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LA CARTA D´IDENTITÁ SMARRITA

Pubblicato da: Categoria: racconto

22
FEB
2017

Faustino Berardinelli, anni quarantasei. Qualifica operaio semplice, capace cioè di fare un po’ di tutto, ma niente in particolare. Politicamente collocato sia a destra sia a sinistra, secondo le circostanze; delegato di un sindacato che annoverava più lettere nellasua sigla che iscritti. Solerte organizzatore ditutti gli scioperi che venivano indetti, sia nazionali sia aziendali, tanto che alla prima infornata di cassaintegrati che l’azienda aveva stilato, luisi era trovato in cima alla lista.
Meno male che la moglie lavorava all’Edil Progetti Industriali. Faceva l’impiegata e stava alla scrivania dalle otto del mattinoalle diciotto di sera,salvo straordinario,naturalmente non sempre retribuito. Stipendio un po’ più alto di quello del marito, anche prima, figurarsi ora che lui era in cassa integrazione.
Tutte le mattine, uscita la moglie, Faustino si trovava a girare per casa da solo, e quello che gli dava più sui nervierano le quotidiane incombenze di una casalinga che ora doveva sbrigare lui.
Quella mattina, quando squillò il telefono,Faustino lasciò che squillasse per un po’, tanto sapeva chi lo stava chiamando e sapeva anche che avrebbe continuato asquillare sino a che non fosse andato a rispondere. Sicuramente era sua moglie che aveva dimenticato di dirgli quelloche doveva fare, quindi,conveniva alzarsi e andare a rispondere:
«Pronto».
«Pronto. Buongiorno, qui è la polizia municipale. Dovremmo parlare con la signora Marisa Maggiova».
«È mia moglie, ma non è in casa». Rispose Faustino.
Ma cosa volevano i vigili urbani da sua moglie, forse una multa?
«Allora posso dire a lei?» Chiese la voce dall’altro capo del filo.
Certo che poteva, ma in definitiva di cosa si trattava?
I vigili volevano informare la signora che la sua carta d’identità era stata ritrovata a Polignano a Mare e che i colleghi di quel comune l’avevano inviata a loro per la restituzione all’interessata.
Poteva ripetere, per favore? Dov’era stata trovata la carta d’identità di sua moglie?
A Polignano a Mare, e i vigili di lì l’avevano inviata ai colleghi di Fasano per la consegna.
«Polignano a Mare, dice?»
«Sì, esatto. Però, alla carta d’identità manca la fotografia, sembra sia stata strappata e pertanto sua moglie dovràrichiederne il duplicato. E le volevo anche chiedere dipassare domani, lei o sua moglie, a ritirarla, sa, per una firma attestante l’avvenuta ricezione».
«Mia moglie lavora sino a sera ed io sono a casa con la febbre». Mentì Faustino.
«Va bene, allora domattina verrà un nostro agente a portargliela».
Chiusa la telefonata, stette a scervellarsi tutto il giorno ma non riuscì a darsi una spiegazione del perché e del percome la carta d’identità della moglie fosse finita a Polignano a Mare. Se le fosserostati rubatii documenti, senz’altro glielo avrebbe detto.
Quando la sera rientrò la moglie, lui avrebbe voluto chiederle spiegazioni, ma era così arrabbiata, così nervosa, con un diavolo per capello, che l’avrebbe capito anche un cieco che era meglio lasciarla stare.
Era successo, disse la moglie, mentre si stava spogliando per andarsi a farela doccia, che l’altra impiegatadell’Edil Progetti Industriali, si era licenziata: otto giorni di malattia che valevano come preavviso, e via. Così da ora in avanti toccava a lei fare anche il lavoro di quella là, perché in direzione non aspettavano altroche di poter ridurre l’organico al minimo indispensabile, e lei a dover fare il lavoro per due e stare in ditta anche il sabato sino a tardi, magari senza straordinario.
«Faustino, ho dimenticato l’accappatoio, prendimelo per favore». Gridò dal bagno.
