, né riuscivo ad accettarla.
«Cosa intendi dire? Parla chiaro una buona volta». Gli risposi preoccupata, lui scrollò le spalle e poi continuò:
«Non andiamo più d’accordo, non siamo felici, né tantomeno sereni. Sembriamo due separati in casa. Penso che dovremmo separarci».
Sentendogli dire quelle parole impallidii evenni colta da violenti crampi allo stomaco. Tutto mi sarei aspettata da lui, tranne una decisione così categorica e definitiva.
«Separazione? Siamo arrivati a questo punto? E allora, perché non la dici tutta, perché non dicianche che vuoi lasciarmi perché hai un’altra?» Gli risposi, trattenendo a stento le lacrime.
Era da tempo che sospettavo che si fosse invaghito di un’altra, che mi tradisse, ma lui aveva sempre negato, fino al giorno di quella maledetta litigata.
«E va bene, lo ammetto. È vero, ho conosciuto una ragazza e ne sono innamorato, e adesso non sopporto più di restare qui con te, che non seimai riuscita a rendermi felice».
Ecco, dopo otto anni dalle nozze, il nostro matrimonio finiva cosi, dopo quella litigata.
Quando avevo sposato Renato, ero convinta che sarebbe stato per sempre, che saremmo invecchiati assieme e che niente e nessuno sarebbe mai riuscito a dividerci, invece…
Lui se ne andò di casa, io raccolsi i cocci della mia delusione e con coraggio cercai di continuare la mia vita, promettendomi, però, che mai più avrei permesso a un uomo di farmi del male e di calpestare i miei sentimenti.
All’epoca eravamo molto innamorati, facevamo mille progetti e parlavamo del futuro, immaginandolo naturalmente sempre assieme. Poi avevamo cercato di avere dei bambini, ma con immenso dispiacere non ne arrivarono e quello fu il primo, duro colpo che la nostra unione aveva subito, ma non l’unico. Anni dopo Renato perse il lavoro ed era diventato irascibile, sempre di cattivo umore e insofferente. Io cercavo di stargli vicino, di sostenerlo, ma giorno dopo giorno un muro invisibile inesorabilmente cominciò ad alzarsi tra noi.
La situazione non migliorò nemmeno quando lui trovò di nuovo occupazione, anzi, proprio in ufficio, aveva conosciuto la sua amante e tra noi le cose andarono rapidamente peggiorando.
Io avevo subodorato che di mezzo ci potesse essere un’altra donna, ma avevo sperato che si trattasse di una semplice amicizia, magari un’infatuazione passeggera. Ero convinta che la nostra unione fosse granitica, che il suo amore per me, nonostante tutto, fosse al di sopra di ogni mia preoccupazione.
Invece mio marito aveva completamente perso la testa per la sua giovane collega, la quale, stanca di quella relazione clandestina, alla fine gli aveva imposto un ultimatum: “o lei o io, decidi”, gli aveva detto. E, naturalmente, la sua scelta era caduta su di lei, senza esitazioni né ripensamenti.
«Mi dispiace che sia finita così, ma era inevitabile». Mi disse Renato, all’uscita del tribunale.
Nonostante davanti al giudice avessi appena finito di firmare le carte della separazione, non riuscivo ad accettare l’idea della fine del nostro matrimonio.
«Hai ragione. Evidentementemi ero sbagliata e ora è finita così». Gli risposi, cercando di non scoppiare a piangere, perché, purtroppo, sentivo di amarlo ancora.
«Allora… buona giornata e riguardati». Aggiunse lui, porgendomi la mano e allontanandosi. Aveva fretta di cominciare la sua nuova vitacon un'altra donna.
Mi sentii mancare al pensiero che davvero fossetutto finito.Ma ancora adesso, dopo tutto il male che mi ha fatto, non riesco a odiarlo, anzi, forse lo invidio. In fondo ha avuto il coraggio delle sue azioni. Che senso avrebbe avuto per lui continuare così, con un piede in due scarpe? Ma intanto io mi trovo qui, sola e ancora aggrappata al mio matrimonio finito, senza riuscire scuotermi, a prendere una decisione.
Oggi ho finito di lavorare e ritorno a casa con l’umore a pezzi. Mi tolgo le scarpe e mi lascio andare sul divano. Non ho voglia né la forza di fare niente. Chiudo gli occhi e vorrei solo dormire. Invece mi tornano in mente tutti i momenti vissuti con Renato. Chissà perché quando finisce una storia e si è ancora innamorati, si ricordano soltanto le situazioni belle e felici, nonostante ci siano stati anche tanti problemi: le litigate e le porte sbattute. Ripenso a noi due abbracciati al buio e in silenzio. Ricordo le nostre vacanze al mare, quelle cenette romantiche consumate al lume di candela, i baci frettolosi dati sulla porta prima di andare a lavorare. Ripenso a noi due che ridiamo come matti per chissà quale scemenza.
