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CHE FATICA ESSERE DONNA


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Pubblicato da: Categoria: Curiosità

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GIU
2016
Tanta gente ha poco da dire ma tanto da parlare e allora eccoli lì a mitragliare continuamente frasi altisonanti e tanti cioè. Ma per chi è costretto ad ascoltare, le frasi risuonano vuote come noci di cocco e i cioè così tanti e inutili come le mosche e le zanzare. Ma non smettono, perché, così facendo pensano di compiacere chi sta più in alto di loro.
***
Finalmente, poco prima delle due, orario prossimo alla pausa mensa, il capo, finiti i discorsi preconfezionati, ha decretato la fine del briefing, o molto più provincialmente, come dico io, della riunione. Ci fa le ultime raccomandazioni: “Allora d'accordo? Si deve aumentare la produzione, si devono abbattere i costi, si deve premere per il lancio dei nuovi prodotti”. Come se dipendesse solo dai collaboratori, risolvere la crisi aziendale. Comunque, in definitiva, nulla di nuovo. Tutto detto, ridetto e già sentito da anni, da secoli. Per la proprietà va sempre tutto male.
Finito di raccogliere le sue cose si è alzato e, dopo averci fatto un cenno con la mano, lo vedemmo sparire dietro la pesante porta del suo ufficio e allora, con un rumore assordante, dovuto al contemporaneo spostamento delle sedie, ci alzammo anche noi e, senza aver capito un granché su cosa dovevamo fare, siamo tornati ai nostri reparti.
Non avevo fame, e allora sono rimasta in ufficio per chiamare mia madre, che da quando è rimasta sola non si è più ripresa. Mio padre era stato colpito da una malattia molto strana. Misteriosa e indolore all'inizio, inavvertibile nel modo in cui si era presentatasotto forma di un persistente torpore reumatico alle gambe e alle braccia. Solo per gradi si cominciò a capire, più e più chiaramente, attraverso quel torpore, che pur non sembrando preoccupante, qualche cosa di inarrestabile, si stava insinuando nel corpo di mio padre. Quando, con sguardo esterrefatto, mia madre apprese dei medici impotenti la natura della malattia che ormai si stava rivelando in tutto il suo mostruoso decorso, era troppo tardi. La sua opera di devastazione era diventata inarrestabile e nel giro di qualche mese diventò letale. Il male, silenzioso e non dando mai tregua, continuò a spappolare tendini, nervi, legamenti ea succhiare la sua vittima dal didentro, fino a ridurla una corazza vuota e inerte. La medicina non riuscì mai a definire con esattezza il morbo che stava divorando mio padre, e mia madre finì col credere che fosse più un malessere dell'anima che del corpo. Come se in definitiva la malattia avesse già decretata la sua morte e per ultimo si stesse accanendo anche sul corpo. Nei giorni che precedettero la fine papà, anche se i suoi occhi rimasero sempre vividi e la mente lucida, era ormai diventato l'ombra di se stesso. Toccava con le mani il proprio corpo e lo trovava estraneo, come se appartenesse ad un altro, ma stoicamente continuò a sopportare con lucidità e rassegnazione il martirio che sentiva ormai prossimo alla fine.
Da un lato sembrava comprenderee accettare la fatalità, anche se dalla sua bocca non uscì mai un lamento, una preghiera, (non ho mai saputo se fosse un laico o un cattolico, un ateo o un mistico), ma penso che avesse anche una profonda paura di quel nulla che lo stava attendendo, e che tra un po' lo avrebbe inghiottito.
***
Quando mia madre mi chiese di tornare, in quel frangente mi sentii di nuovo in obbligo di provare ancora affetto per lui. E sentivo l’esigenza di stargli vicino e di prodigarmi per cercare di alleviare le sue pene. Non so perché, ma volevo testimoniargli che dovevo a lui, al suo esempio, tutto ciò che di meglio avevo fatto, perché sapevo che la sua soddisfazione più grande era quella di godere dei risultati della figlia. Avevo, o almeno credevo di avere avuto per lui, affetto e riconoscenza. Ma i figli, forse a torto, non si sentono mai dei beneficiati, e pertanto ritengono che tutto ciò che deriva dai genitori, sia loro dovuto. Ed io non facevo eccezione.
