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SABATO, LA MIA GIORNATA LIBERA


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Pubblicato da: Categoria: Curiosità

22
APR
2016
Sono andato a letto pensando a domani, sabato, uno dei miei giorni liberi e mentalmente mi sono messo ad elencare tutte le cose che avrei voluto fare: uscire di casa verso le otto; lasciare la macchina al lavaggio; andare dal barbiere a fare barba e capelli; riprendere la macchina e andare dal mio amico Pino a lasciargli il pc portatile, al ritorno un salto in libreria per ritirare il libro che aspettavo e per vedere se ci sono nuovi arrivi.Tornare a casa per il pranzo e nel pomeriggio partita di calcetto con gli amici. Serata in pizzeria con moglie figli e suoceri.
Mi addormento quasi subito ma all’una sono di nuovo sveglio e non riesco più a riprendere sonno: per colpa della peperonata, immagino.E così trascorro il resto della notte girandomi e rigirandomi nel letto, mentre nel sentire mia moglie che dorme così profondamente mi vengono i nervi. Verso le quattro riesco finalmente a riprendere sonno ma subito mi sento scuotere. Apro gli occhi e scorgo Simona china su di me:
«Il caffè, dormiglione. Sono le otto passate e ancora stai poltrendo a letto. Alzati che hai mille cose da fare oggi».
Ancora in uno stato comatoso prendo il caffè e chiedo:
«Perché avrei mille cose da fare, oggi?».
«Perché io preferisco non uscire. La bambina avantieri è stata vaccinata e come ha detto il dottore è meglio che per tre giorni rimanga cautelata e controllata. Così esci tu, tanto è sabato e non hai niente da fare: prima vai alle poste a ritirare le raccomandate, poi passi dalla farmacia a comperare il latte per la bambina, quello per i primi mesi. Ti ho scritto tutto su un foglietto ma ti raccomando di assicurarti che sulla scatola ci sia scritto bene in vista il numero uno. Prendine tre confezioni. Poi vai all’ipermercato a comperare i pannolini. Lì costano meno. Attento a non sbagliarti: prendi la seconda misura, quella per neonati dai tre ai quattro mesi. Al ritorno ti fermi al panificio a prendere il pane e se vuoi una fettina di carne, allungati sino in macelleria».
Con la consapevolezza che il mio programma, minuziosamente stilato in nottata, è ormai andato miseramente in fumo, mi alzo sconsolato e verso le nove, con in tasca il foglietto delle cose da fare, infilo la porta d’ingresso ed esco.
Prima tappa alle poste a ritirare le raccomandate. Ma se c’è una cosa che mi fa imbestialire è trovare nella cassetta delle lettere l’avviso della mancata ricezione. Si può rimanere chiusi in casa per un anno intero e non arriva niente, ma basta che ti assenti per un giorno ed ecco che al rientro trovi la cartolina che ti informa: “causa assenza interessato la raccomandata in oggetto si trova in giacenza presso l’agenzia n….”. Aspetto il mio turno, ma il mio turno non arriva mai. Tutti mi passano davanti e non capisco perché. Poi un’arzilla signora mi fa alzare lo sguardo e mi informa che se non prendo prima il numero, il mio turno non arriverà mai. In effetti mi accorgo che in alto, sopra gli sportelli, è posizionato un display che indica dei numeri progressivi. Ringrazio la signora e vado a strappare il tagliandino e aspetto il mio turno e quando finalmente compare mi avvicino allo sportello e consegno i tre avvisi. L’impiegata mi fa apporre la firma su un registro e poi mi passa da sotto il vetro le tre raccomandate: una riguarda la convocazione della riunione dei soci del circolo (che si è già tenuta la settimana scorsa), la seconda è una contravvenzione per superamento dei limiti di velocità (con annessa decurtazione dei punti sulla patente), su una strada di un centro abitato che non sapevo nemmeno che esistesse. La terza è indirizzata a mia moglie e il mittente è una casa di cosmetici. Uscito dagli uffici postali prendo nota del secondo punto