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Il racconto/ Il paese


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Pubblicato da: Categoria: Curiosità

25
SET
2015
In quel paesino ci sono nato e mi fa sempre piacere tornarci; incontrare qualche vecchio amico e poter sentire quel dialetto, quell’idioma che ho quasi del tutto dimenticato ma che mi è rimasto nel cuore 
 
Io sono andato via, tanti anni fa per lavoro, ma al paese sono rimasti i miei genitori e ogni anno, appena torno, compero dei fiori e vado a trovarli. Mia madre si ammalò mentre ero ancora sotto le armi e quando tornai a casa la trovai che camminava a fatica e si aiutava con un bastone; alla fine non uscì più di casa e si dovette mettere a letto. A differenza di mio padre a lei bastava poco: ricamare, leggere e scrivere, soprattutto la notte, ed io settimanalmente le portavo le parole crociate e tutte quelle riviste che sapevo le faceva piacere leggere. Un pomeriggio, rientrando dal lavoro, la trovai che mi stava aspettando appoggiata alla spalliera del letto, inaspettatamente raggiante e sorridente. Come mi vide mi indicò il settimanale che stava facendo bella mostra di sè sul tavolo e mi invitò a dargli un occhiata. Io lo presi e lo sfogliai, ma non trovando nulla di particolare le chiesi cosa avrei dovuto leggere, cosa avrei dovuto trovarci. Lei mi indicò una pagina e io l’aprii: era un racconto dal titolo leggero e che parlava di due innamorati che erano costretti a vivere lontani, ed era firmato A.M.D.M.. Le chiesi cosa significasse e lei mi rispose che il racconto era suo. Lo aveva scritto lei. Aveva partecipato al concorso indetto dal giornale, l’aveva vinto e la storia era stata pubblicata. Io mi complimentai e le procurai degli album a righe e delle penne che scrivessero agevolmente, come mi aveva chiesto. E da quel giorno, quando entravo in camera sua la trovavo sempre impegnata a scrivere. La malattia stava portando a termine il suo compito e i dottori mi consigliarono, per il mio bene, dissero, di accettare l’evento con rassegnazione perché la medicina non poteva fare di più. Quando mi sposai la sua salute stava ormai peggiorando, ma lei volle essere presente almeno in chiesa. Dopo il matrimonio continuai ad andarla a trovare e grazie a mia moglie, che mi dava una grossa mano, riuscivo ad assisterla senza farle pesare troppo la situazione: a quei tempi non si parlava ancora di badanti. Quando mio padre rimase solo e gli chiesi se voleva venire a stare con noi, lui sdegnato scosse la testa e non rispose, e io non insistetti oltre. Andavo a trovarlo spesso e lo trovavo sempre più stanco, sempre più incupito e curvo, ma non sapevo come aiutarlo, cosa fare. Un giorno mi telefonò per dire che era arrivata della posta indirizzata alla mamma, ma che lui non se la sentiva di aprirla. Era una lettera firmata da una signora di cui non ricordo il nome e che proveniva dalla redazione di quel settimanale che qualche tempo prima aveva pubblicato il suo racconto. Chiedeva perché avesse interrotto la collaborazione e perché non stesse più inviando le risposte alla rubrica delle lettrici. Specificava che avevano la necessità di saperlo al più presto per poter definire l’impaginazione settimanale del giornale. Io rigirai tra le mani quella lettera affrancata in un’altra città e poi chiesi a mio padre se ne sapesse qualcosa, ma neanche lui seppe dirmi niente. Chiesi all’ufficio anagrafe il certificato e, unitamente ad una breve spiegazione in cui chiarivo che né io né mio padre ne sapevamo nulla, specificai che eravamo comunque disponibili a farci carico di eventuali oneri. Inviai il tutto al mittente e attendemmo. A breve arrivò la risposta: no, nessuna penale, anzi, si profusero in mille scuse e si dimostrarono molto dispiaciuti. Spiegarono che oltre a pubblicare i suoi racconti, con mia madre avevano instaurato una specie di collaborazione settimanale, una rubrica dove lei rispondeva alle lettrici che scrivevano al giornale. Aggiunsero che su uno dei prossimi numeri avrebbero anche divulgato la notizia e un suo ricordo. A casa ci rasserenammo e allora volli andare a riprendere tutte quelle riviste che mia madre aveva conservato così gelosamente. Le raccolsi in uno scatolone e portai tutto a casa mia per leggerle con calma. La sera sfogliavo quelle riviste e spesso, a fine pagina, trovavo la sigla A.M.D.M., le sue iniziali. I racconti erano storie di vita vissuta, episodi leggeri e sempre a lieto fine, nulla di più, ma leggendoli per me era come risentire la sua voce mentre scriveva o correggeva. Mi sembrava di rivederla nel suo letto mentre graffiava qui fogli rigati con la sua calligrafia veloce e minuta. Conservai per anni quello scatolone pieno di ricordi, ma poi quelle riviste, tra un trasloco e un altro, sono andate perdute. 
