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ALL´AGRITURISMO


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Pubblicato da: Categoria: Curiosità

4
AGO
2016
Sei mesi su una piattaforma petrolifera nel mare del nord, tra ghiaccio, onde alte tre metri, vento e tempeste di neve, mi avevano sfiancato, così, ricevuto il cambio e tornato a casa per tre mesi, sentivo solo il bisogno di rilassarmi. Ma dopo una settimana trascorsa in città, con quel traffico assordante, clacson, sirene, allarmi e confusione continua, cominciai ad averne abbastanza eallora, per trovare un po’ di pace, decisi di recarmi in campagna, magari in un agriturismo immerso nel verde. Su internet ne trovai uno con tutte le caratteristiche che desideravo e allora prenotai e partii. L’alta stagione non era ancora iniziata e la struttura veniva presa d’assalto solo il sabato e la domenica, per cui, per il resto della settimana, ospitava me ed una signora che non si vedeva mai in giro.
Il mattino mi alzavo presto e dopo aver fatto colazione andavo al maneggio, mi facevo sellare sempre la solita cavalla e poi via, a farmi una lunga passeggiata su quei sentieri percorsi solo dagli animali al pascolo, da contadini oda qualche raro escursionista. Mi inoltravo nei boschi, rasentavo ruscelli, salivo sino alle radure più alte e poi rientravo. Una rapida doccia ed ero pronto per il pranzo.
Il pomeriggio riposo assoluto: televisione accesa solo per sentire i titoli dei telegiornali, qualche lettura, all’imbrunire una passeggiata per osservare gli animali che al calar del sole tornavano lentamente alle loro dimore e quando mi capitava di incontrare il fattore, che la sera puntualmente faceva il giro del podere per controllare che tutto fosse in ordine e tranquillo, scambiavamo qualche parola sul tempo, sul raccolto, sulla giornata e poi tornavo all’agriturismo per la cena.
Nella saletta ristorante arrivava anche quella signora che di giorno non vedevo mai in giro. Le prime volte ci scambiavamo dei semplici cenni di saluto. Finita la cena un altro rapido cenno e poi, in attesa che il sonno mi portasse a letto, andavo a sedermi sul dondolo in giardino. In seguito, con quella signora, oltre che a scambiarci il saluto, finimmo per rivolgerci anche qualche parola e una sera, dopo cena, la trovai in giardino, seduta sul dondolo.
«Le ho rubato il posto. Ma se vuole può venire a sedersi anche lei. Ci si sta benissimo anche in due», mi disse, appena mi vide sulla porta che affacciava sul giardino.
«Grazie. Ma non importa. Sono uscito per prendere una boccata d’aria, prima di andare a dormire», le risposi. Lei con la mano picchiettò sul sedile e insistette:
«Venga. Si sieda. Non mi faccia sentire in colpa per averle rubato il posto. La sera, dalla mia finestra, la vedo spesso seduto su questo dondolo.»
Accettai il suo invito e andai a sedermi accanto a lei e meccanicamente facemmo dondolare lentamente il sedile, poi ci alzammo e andammo a fare due passi nei dintorni.
***
Cominciammo a parlare e così seppi che era una scrittrice; che stava tappata tutto il giorno in camera sua perché aveva urgenza di consegnare il manoscritto. Aggiunse che la stesura l’aveva ultimata e che aspettava, prima di inviarlo all’editore, di far trascorrere qualche giorno per poi rileggerlo a mente fredda. «Che pace. Che serenità questo luogo. E poi guardi che cielo stellato. In città non ho mai visto tante stelle tutte assieme. Sembra di essere immersi nella via Lattea», mi disse, mentre percorrevamo la stradina sterrata che portava al cancello d’ingresso.