stilato da Simona e vado in farmacia a prendere il latte per la bambina. Entro e aspetto il mio turno, ma dopo un po’ mi accorgo che sopra il bancone c’è un display uguale a quello delle poste e allora mi munisco del lasciapassare che mi permetterà di oltrepassare la linea blu di demarcamento tracciata per terra e aspetto. Aspetto, mentre dentro di me sento salire il nervoso e l’insofferenza verso tutto ciò che riguarda quell’inutile modernità. Finalmente arriva il mio turno e vengo servito e così posso uscire dalla farmacia con le tre confezioni di latte e andare a prenderela macchina per recarmi all’ipermercato a comperare i pannolini. Il parcheggio è enorme ma stracolmo e non riesco a trovare un posto libero, se non nello spazio riservato ai disabili: ma sì…Tanto quanto devo starci per acquistare i pannolini? Entro e per fortuna trovo subito una solerte commessa che mi indica il reparto che cerco e così, una volta presi, faccio subito dietro front con i miei quattro pacchi. Ma arrivato alle casse mi blocco e poi indietreggio: tutte sono in funzione ma ognuna ha una fila interminabile di gente che con al seguito carrelli stracolmi di confezioni di non so cosa, più scatoloni e scatolami che tracimano dai bordi, attende il proprio turno. Mi viene il dubbio che tutti siano al corrente di qualche cosa che io non so. Forse sta arrivando la fine del mondo o una catastrofe è stata annunciata dai TG, perché non si spiegherebbe altrimenti tutta questa marea di gente che sciama e si rincorre tra i reparti e poi, ordinata e pazienti come scolaretti d’altri tempi, attende alle casse il proprio turno. Mi guardo intorno perplesso e poi infilo i quattro bustoni nello scaffale delle bibite ed esco. Avviandomi verso la macchina vedo un vigilante che si sta aggirando tra le auto in sosta e allora, sino a che non raggiungo la mia, fingo di zoppicare. Messo in moto torno alla farmacia di prima, e questa volta strappo subito il tiket, ormai sono diventato esperto e pazientemente aspetto il mio turno per acquistare qui i pannolini. Costeranno un po’ di più, ma almeno non dovrò perdere mezza giornata perfare la fila alla cassa. Acquistati i pannolini cosa mi rimane ancora da fare? A sì: ultima tappa il panificio. Lascio la macchina in doppia fila e con una certa fretta entro nel negozio, ma appena mi avvicino al bancone una solerte commessa, con un grembiulino cosparso di farina, macchiato di salsa di pomodoro e in testa una cuffietta ridicola che le pende da un lato, mi dice che devo aspettare il mio turno e con il dito mi indica il solito aggeggio infernale che sputa i numeri progressivi. Mentre il nervoso continua a salirmi, mi giro e vado a prendere il numero: va bene alle poste, passi nelle farmacie, ma che quella macchina sputa numeri venga installato anche nei panifici mi sembra un’idiozia. Comunque aspetto e quando sento la commessa scandire il mio numero mi avvicino e le chiedo il pane.
«Che tipo di pane signore e quanto ne vuole?».
«Quattro panini grazie».
Le rispondo ma lei, con quella gentilezza forzata, tipica di chi fa il suo lavoro, mi incalza:
«Sì, ma che tipo di pane?».
Smarrito mi guardo intorno con la speranza di incrociare lo sguardo della signora che sta aspettando dietro di me, perché vorrei un consiglio, ma lei fa la sostenuta e allora torno a ripetere alla commessa:
«Del pane. Quattro panini per favore».
Lei mi sorride e poi si gira verso i contenitori e dà inizio ad una cantilenante carrellata di tutta l’esposizione.
«Quale vuole? Pane di Laterza, di Altamura? Questi qui al latte o preferisce quelli all’olio. Oh, vuole quello integrale o ai cereali? Magari preferisce quello senza lievito? Se vuole c’è anche affettato e di grano duro, o desidera magari dei filoncini? Mi dica lei».
Stremato allungo una mano e prendo una confezione di pane che sta appoggiata sul bancone e gliela porgo.
«Prendo questo, grazie».