***
Me ne sono andata dal paese e da casa molto presto, per studiare. Ed ero finita da una zia, una sorella di mio padre, che ben presto mi diventò antipatica. Diretta, energica, severa, sospettosa. Doveva essere stata bella da giovane, ma col tempo si era trasformata e ora sapeva di stantio, d'antico. Una sera, entrando in salotto, la trovai seduta sulla sua poltrona mentre stava aprendo una lettera che avevo già visto nel pomeriggio, abbandonata sul tavolo. A giudicare da come si rannicchiò sul foglio si sarebbe potuto pensare a qualcosa di estremamente importante, personale, intimo, ma si trattava solo delle nuove tariffe che l'albergo delle terme offriva ai clienti affezionati come lei e che ogni settembre si recavano a passare quindici giorni in quella struttura.
In casa sua ci rimasi sino al compimento dell'ultimo anno di scuola. Non volevo più restare con lei, ma non volevo nemmeno tornare dai miei. Sentivo crescere dentro di me il bisogno di libertà. Volevo rendermi autonoma e così cercai subito un lavoro. Ed anche se le mie condizioni economiche fossero tutt'altro che floride, andai ad abitare, assieme ad altre ragazze che come me studiavano o lavoravano, in un appartamento in periferia. La sera, dalla mia stanza, sentivo le mie compagne confidarsi i loro pensieri, i loro segreti. E talvolta venivano a cercarmi per coinvolgermi nei loro discorsi, ma io facevo spalluccia e non ci cascavo. Stavo bene da sola, anche perché, cosa avrei potuto raccontare di me?
Era il periodo in cui stavo passando da quell'età fantastica, seppur non semplice, né tantomeno serena, della mia giovinezza, a quella che pensavo potesse farmi realizzarei mille progetti che avevo in mente e farmi provare altrettante emozioni. Ma intanto diventavo sempre più cupa, confusa e depressa.
E anche se mia madre continuava a dirmi che sebbene stessi crescendo, restavo sempre una ragazzina capricciosa, testarda e per giunta refrattaria ad accettare i suoi consigli, quando tornavo a casa, con qualche riserva, perché percepivo che mi parlava con studiata sufficienza e con altrettanta sottile ironia, la stavo ad ascoltarla. Ma, a poco a poco, non riuscendo più a sopportarla, a seguire quello che stava dicendo, cominciavo a sentirmi a disagio e cercavo una via d’uscita. Era sempre la stessa cosa, provavo nei suoi confronti una specie di gelo, subito seguito dal bisogno di andarmene via.
Avevo bisogno di restare da sola e allora, tornata a casa, nella mia stanzetta, mi mettevo davanti allo specchio e cominciavo a truccarmi. Ma vedendo la mia faccia pallida, smorta, gli occhi spenti, i capelli aridi che nemmeno sotto al pettine volevano prendere forma, mi sembrava tutto così assurdo che finivo per comportarmi come Anna, una mia amica, che per un amore finito, passava le giornate in camera sua, molte ore a letto, spettinata, con il trucco sfatto e la mente assente.
