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AMARCORD/FRANCO SELVAGGI, QUANDO ILCALCIO E´ POESIA

Pubblicato da: Categoria: Sport

21
GIU
2018

Si può diventare campione del mondo nel anche senza disputare alcuna partita nella fase finale del Mondiale spagnolo: ecco cosa accadde a "Spadino", l'attaccante di manovra che impose il suo modo di giocare al calcio per ben cinque anni a Taranto, dando e ricevendo tanto dal mitico Iacovone

 Quando Franco Selvaggi giunse a Taranto (correva l'anno 1974), aveva già 21 anni e due esperienze in squadre militanti in serie A, quali Ternana e, in seguito, Roma. Aveva mostrato il suo talento ma i tecnici di allora, soprattutto quelli della capitale, non avevano creduto in lui. In fondo non riuscivano a comprendere se fosse un attaccante o un centrocampista. Erano gli anni in cui non si credeva troppo negli estrosi e si cercavano calciatori dal ruolo ben definito. Gli ultimi esempi erano stati Rivera e Mazzola: sappiamo tutti quanto avevano dovuto lottare per imporsi,  giungendo, addirittura, a fare la classica staffetta in Nazionale perché nessuno riusciva a vederli insieme in campo. Franco calzava il 38 e, con il suo piedino magico, era capace di indirizzare la palla in qualunque punto del campo con una naturalezza che posseggono solo i grandi campioni. Eppure giocava a Taranto, una squadra di serie B, sempre invischiata nella lotta per non retrocedere in quella serie C che veniva vista dai tifosi come un inferno. Lo stadio Salinella, ancora con i tubi innocenti e con le sedie pieghevoli che facevano un gran baccano quando i supporters le muovevano per incitare la squadra ad andare ad attaccare gli avversari, era, pian piano, divenuto la sua casa. Mai nessuno avrebbe potuto immaginare una formazione del Taranto senza il suo funambolo in campo. Piccolo di statura, non riusciva a far gol solo di testa; ma la storia racconta di gol memorabili con ambedue i piedi e di dribbling e lanci da favola. Il campionato 77-78 segnò la svolta della sua vita: il Taranto viaggiava, per la prima volta nella sua storia, costantemente nelle zone alte della classifica di serie B: in città era una festa continua. Purtroppo, come già descritto in uno dei nostri precedenti articoli di sport, il 6 febbraio del 78, perse la vita, tragicamente, il suo compagno d'attacco Erasmo Iacovone. L'allora presidente dei rossoblù, Giovanni Fico, preso dallo sconforto, a fine campionato smembrò la squadra e Franco finì in serie A. Sbarcò a Cagliari dove dovette metterci molto per farsi conoscere ma, magicamente, una domenica, era il 3 febbraio del 1980, sugli spalti del Sant'Elia comparvero centinaia di bandiere rossoblù. Non erano quelle dei cagliaritani ma, bensì, quelle di tanti tarentini, militari della Marina Militare Italiana, le cui navi che avevano come base Taranto, di ritorno da un'esercitazione nel Mar Tirreno, erano ormeggiate nel porto di Cagliari. Fu un trionfo: Franco Selvaggi segnò una splendida doppietta ed entrò definitivamente nei cuori dei tifosi sardi che lo consacrarono come erede di Gigi Riva. Noi (lo scrivente) eravamo lì e premiammo il calciatore con una medaglia in argento che gli avrebbe portato fortuna. Da quel momento iniziò per lui la carriera di goleador: 12 reti in quel campionato e tantissimi in quelli a seguire, compreso quelli in Nazionale dove, anche in questo caso, dovette andare controcorrente per mettersi in luce: fu utilizzato nell'Under 21 come fuori quota ed esordì con una doppietta al Lussemburgo. Enzo Bearzot, l'allenatore degli Azzurri dell'epoca, non esitò a inserirlo fra gli uomini di quell'attacco che annoverava, fra gli altri, un certo