«Sì. Sono venuto qui anch’io per la tranquillità che questo posto offre.», le risposi. Lei mi chiese che lavoro svolgessi e allora le risposi che ero un ingegnere, tecnico di un’azienda petrolifera; che mi occupavo dell’estrazione del greggio e che pertanto trascorrevo buona parte dell’anno su delle piattaforme dislocate sui vari oceani. Lei mi chiese, stupita, come mai, dopo tanti giorni trascorsi quasi in isolamento, fuori dal mondo, avessi scelto quel luogo altrettanto isolato e le risposi che il dinamismo della città non faceva per me. Non riuscivo più a sopportarlo. Troppa confusione. Troppi avvenimenti che da vicino assumono un’importanza vitale e sembrano essenziali, ma che visti da lontano, sotto un’ottica diversa, non destano più nessun interesse. Aggiunsi che non ero più abituato allo stress quotidiano della città, e proprio per questo avevo scelto quel lavoro. Poi, per non annoiarla troppo, parlando solo di me, le chiesi come mai anche lei avesse scelto quel luogo.
«Gliel’ho detto. Avevo urgenza di terminare il romanzo che sto scrivendo. Io ci vivo in città, ed ero tempestata da telefonate. Disturbata ogni momento da questo o da quello. Inviti, partecipazioni. Poi c’erano le normali faccende domestiche e non riuscivo a combinare nulla. Allora, dopo l’ennesimo sollecito dell’editore, ho chiuso casa e ho fatto perdere le mie tracce».
Vedendo che ero rimasto in silenzio, in realtà ero solo sovrappensiero, ritenne di dover aggiungere che era stata sposata, ma che ora non lo era più...
« … Io non ero nata per fare la moglie, anche se all’inizio sono stata felice con mio marito. Volevo dedicarmi alla scrittura. Ero convinta che quella fosse la mia strada. Scrivere mi è sempre piaciuto, non solo, per me è una necessità. Un’esigenza. Ho anche un figlio, Giacomo. Ma ormai è grande, autonomo e si trova negli Stati Uniti. Lavora e frequenta il college e non ha più nessuna intenzione di ritornare. Mio marito era un imprenditore edile, dico era, perché dopo il divorzio si è trasferito con la sua azienda in qualche paese dell’est e di lui non ne ho più saputo niente. All’inizio andava tutto bene. Poi, quando si è palesato chiaramente che i nostri interessi divergevano su tutto, e anche perché tutti e due speravamo che intanto qualche cosa ci potesse far riavvicinare, decidemmo di attendere la crescita di nostro figlio. Ma non è stato così e allora abbiamo preferito separarci. Ma la prego, mi parli di lei. Non voglio annoiarla con le mie disavventure sentimentali. Senz’altro lei ha molte più cose interessanti da raccontare. Viaggi, avventure.»
Le risposi che c’era ben poco d’interessante da raccontare su sei mesi consecutivi trascorsi su una piattaforma petrolifera, in mezzo al mare, attento a controllare monitor, manometri, pressione nelle condutture efacendo riparazioni e manutenzioni continue. Lei sembrò quasi delusa della mia risposta, come a voler significare che avrebbe voluto trarne un soggetto, uno spunto per un suo prossimo romanzo.
***
Il mattino dopo, sceso per la colazione, la trovai che stava sorseggiando il caffèe come mi vide mi rivolse un sorriso smagliante e poi disse:
«Buon giorno. Ho pensato, se non ha nulla in contrario, di venire anch’io con lei a fare una passeggiata a cavallo. Non si preoccupi, so cavalcare. Solo non ci vado da tempo. Del resto sono già pronta ed equipaggiata, vede?»
E dicendo così da sotto il tavolo fece uscire una gamba e mi fece vedere che indossava i calzoni d’amazzone e glistivali. Io contraccambiai il sorriso e una volta finito di bere il mio caffè, ci incamminammo. Giunti al maneggio, salutò il fattore e gli raccomandò di darle il cavallo più tranquillo che aveva e di sellarlo con una sella western.