Lasciata la macchina nel box, mi carico come un mulo e torno a casa con raccomandate, latte, pannolini e pane. Ma non faccio in tempo ad aprire la porta di casa che mia sento investire da mia moglie:
«Ma dove sei stato tutto questo tempo e quante cose hai comprato? Per caso hai svaligiato i negozi?». Sorvola sulle raccomandate, ma mi rimprovera per aver acquistatotre confezioni da dodici di latte. «Ne servivano solo tre di buste di latte, per quando sono assente io e viene mia madre ad occuparsi della bambina». E aggiunge che nemmeno un asilo nido ne ha tante di scorta, e poi concluse: «Dovevano servire solo d’emergenza, ma a te non si può mai chiedere nulla perché combini sempre guai».
E anche per i pannolini ha trovato da ridire, perché si è accorta che non sono stati acquistai all’ipermercato ma in farmacia, dove costano un occhio. E non parliamo poi del pane:
«Ma che pane hai comperato? E perché un chilo? Che ce ne facciamo di tanto? Lo mangiamo solo io e te e domani è vecchio e dovremmo comprarne dell’altro».
Forse, essendomi dimenticato la carne è stata una fortuna, così posso tostare qualche fetta in più di questo pane e poi mangiarmelo come una bruschetta con olio e pomodorini, ma lei non ci casca e continua ad incalzarmi con la sua solita e snervante supponenza.
Vorrei tanto ricordarle che io la spesa non la faccio mai e che i panifici fino ad ora gli ho visti solo dall’esterno, ma lascio correre e intanto penso che alla partita pomeridiana di calcetto potrei anche rinunciare e portare invece il pc a riparare da Pino, la macchina al lavaggio e poi andare anche dal barbiere, ma non faccio in tempo a organizzarmi mentalmente che Simona mi sta già snocciolando il suo programma pomeridiano: andare a comperare degli abitini per la piccola perché quelli che ha cominciano ad andarle stretti e le scarpe da tennis per Lorenzo, e infine passare a casa di una sua amica per contraccambiare la visita. Io, più per cortesia che con convinzione, le chiedo se vuole essere accompagnata, ma dal suo sguardocapisco e allora le chiedo solo:
«A che ora usciamo?».
Lei me lo dice e così realizzo che tutti i miei impegni dovrò rimandarli al sabato successivo.
Speriamo almeno di rilassarci questa sera in pizzeria. Niente da fare: in serata la nostra casa viene invasa da suocero e cognati che vogliono vedere qui da noi la partita d’anticipo del campionato, nonché da suocera e cognate petulanti, più una schiera di mocciosi maleducati che non fanno altro che saccheggiare il frigorifero. E allora, anche se è ancora presto, mi affretto a chiamare la pizzeria sotto casa e ordino dieci pizze e, con la speranza di acquietare quella banda di bassotti strillanti, anche una quantità industriale di patatine fritte.
Andati via tutti, stremato e con il rimbombo delle grida dei cognati e suocero, che per tutta la partita non hanno fatto altro che insultare arbitro e giocatori, vado a letto. E sto per addormentarmi, pensando che domani è domenica e che potrò prendermela comoda, che sento la bambina piangere e Simona chiamarmi:
«Sei già a letto? Per favore alzati e vai a cullare la bambina. Sono stanca morta e la casa è ancora tutta sottosopra».
Mi rialzo traballando e vado a prendere in braccio la piccola per cercare di farla addormentare, ma lei non sembra essere dello stesso parere e continua a frignare e a teneregli occhi spalancati. Allora dico a Simona che la bambina potrebbe avere fame e che forse dovrebbe allattarla, ma lei mi risponde di riscaldare il latte artificiale: "ce n'è così tanto", conclude. Vado in cucina e lo riscaldo e poi cerco di darlo alla bambina con il biberon, ma la piccola fa una smorfia e lo sputa. Decisamente non è di suo gradimento. Io insisto lo stesso e allora succhiando, sputando, piangendo e continuando a sentirsi cullare finalmente si addormenta, e sto per posarla in camera da letto e metterla nella sua culla quando sento la madre che si lamenta perché l’ho svegliata col troppo rumore che ho fatto.
Dopo un po' bimba e mamma finalmente dormono e allora mi metto a letto anch’io e penso che finalmente il sabato è ormai diventando ieri e che non mi resta che superare indenne la domenica e poi aspettare il lunedì per andare a lavorare e magari fermarmi a fare un po’ di straordinario per rimanere fuori di casa il più possibile.
 


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