Paolo Rossi. Franco non giocò le partite della fase finale di quel Mondiale del 82, vinto in finale con la Germania, ma fu di grande aiuto al tecnico, soprattutto dal punto di vista morale. Bearzot raccontò poi di aver avuto da Franco Selvaggi quell'ingrediente che era mancato, in precedenza, nel gruppo: l'allegria. Franco era sempre pronto a fare battute ironiche e a sdrammatizzare qualunque cosa. La sua storia nei campionati di calcio passò poi da Torino, Udine, Milano (sponda Inter) per poi concludersi, nel 86/87, in serie B a Sambenedetto del Tronto. I suoi 49 gol nella massima serie sono all'attestazione di una carriera tutta in salita, colma di soddisfazioni. L'intervista: «Ho vissuto il successo senza frustrazioni e con orgoglio. Quel titolo è anche mio». Questa la sua frase celebre dedicata ai suoi detrattori, che l'accusavano di esser divenuto campione del Mondo senza giocare. L'altra chicca:  «L' impresa fu sopportare Tardelli». Il motivo è diverso da quello che si potrebbe immaginare: «Bearzot mi chiese un sacrificio: dividere la camera con Marco, che soffriva d' insonnia». Stuzzicato sull'argomento, va a ruota libera: «Sì, quel Mondiale l'ho vinto anch'io. Indipendentemente da quello che dicono gli almanacchi, indipendentemente dalle convenzioni: l'ho vinto contribuendo alla qualificazione dell'Italia, l'ho vinto allenandomi giorno per giorno coi miei compagni che giocavano, l'ho vinto soffrendo con loro, gioendo con loro, incoraggiandoli e spronandoli: l' ho vinto... sopportando Tardelli per quaranta giorni e, soprattutto, per quaranta notti. Sapete che cosa vuol dire stare in camera con Marco Tardelli? Vuol dire non dormire mai!». Bearzot ti chiese, praticamente, un sacrificio. «Tardelli era elettrico come una lampadina: c'erano dei momenti in cui, se fosse già esistito il telefono cellulare, sarebbe bastato appoggiarglielo in mano per ricaricarlo. Dopo certe partite poi...». Dopo Italia-Argentina, per esempio, quella della «svolta» e del suo primo gol? «Già: alle sei di mattina, avevamo ormai parlato di tutto, ma proprio di tutto. Gli dissi: Marco io dormirei un po'.. e lui mi rispose: dai Franco, non hai proprio voglia di fare due chiacchiere?». Franco Selvaggi probabilmente ha ragione: un Mondiale si vince in tanti modi. E lo ribadisce con orgoglio a distanza di più di trent'anni: «Sia ben chiaro che io venni convocato per meriti calcistici, non come si disse allora, per creare un alibi all'esclusione di Pruzzo. Sia io che Pruzzo eravamo stati provati, avevamo avuto le nostre occasioni in azzurro: ma alla fine Bearzot scelse me. Non ero l' ultimo arrivato: a Cagliari ero qualcuno, anzi ero quasi un idolo; tre campionati, tantissimi gol. Mi aveva voluto e ingaggiato Gigi Riva nella sua bella parentesi da dirigente. Ero stato il primo, dopo di lui, a rappresentare la Sardegna in maglia azzurra. Ero arrivato al Mondiale con tre partite da titolare alle spalle, tutte al fianco di Graziani, che era rimasto solo a causa dell' infortunio di Bettega. Poi rientrò Paolo Rossi: ma Bearzot mi confermò la fiducia e mi portò con sé». Il post carriera: da allenatore prima e da dirigente poi, non ci sono state molte soddisazioni per Franco. Perlomeno ancora deve accadere qualcosa d'importante. Restano negli annali due esperienze a nella sua Taranto, città che lo adora: una da allenatore in serie D ed un'altra da dirigente in lega pro. Nessuna delle due viene ben ricordata. Ma, noi per primi, siamo pronti a scommettere che Franco possa dire la sua, molto presto, anche fuori dal terreno di gioco e, magari, proprio ricominciando da Taranto.



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