Apro gli occhi e penso che mi devo scuotere, convincere che sono single, che sono tornata una donna libera. Guardo la fede che ho ancora al dito e me la tolgo. La rigiro tra le mani e resto a contemplarla per un po’, ripensando al momento che Renato me la mise al dito. Poi mi alzo, vado in camera e la ripongo nel cofanetto dei gioielli. “Basta”, mi dico. “Devo ricominciare a vivere senza più pensare a lui”.
Lo squillo del cellulare mi distoglie dai miei pensieri e vado a rispondere. È Marcella.
«Ciao Gabriella, so che non sei dell’umore giusto, ma volevo chiederti se ti va di accompagnarmi in centro. Una sana chiacchierata e un po’ di shopping è quello che ci vuole per tirarci su il morale e farci sentire meglio.
Marcella ed io siamo amiche da anni. Sa tutto di me, e sa anche quanto stia ancora soffrendo per la fine del mio matrimonio e per questo cerca in tutti i modi di aiutarmi, di farmi vincere la mia apatia. Vorrei risponderle che non ne ho voglia, che sono appena tornata dal lavoro e che mi sento a pezzi, ma lei insiste:
«Non dirmi che non ne hai voglia. Non trovare la scusa che sei stanca. Tu hai bisogno di distrarti quanto me. Dai, passo a prenderti tra mezz’ora».
Il pensiero di uscire, vedere gente, non mi entusiasma per niente ma in fondo che senso ha chiudersi in casa e restare qui da sola.
Marcella mi trascina in centro, dice che ha bisogno di un consiglio su un abito per una festa. Entriamo e usciamo dai negozi, prova vestiti, me ne mostra altri, ma io ho la mente altrove.
«Vieni, usciamo. Hai ragione, sei tu che devi distrarti, non io».
Ed ecco le lacrime, che fino a quel momento ho cercato di trattenere, iniziano a salirmi agli occhi e a scivolare sulle guance.
«Passerà Gabriella, adesso, lo so, ti sembra impossibile, ma ti assicuro che passerà. Il tempo è galantuomo e cura tutte le ferite. Ha curato le mie e curerà anche le tue, vedrai».
Sedute a un tavolo di un bar, Marcella continua a parlarmi, a darmi coraggio ed io l’ascolto speranzosae augurandomi che possa essere veramente così. Tra le lacrime le confesso che sto male, che Renato mi manca, che avevo anche pensato di andarlo a trovare in ufficio, con una scusa qualsiasi, solo per vederlo. Marcella scuote la testa ma mi lascia sfogare, poi si china verso di me, mi mette una mano sulle ginocchia e mi ripete che non sarà sempre così, che le cose cambieranno anche per me, che presto troverò un altro uomo e m’innamorerò di nuovo. Io scuoto la testa, mi soffio il naso, cerco di asciugarmi le lacrime, ma lei insiste che presto tutto cambierà.
È sempre stata la mia migliore amica e si comporta come solo una vera amica sa fare. Mi asciugo le lacrime, tiro su col naso e cerco di sorridere.
«Adesso basta, dai. Alziamoci e torniamo a casa».
Tempo fa, con Marcella ho sottoscritto un abbonamento a teatro; ci andiamo ogni giovedì, ma questa sera lei non può venire. Ha la madre che non sta bene e non se la sente di lasciarla sola. Mi ha telefonato, e ha aggiunto che io a teatro dovevo andarci perché poi le avrei dovuto raccontare dello spettacolo.
Le ho risposto di sì, del resto sono già pronta per uscire, ma appena salita in macchina cambio idea e mi dirigo verso casa sua.
«E tu cosa ci fai qui?» Mi chiede sorpresa, appena apre la porta.
«Ho pensato di venire a vedere come sta tua madre e farti compagnia». Le ho risposto.
La serata la trascorriamo così, conversando con sua madre in camera sua e parlando tra noi in cucina. Alla fine spegniamo la luce per lasciar riposare la madre e dico a Marcella che si è fatto tardi anche per me, e che è ora che vada via.
«È bello avere un’amica come te. Grazie di essere venuta». Mi dice salutandomi.
“La nostra amicizia è vera e sincera, la cosa più bella che ci potesse accadere”, continuo a pensare mentre salgo in macchina, ma ecco la sorpresa: la macchina non vuole saperne di partire.
Provo e riprovo a mettere in moto, ma niente, non parte. Apro il cofano del motore, ma lo richiudo subito perché non ci capisco niente. “E ora che faccio?” Mi guardo intorno smarrita, e sto per tornare da Marcella, quando vedo un uomo alto e robusto che si sta avvicinando.
Impaurita riapro subito la macchina e mi chiudo dentro, sperando che non si fermi,che passi oltre, che sparisca dietro l’angolo. E intanto sento l’ansia e il terrore crescermi dentro.