Il maritole portò l’accappatoio e rimase imbambolato a guardarla.
«Cosa guardi? Dammi qua». Gli gridò lei.
Decisamente arrabbiata, meglio lasciarlastare. Pensò il marito, e richiuse la porta.
Comunque a Faustino quella faccenda del documento era rimasta sulla punta della lingua. Così,quella notte, mentre la moglie dormiva, si alzò e cercando di fare il meno rumore possibile, andò alla ricerca della sua borsa e, alla tenue luce che filtrava dalla tapparella, poté costatare che la carta d’identità della moglie era lì, fra le altre sue cose, ben custodita.
Quante Marisa Maggiova ci potevano essere a Fasano, con la stessa data di nascita? Però, se i vigili avevano detto che sarebbero venuti a consegnarla, voleva dire che conoscevano l’indirizzo, e allora la carta d’identità doveva essere proprio la sua, ma come mai era finita a Polignano a Mare?
Alle nove precise, quando sentì il campanello suonare, andò ad aprire e si trovò davantiun vigile con in mano la carta d’identità della moglie.
«Per favore una firma qui, per ricevuta. Ma si ricordi di dire alla signora che il documento è privodi validità perché manca la fotografia, pertanto dovrà richiedere il duplicato. Buongiorno».Dopodiché girò sui tacchi e se ne andò. Ma tanto, che ne poteva sapere?Inutile chiedere al vigile.
Rientrato in casa, aprì il documento e riconobbe la firma di Marisa. Era proprio la carta d’identità della moglie, solo che mancava la fotografia. Altro mistero, aggiunto al mistero.
Anche quella notte Faustino aspettò che la moglie si addormentasse e poi rifece lo stesso tragitto. Si alzò e andò a cercare la borsa della moglie, ne trassedalla tasca la carta d’identità e al suo posto ci infilò quella che aveva portato il vigile, poi tornò a letto.
Al mattino, appena Marisa uscì per andare a lavorare, prese il documento e una volta aperto, sibilò: “orcavacca”. La carta d’identità sottrattanella notte, non era quella della moglie, ma di un taledi nome Nicola Grimandi, nato a Bari e residente a Baricentro – Casamassima. Altro sbigottimento.Cosa ci faceva quel documento nella borsa di sua moglie?
Per appurarlo non dovevafare altro che andareda quel tizio.
Arrivato a Baricentro, si fermò davanti alla portineria e chiese dove abitasse il signor Nicola Grimandi. Gli fu risposto che la villetta dell’ingegner Grimandi era la terza sul viale principale. Non si poteva sbagliare, era la più grande.
In casa però l’ingegnere non c’era, glielo spiegò una che in testa aveva una piramide di bigodini, forse la moglie. Una che rimase sulla porta di casa e non gli aprì nemmeno il cancello.
A quell’ora l’ingegnere non era mai in casa, lo poteva trovare in qualche cantiere, o nel suo studio,a Bari. Che andasse lì e chiedesse. Lei non sapeva mai dove fosse suo marito, era sempre in giro fino a tardi, la sera.
Rimaseper un po’ a guardare la piramide di maccheroni colorati che la moglie dell’ingegnere, perché era la moglie, portava in testa, poi ringraziò e si avviò in direzione di Bari.
«Cerco l’ingegner Grimandi». Disse, appena entrato nell’ufficio.
L’ingegnere non c’era. Tornava sempre verso l’una, se voleva aspettarlo, si doveva accomodare nella sala d’attesa.
A parlareera stata la segretaria, una con l’erre moscia,scheletrica, sbiadita, pallida,come se fosse stata affetta da una malattia infettiva. E aveva anche un seno più cadente dell’altro, si poteva notare bene sotto la maglietta attillata.
L’ingegnere arrivò all’una e venti e chiese, a quella dai seni dispari, se c’erano novità. Tra le tante novità che a Faustino non interessavano, la smorta disse all’ingegnere che c’era anche quello lì che lo stava spettando. Voleva parlargli personalmente e in privato, aggiunse.