Mi detestavo e anch’io,come Anna, facevo fatica a trovare una ragione per reagire a quell'apatia che giorno dopo giornosi stava impadronendo di me. C’era stato un uomo, Flaviano, ma sebbene avesse dimostrato nei miei confronti un certo interesse. Più di un certo interesse, alla fine dovetti convenirne: gli uomini sono tutti uguali. Tutti così: deboli, piagnucolosi e senza il coraggio di sentimenti sinceri; senza cuore, se non per i loro comodi. Un giorno gli chiesi, perché non mi era mai accaduto prima di ricordare la mia infanzia con tanto piacere, di venire con me a visitare i luoghi dove ero stata bene e di cui avevo un bel ricordo. Volevo che rivivesse con me quei momenti ormai lontani, ma sempre vivi e per me indimenticabili. Ma questo giro, iniziato con gioia, diede anche il colpo di grazia alle mie speranze di aver trovato finalmente l’uomo che mi avrebbe capita ed amata. Flaviano non guardava, non mi ascoltava, non si interessava di nulla. Fissava inespressivo davanti a se l’orizzonte e così lasciai che la nostra unione, già precaria, naufragasse in quel pomeriggio assolato.
***
Ora le mie giornate si stavano trascinandonell’inedia assoluta. Poi, finalmente, trovai lavoro presso un'azienda di cosmetici. Lavoro che mi piaceva e dove ero riuscita a fare una discreta carriera. Ero con il cellulare in mano, in attesa dei colleghi, e di quella forza che mi mancava per chiamare mia madre. Cosa avrei potuto chiederle che già non sapessi. Cosa avrebbe potuto sapere di me che già non le avessi detto? Ma ecco, finalmente sento delle vociche si avvicinava. Sono i colleghi che hanno terminato la pausa e stanno rientrando per riprendere il lavoro.
«Perché non sei venuta anche tu? Vuoi risolvere i problemi che ci ha elencato il capo, da sola?», mi chiese Fabrizio, il collega che aveva la postazione di fronte alla mia. Io non gli risposi e continuai a fingere di interessarmi ai dati che il monitor mi rimandava.
Nel pomeriggio, sul tardi, uscii per una commissione che l'azienda mi aveva affidato. Ero stata incaricata di consegnare una busta riservata ad un cliente importante. Dandomi la lettera mi avevano detto che il prestigioso cliente, a causa dei suoi impegni, non sarebbe potuto passare da noi, perciò sarei dovuta andarci io a consegnargliela, cercando, però, di fare attenzione a quanto mi avrebbe detto.
Pensai a una barzelletta e sorrisi. Non credevo assolutamente che il cliente potesse confidarsi con me. Quando entrai nell’hotel, dove alloggiava la persona che cercavo, presi dalla borsa la busta e, per non sbagliarmi, rilessi il nome del destinatario: dott. Francesquetti e, avvicinatami alla reception, chiesi dove l'avrei potuto trovarlo. «Provi nella sala ristorante signorina. Sono tutti li dentro», si limitò a dire il portiere, e poi mi indicò con la mano la direzione che avrei dovuto prendere. Era ora di cena e quando mi affacciai sulla porta vidi tanta gente, tutta seduta attorno ai tavoli imbanditi.
***
«Si accomodi signorina. Prego», mi disse un cameriere che in quel momento mi stava passando davanti. Io gli risposi che ero lì solo per consegnare dei documenti ad un signore, il Dott. Francesquetti, e così gli chiesi se poteva indicarmelo. «Certo signora, è quel signore robusto, seduto al tavolo 5».
Io ringraziai e con un po’ di imbarazzo mi avvicinai a quel tavolo e chiesi:« Buona sera. Mi scusi. E’ lei il Dott. Francesquetti?».
Lui alzò lo sguardo, mi fece un cenno affermativo col capo e mentre mi stavo presentando e gli porgevo la busta, mi interruppe: «No. No. Signorina. A tavola non si parla di lavoro, la prego. Abbia un po’ di pazienza e si accomodi con me. Cosa posso farle portare?».
Imbarazzata non sapevo cosa fare, né come comportarmi. Per l’azienda quel cliente era molto importante, e allora pensai di assecondarlo.
«Si sieda la prego, e mi dica cosa prende».
Effettivamente un po’ d'appetito ce l'avevo, perché durante la pausa mensa ero rimasta ad arrovellarmi il cervello con le mie solite depressive miserie.
«Decida lei, Dottore. Per me va bene tutto». Gli risposi, sedendomi.