«Per potermi aggrappare al pomello, se mai non mi sentissi sicura o stessi per cadere», spiegò allo stalliere che la stava osservando perplesso.Trascorremmo la giornata in mezzo alla natura, procurandoci dei panini ad un chiosco che trovammo in uno spiazzo, nei pressi di una seggiovia, e poi proseguimmo tra i boschi sino a sera.
Si chiamava Luisa. Aveva fatto la giornalista per diversi anni ed ora, come mi aveva già riferito, scriveva romanzi.
«Quello che sto finendo di scrivere, tra il dovermi documentare e le ricerche necessarie, mi ha portato via più di due anni di lavoro. E’ ambientato nel settecento e racconta la storia di due ragazzi di nobili origini che si vogliono bene, ma il loro amore è contrastato dalle famiglie».
Io la guardai perplesso, come a volerle ricordare che forse ci aveva già pensato qualcun altro a scrivere una storia simile.
«No. Non si preoccupi. Il mio romanzo non calca le orme di Shakespeare. La mia storia, a differenza di quella di Giulietta e Romeo, ha un lieto fine», concluse ridendo e poi aggiunse:
«Sono quasi tentata di farglielo leggere in anteprima, per conoscere il suo parere. Ma forse è meglio di no. Anzi, pensandoci bene, preferiscoche lo acquistiin libreria e poi se lo legga in mezzo all’oceano. Forse le farebbe anche un po’ di compagnia».
***
Quando tornammo al maneggio ero stanco morto e le gambe e il fondo schiena erano tutto un dolore; lasciati i cavalli e tornati all’agriturismo,prima di separarci, Luisa esordì:
«Se ti va bene, tra un oretta ceniamo assieme, Lorenzo. E pertanto dì al cameriere di approntare due coperti allo stesso tavolo, per favore».
***
Luisa aveva qualche anno più di me, ma ne dimostrava dieci in meno. Forse perché lo stress che si accumula sulle piattaforme, al largo degli oceani, fa invecchiare prima, non lo so, ma al suo fianco potevo essere tranquillamente scambiato per suo padre. E mi venne da pensare a quello che mi aveva detto a proposito del suo matrimonio e delle cause che lo avevano fatto naufragare: “… i nostri interessi divergevano su tutto”. Anch’io ero stato sposato e gli interesse in comune con mia moglie, invece, erano stati tanti. Nostro figlio, prima di tutto. Un ragazzo sano, bello da fare invidia. Alto, due occhi azzurri come la grotta di Capri. Intelligente. Studioso.
Ma quando, in una notte di pioggia, mentre stava tornando a casa, un incidente stradale se lo portò via, il nostro matrimonio ebbe uno scossone e le conseguenze furono irreversibili. Alla notizia, da prima provammo incredulità, poi venimmo travolti da un dolore indescrivibile, incalcolabile, devastante, che ci ridusse a due larve inanimate. Non avevamo più la forza per reagire, per andare avanti. Lei, china su se stessa, chiusa nel mutismo, in un silenzio interrotto solo dal pianto e da brevi borbottii inespressivi, finì con l’annientarsi. Se parlava lo faceva solo per dare a me la colpa di ciò che era successo. Perché, a suo dire, non ero stato capace di impormi, di impedirgli di acquistare quella macchina. Io, da parte mia, cercai di reagire, ma inutilmente e per affrontare la quotidianità non mi restò altro da fare che rifugiarmi nel pianto e nell’alcool. E quando mia moglie se ne andò di casa, perché tra quelle mura non poteva più restare, perché tutto le sembrava irreale e il dolore insopportabile, finì con l’autodistruggersi su un letto d’ospedale. Io cercai di starle vicino sino all’ultimo, ma fu tutto inutile. Rimasto solo, mi tuffai nel lavoro, ma non sopportando più sguardi pietosi, di sentirmi rivolgere inutili frasi dicircostanza, andai arifugiarmi in mezzo all’oceano, dove credevo che il grande medicoche è il tempo potesse aiutarmi… Ma a un lutto, ad un dolore, alla lunga ci si abitua e si riesce anche a conviverci, ma non si guarisce.