«Ma tu gli hai detto che se cerca lavoro noi non assumiamo, che siamo al completo?»
«Non cerco lavoro. Ma se lei è l’ingegner Nicola Grimandi, vorrei parlarle un minuto».
L’ingegnere guardò l’orologio:
«Cinque minuti, non di più. Ho mille impegni. Si accomodi, ma facciamo presto».
E lo invitò a seguirlo nel suo studio.
«Allora? Cosa mi deve dire? Come le ho anticipato non assumiamo». Buttò lì,mentre sedevaalla scrivania e lasciavaFaustino in piedi, di fronte a lui.
«Io il lavoro ce l’ho già. Sono un netturbino del comune di Polignano a Mare». Mentì.
E allora, in cosa poteva essergli utile? Ma si sbrigassea parlare, perché avevafretta.
«Ecco, giorni fa, durante il mio giro, ho trovato in un cestino della spazzatura,la sua carta d’identità e ho pensato di venirgliela a portare».
Per la mancia, pensò l’ingegnere e stava per mettere mano al portafoglio, quando il finto netturbino,intuendo il gesto, gli disse che non voleva niente, che non si scomodasse.
E allora cosa voleva? Perché era venuto personalmente sino a Bari,a portargli il documento.
«Sono di passaggio. Una visita di controllo al policlinico e allora ho pensato…»
Gli rispose, posando la carta d’identità sulla scrivania.
«Bravo. Grazie. Bel gesto. E così l’ha trovata nella spazzatura. E brava, la signora. Comunque, caro amico, sapesse che odissea quel giorno».
E, come liberandosi di un pesoche aveva sullo stomaco, si lasciò andare a raccontare.
Era successo che qualche tempo prima aveva conosciuto una. Una sposata che aveva il marito in cassa integrazione e che lavorava per una ditta fornitrice di materiali edili all’ingrosso. Faceva l’impiegata, lavorava dalla mattina alla sera e si lamentava perlo stipendio che era sempre quello e stava cercandoqualcosa di meglio.
«Figurati che bella vita che deve fare, sei giorni su sette in ditta, sino a sera tardi e con il marito cassaintegrato». Disse ridendo l’ingegnere, poi proseguì:
«Una parola oggi, una parolina dolce domani… sai come vanno queste cose, no? Eal telefono le ho anche proposto di venire a lavorare per me, nel mio studio, a fare la mia segretaria. Le dissi che se accettava, avrei mandato via quella che avevo…»
Avrebbe licenziato quella dai seni dispari e con l’erre moscia, pensòFaustino.
«Meno male che è tutto finito. Continuando, chissà dove saremmo andati a finire? Figurati, insistevaperchélicenziassi lasegretaria che è il mio archivio vivente, per assumerelei che non si è mai interessata d’altro che di fatture e di rispondere al telefono».E continuò:
«Sarà successo forse dieci giorni fa, era un sabato. Lei aveva detto al marito che sarebbe andata al lavoro, invece avevamo appuntamento sotto il monumento di Modugno, a Polignano. Quando arrivò, tutta truccata, tacchi a spillo e con un tubino nero che non ti dico, faceva proprio la sua figura, un bell’effetto. Siamo andatiin hotel,abbiamo preso una camera e anche se eravamo fuori stagione e l’albergoera uno di quelli modesti, abbiamo dovuto lasciare i documenti al portiere. Tutte le premesse erano buone. Dopo la camera, un regalino che avevo già acquistato e a seguire un bel pranzetto. Poi, ognuno a casa propria. Invece? Invece,caro amico, quellamatta cominciò subitocon lasolita solfa. Che se pensavo di prenderla in giro mi sbagliavo di grosso. Che cosa aspettavo ad assumerla, perché non avevo ancora licenziatoquell’altra».
Sempre quella dai seni dispari? Voleva chiedere Faustino, ma non lo interruppe.