Sono passati tanti anni e adesso che sono in pensione e anche mia moglie ha lasciato il lavoro, ogni estate andiamo a passare una settimana tra quei monti. Alloggiamo sempre allo stesso albergo e una sera, sul tardi, l’albergatore mi invitò a sedere con lui sotto il pergolato: sbocconcellammo speck affumicato e cubetti di lardo; bevemmo del buon vino rosso e forse, o meglio, senza forse, troppa grappa. Parlammo del più e del meno: del tempo, della crisi, dei miei genitori e dell’amicizia che lo aveva legato a mio padre e del bel ricordo che ne serbava. Di tanti ricordi e di poco futuro. Ad un tratto, appoggiando sul tavolo il suo bicchiere di rosso, si alzò. “Aspetta” mi disse: “Ho una cosa per te. Ho conservato da qualche parte due giornali che mi aveva dato tua madre, non so nemmeno quanti anni fa. Spero di trovarli”. Tornò dopo una decina di minuti sconsolato e con le mani vuote. Mi disse che era buio e non riusciva a vedere niente in quello sgabuzzino giù in cantina, ma che il mattino successivo sarebbe tornato a cercare meglio e se li avesse trovati me li avrebbe dati volentieri. Passarono due giorni senza che io gli chiedessi niente e che lui mi facesse cenno di aver trovato qualcosa. Ma il terzo giorno, mentre stavo uscendo dalla sala ristorante, mi sentii chiamare. Era lui che da un cassetto stava prendendo dei giornali e me li stava porgendo. Erano delle riviste vecchie, scolorite, strappate e piene di polvere. Io perplesso gli chiesi cosa fossero, cosa ne avrei dovuto fare. Lui mi disse che prima di gettarle avrei dovuto darle un’occhiata, sfogliarle e leggere alcune pagine interne. Sentendo quelle parole mi rammentai di quando mia madre, tanti anni prima, mi aveva detto la stessa cosa. Ringraziai e incuriosito presi le riviste e le portai in camera mia per cominciare a sfogliarle. Erano riviste che avevo già visto girare per casa dei miei, e ricordavo che a mia madre piaceva leggerle, ma di più non riuscivo a capire. Continuando a voltare le pagine trovai dei racconti che a piè di pagina erano siglati con le iniziali A.M.D.M.. L’emozione mi assalì e gli occhi mi si appannarono. Erano dei racconti firmati da mia madre, ma come mai erano finiti nelle mani dell’albergatore? Tornai giù a cercarlo per chiedergli di raccontarmi come mai quelle riviste, di più di 40 anni, le avesse conservate lui. “Quando le ho trovate”, mi disse. “Erano in un vecchio ripostiglio. Me le aveva date tua madre una volta che ero andato a trovare tuo padre. Era molto preoccupato perché lei stava sempre peggio. Era già malata seriamente e non si poteva più alzando dal letto, ma quando mi vide e mi raccontò di quello che stava facendo, sembrò rianimarsi. Mi parlò delle riviste e volle darmene alcune. Disse che contenevano dei suoi racconti e che le avrebbe fatto piacere se io li avessi letti assieme a mia moglie Nella. Non gliele avevo più restituite perché nel frattempo tutto era successo e non ricordo nemmeno di averle lette. I giornali erano rimasti in casa e poi finirono in cantina. Un giorno, facendo pulizie, mi tornarono in mano e stavo quasi per gettarli, ma ricordando chi me li aveva dati e sapendo che prima o poi tu saresti capitato qui, ho voluto conservarli. Stavano lì da tanti anni. Erano di tua madre, ed ora sono contento di poterteli dare.”
Tornato in camera ripresi a sfogliare quei due settimanali vecchi di oltre 40 anni, e tra le pagine, fragilissime e ingiallite, potevo ancora leggere a fine racconto e a piè di pagina, le sue iniziali. Mia madre si chiamava Anna Maria De Marco.
 


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