***
Nella saletta ristorante scesi prima di Luisae nell’attesa mi attardai a guardare i quadri appesi alle pareti: tutti uguali i quadri esposti nei ristoranti e negli alberghi.
« Eccomi qui. Spero di non averti fatto attendere troppo», mi disse Luisa, radiosa nel suo vestitino di lino, mentre si sedeva e svolgevail suo tovagliolo.
«Tu non ti siedi? Dopo una giornata intensa come quella di oggi, non hai appetito?».
Io le feci cenno di sì e lei incominciò a parlare subito del suo libro.
«Sai. Ho tardato a scendere perché ho voluto stampare il primo capitolo. Voglio leggertelo dopo, seduti sul dondolo. Così mi dirai cosa ne pensi».
Cenando, la mia unica preoccupazione era quella di trovare il modo per potermi svincolare dalla sua proposta.
«Scusami Luisa, ma sono stanco. Sono tutto dolorante e di restare ancora seduto non me la sento proprio. Se non ti dispiace, rimandiamo ad un altro giorno».
Da prima lei sembrò rimanerci male, poi replicò:
«Se vuoi facciamo così: tu ti sdrai sul letto e io intanto ti leggo il primo capitolo. Non è lunghissimo. Che ne dici?».
Scossi lentamente la testa e aggiunsi che mi scusavo, ma ero proprio stanco e avevo sonno.
«Sarà per un’altra volta Luisa. Te lo prometto».
«Allora ci conto. Riuscirò a leggertelo, vero? Domani magari, o dopodomani. Promesso?»
«Sì. Va bene».
Azzardai, senza sapere a quale domanda stessi rispondendo.
Tornato in camera mia,sul telefonino trovai tre chiamate perse. Era l’azienda che mi stava cercando. Strano a quell’ora. Incuriosito richiamai.
« Senti Lorenzo. Abbiamo un problema. Ci hanno comunicato che su una nostra piattaforma, tra la Sicilia e la Tunisia, si sono verificate delle anomalie. Solo tu, con la tua esperienza, con la tua professionalità, capacità e con la tua…».
Innervosito per quella sviolinata che non voleva essere altro che il preludio di una solenne fregatura, interruppi e risposi: «Okay. E dopo questa manifesta manfrina, che vi risparmio, e venendo al sodo, mi chiedete di andarci io. Vero?».
***
Il mattino successivo, con il borsone pieno dalle mie cose, attesi che Luisa scendesse per la prima colazione e quando la vidi sulle scale le andai incontro e le dissi della telefonata della sera prima. Lei non sembrò dispiaciuta e siccome nessuna chimica si era innescata tra noi, nemmeno io provai nessuna emozione nel doverle dire che stavo partendo. Lei era una scrittrice che si esprimeva attraverso le trame dei suoi romanzi, mentre io ero solo un relitto che non riusciva più a trovare una collocazione in questo mondo che non accettavo più.
Luisa voleva che portassi con me il suo manoscritti e io le risposi che preferivo acquistarlo in libreria. Lei fece calare su di noi uno strano silenzio, nessun rumore, come un cappotto quando lo si indossa, ma intanto assunse un’aria quasi di sfida, come ad iscrivere mentalmente il mio rifiuto sulla lista delle rivincite da doversi prendere. Io finsi di non aver notato nulla del suo malcontento e registrai quel suo modo di fare nella colonna dei debiti da farle saldare.
Rivalse inutili le nostre, perché Luisa non la rividi mai più e il suo libro lo lessi, solo anni dopo, quando notai la sua fotografia sulla copertina del libro, confuso tra tanti altri, su una bancarella, in un mercatino domenicale.
 


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