«Tutto bene? Serve aiuto?» Mi chiede, fermandosi davanti alla portiera e accostando il viso al finestrino. Mi batte il cuore, ho paura e non so cosa rispondere. Cerco il cellulare ma non lo trovo. Sono nel panico enon ho via d’uscita e non so cosa fare. L’uomo sembra percepire il mio stato d’ansia e tira fuori dalla tasca un tesserino.
«Sono un poliziotto. Stia tranquilla». Mi dice, avvicinando il tesserino al vetro per farmelo vedere meglio.
Guardo il tesserino e poi fisso perplessa il suo abito elegante, e anche questa volta lui sembra leggermi nel pensiero:
«Sì, questa sera sono in borghese, sono fuori servizio».
Strizzo gli occhi per guardare meglio il suo tesserino e poi gli dico che la mia macchina non vuole saperne di partire. Il poliziotto sorride e m’invita a scendere, poi si siede al posto di guida e prova a mettere in moto. Apre anche lui il cofano e si china sul motore, armeggia per un po’ e poi, scuotendo la testa,lo richiude e mi dice:
«Credo che per far partire la sua a macchina sia necessario far intervenire un meccanico».
Io guardo perplessa prima la macchina e poi lui, e anche questa volta mi anticipa.
«Se vuole, la posso accompagnare a casa io. Potrebbe lasciare la macchina qui e domattina farla venire a prendere dal suo meccanico. Ha un meccanico?» Io scuoto la testa e gli rispondo che non ho nessun meccanico…
«Di queste cose si è sempre occupato mio…» Ma non finisco la frase.
«Mi dispiace darle tanto disturbo. Non vorrei farle perdere tempo e far preoccupare sua moglie». Gli rispondo.
«Non si preoccupi, non ho fretta e a casa non mi sta aspettando nessuno. Stavo tornando da teatro e la macchina l’ho parcheggiata qui vicino, venga».Mi risponde.
E così iniziamo a parlare di quella chescopriamo essere una passione comune, il teatro, e mi accorgo che è una persona gentile e simpatica. Dopo un quarto d’ora siamo sotto casa mia e prima di scendere esalutarlo, azzardo a chiedergli se a teatro è andato da solo.
Lo vedo incupirsi e capisco di aver fatto una gaffe. Infatti, non so come mi sia venuto in mente di fargli una domanda del genere.
«Scusi. Sono stata indelicata». Aggiungo subito.
«No, non si preoccupi, non si deve scusare. Il fatto è che mi sono separato da pochi mesi e… e mi fa ancora male parlarne».
«A quanto pare in comune non abbiamo solo la passione per il teatro. Anch’io sono divorziata da poco, e mi brucia ancora».
«Mi dispiace, so cosa si prova…» Poi, cambiando discorso:
«Arrivata sana e salva a destinazione».
«Grazie, non avrei proprio saputo come fare, se non avessi incontrato lei». Gli rispondo.
«Di nulla. Allora ci vediamo domattina?» Mi chiede con un tono di voce decisa.
Io lo guardo interrogativamente e non so cosa rispondergli, lui capisce il mio disorientamento e prosegue:
«Per la macchina, intendo. Se vuole, l’accompagno dal mio meccanico e gli diciamo di andarla a prendere, sempre che lei non voglia occuparsene da sola».
«Già, che stupida, mi stavo dimenticando della macchina. Si grazie, accetto volentieri il suo aiuto». Gli rispondo.
Ci siamo scambiati il numero dei nostri cellulari e poi ci siamo salutati.
La mattina dopo prendoun giorno di ferie e Ferruccio mi dice che va a lavorare di pomeriggio, così è passato a prendermi e siamo andati dal meccanico.
«Prima di salutarci, ti va di prendere un caffè assieme?» Mi chiede.
Gli rispondo di sì e lo seguo nel bar che ha i tavolini all’aperto, ci accomodiamo al sole e comincio a sentire il mio cuore che si riscalda.
«Sai, stavo pensando che la prossima settimana potremmo andarci assieme a teatro. Ti andrebbe?» Mi chiede con tono incerto.
A me la proposta piace e accetto volentieri.
Appena ci salutiamo chiamo Marcella e le racconto del mio incontro con Ferruccio e della sua passione per il teatro.
«Finalmente una bella notizia». Mi risponde lei, e aggiunge che la prossima volta dovrò per forza andarci con lui, a teatro.
La settimana passa in fretta e siamo di nuovo a giovedì. Stasera vado a teatro con Ferruccio. Marcella si è tirata indietro,dice che vuole reggermi la candela.
Ferruccio mi viene a prendere e andiamo a teatro. Prendo posto nella poltroncina accanto a lui e quando si spengono le luci e lui posa la mano sulla mia, sento i battiti del cuore accelerare.
Non so nemmeno cosa avessero messo in scena quella sera, non mi interessava.
 



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