«Cosa preferisce da bere? Succo di limone, spremuta d’arancia, acqua minerale. O magari preferisce il vino?», mi chiese, appena seduta,con la busta in mano, che non sapevo dove appoggiare. «Su su, me la dia. Mi sembra un'anima in pena. Cerchi di rilassarsi». E togliendomi dalle mani la busta, se l’infilò in tasca.
Cenai con lui. Era un signore attempato, proprietario di una catena di negozi di prodotti cosmetici, sparsi per mezza Europa.
«E' stata una giornata molto strana e la ringrazio di aver accettato di farmi compagnia».
Mentre lui continuava a scolare un bicchiere dietro l'altro di vino, a me la cena sembrò non voler finire mai. Sembrava che tutto, con la complicità dei camerieri, si svolgesse al rallentatore. Restammo a tavola non so per quanto tempo, poi, dopo essersi fatto portare un doppio whisky, ed esserselo scolato in un sorso solo, si alzò e chiamandomi "piccola", mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “andiamo”.
« Dove, scusi?», gli chiesi. Più stupita che preoccupata.
«Io sono solo. Tu sei sola. Possiamo farci un po' di dolce compagnia, che ne dici?».
In quel momento ebbi la certezza di aver capito tutto. Ecco perché il capo aveva insistito tanto perché andassi proprio io a portare la lettera, che probabilmente era vuota.
«Mi scusi, ma si è fatto tardi e devo andare». Lui sembrò sorpreso. Forse, non si aspettava quella risposta da me. Ma fece finta di niente e, forse pensando che la mia fosse solo una manfrina, ancora per un po' continuò ad insistere, a dirmi di rilassarmi, parlò di un regalino, poi, quando si rese conto che non ero disposta a passare il resto della serata e la notte con lui, mi liquidò sgarbatamente, si fece portare dal cameriere un altro doppio whisky e poi mi mandò al diavolo.
Il mattino successivo, appena giunta in ufficio, trovai un clima a dir poco ostile nei miei confronti, soprattutto da parte del mio capo. Era scontroso. Per qualsiasi cosa che gli andassi a dire, lui rispondeva contrariato e mi liquidava frettolosamente con un cenno della mano.
«Guardi che la busta, ieri sera, l'ho consegnata personalmente nelle mani del destinatario», gli dissi, proprio per verificare se i miei sospetti fossero fondati.
«Sì, sì. Lo so. L'ho saputo già ieri sera. Peccato che tu non abbia capito, non ti renda conto di quanto sia importante per noi, per l'azienda, quel cliente». Avevo capito benissimo invece. E allora, tornata nel reparto, raccolsi le mie cose e prima di spegnere il pc, scrissi due righe di commiato e le lasciai sulla scrivania.
«Io esco. Se mi cerca qualcuno dagli questo», dissi al mio collega, poi me ne andai.
***
E' stata dura ricominciare, trovare un altro lavoro, ma alla fine ci sono riuscita e sono riuscita anche a trovare un appartamento tutto per me, che ora condivido con Ernesto.
Il lato ancora desolatamente vuoto, quello sentimentale, lo colmai qualche mese dopo, quando conobbi, appunto, Ernesto, il ragazzo che amo alla follia e che mi prese a lavorare con lui nel suo laboratorio fotografico.
«Ho bisogno di un aiuto, è vero. Ma se accetti di lavorare con me Amanda, sappi sin da subito che qui si mangia solo se si guadagna. E non è facile. Io sono sempre in giro e tu ti dovresti occupare del negozio: vendita, prenotazioni, rispondere al telefono. Te la senti?». Scoppiai in una fragorosa risata, e gli risposi che se era tutto lì quello che dovevo fare, poteva stare tranquillo. Da allora sono tre anni che lavoriamo e stiamo assieme, e sebbene le sue preoccupazioni economiche persistano ancora, siamo sempre riusciti a guadagnare a sufficienza per mangiare e per toglierci anche qualche svago e soddisfazione.
 


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