«Le risposi che non potevo mica ammazzarla. Le dissi che doveva avere pazienza. Non era mica facile mandare via unadipendenteche lavorava per me da più di quindici anni. Intanto le avevo allungato il regalino, ma lei mi rispose che voleva il lavoro,non il regalino, e aggiunse:Io mica sono abituata ad andare a letto per un regalino, poi prese il pacchettino che le stavo porgendo e lo buttò nel water».
«Come abituata? Che significa?» Chiese Faustino.
«Cosa ne so io. Ti ho detto che è una pazza», rispose l’ingegnere.
Alla fine lo aveva guardato con occhi di fuoco e messo alle strette: o lei o quell’altra, si decidesse.
«Pazza, incavolata nera, ti dico. Io cercavo di calmarla, ma niente. Si è girata e… pam, ha sbattuto la porta e via. Io dietro per cercare di calmarla, non era mica il caso di prendersela così».
Erano arrivati sulla soglia dell’hotel, quando si sentirono chiamare dal portiere. Per la fretta stavano dimenticando di ritirare i loro documenti. Allora Marisa, continuando a masticare minacce e imprechi a valanga, era tornata indietro e aveva preso, senza controllare,la prima carta d’identità che le era venutasotto mano, ed era sparita.
Quando l’ingegner Nicola Grimandi si accorse di avere tra le mani la carta d’identità sbagliata, non fece altro che staccare la foto, per ricordo disse, e poi la gettò via.Invece, per riavere indietro la sua, ci avrebbe pensato in seguito. Magari, quando quellapazza furiosasi fossecalmata, le avrebbe telefonato per scusarsi e intanto le avrebbe chiesto di restituirgli lasua carta d’identità.
«Be’, abbiamo divagato sin troppo e si è fatto tardi e ti devo salutare. Ho degli impegni fuori. Come hai detto che ti chiami?»
«Faustino». Rispose il cassaintegrato, non sapendo che altro aggiungere.
Scesero le scale e una volta in strada l’ingegnere gli propose di prendere un caffè assieme ma Faustino, che ne aveva fin sopra i capelli di sentir parlarein quel modo di sua moglie, gli disse che si era fatto tardi anche per lui e che doveva tornare a casa.
«Perché sei sposato tu?» Chiese l’ingegnere.
«No. Sono scapolo» Rispose Faustino.
«Bravo. Io invece sono sposato».
Con quella dellapiramide di maccheroni in testa, si ricordò Faustino.
«Matu fai come me, sposato o no, quando capita,dacci dentro», e poi aggiunse:
«Ma veramente non vuoi che ti ripaghi per il disturbo e la gentilezza che hai dimostrato nel portarmi la carta d’identità?»Faustino disse di no e con una scrollata del capolo salutò.
Una volta rimasto solo guardò l’orologio, ma non aveva voglia di tornare a casa, anzi, stava pensando di raggiungere la moglie sul lavoro, eparlarle subito.
Ma cosa le avrebbe detto? Come avrebbe iniziato il discorso? E lei come avrebbe reagito? Ancora non lo sapeva e allora, strada facendo, pensò che forse fosse meglio nonandare a discutere dei fatti lorosotto gli occhi di tutti. Certe cose dovevano essere chiarite tra di loro, tra le mura di casa.
Quando rientrò, trovò la moglie sulla porta di casa, ancora più arrabbiata degli altri giorni.
«Ma da dove stai venendo? Dove sei stato tutto il giorno, perché non rispondi al telefono e perché non hai preparato nemmeno la cena. Nemmeno il pane ti sei scomodatodicomprare».
«Niente. Sono stato prima in ditta e poi al sindacato, per vedere un po’la situazione».
«E, come il solito, tocca sempre a me pensare a tutto. Mi sono stufata, credimi. Stufata».
Sì, sicuramente era meglio non dirle nulla. Da sempre era il capitale che comandava, il denaro, e per il momento era lei la sola che guadagnava, che portava lo stipendio a casa. E allora era meglio stare zitti. Anche perché, con il carattere che si ritrovava la moglie, sarebbe stata capace di buttarlo anche fuori di casa.
 



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