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LE ULTIME PAROLE FAMOSE

Pubblicato da: Categoria: racconto

11
GEN
2018

Dopo avermi dato il primo bacio, Walter mi disse che potevo stare tranquilla, che potevo fidarmi di lui. Così da quel giorno non dubitai più dei suoi sentimenti e ci mettemmo insieme. Ci amavamo, e tre anni dopo ci sposammo. Avevamo entrambi un buon impiego e i miei genitori, dopo averlo fatto ristrutturare, ci avevano messo a disposizione l’appartamento che era stato della mia nonna paterna.
Ero felice, il nostro rapporto era solido e mi ritenevo fortunata ad aver incontrato Walter. Lo trovavo l’uomo migliore del mondo ed ero sicura che non mi avrebbe mai riservato brutte sorprese. A volte capitava di non trovarci d’accordo su qualche argomento, ma bastava guardarci negli occhi: un sorriso, un abbraccio e subito ritrovavamo l’intesa. Mi fidavo ciecamente di lui, e la sua promessa, che da quando stavamo assieme continuava a ripetere: “Di me ti puoi fidare”, mi rassicurava e quelle parole mi rendevano ancora più felice.
Mi ero sempre fidata di lui e continuavo a fidarmi, e per questo rimasi sconcertata quando intercettai per caso, sul suo telefonino, un messaggio. Non era mia abitudine frugare tra le sue cose, spiarlo, ma quel sabato Walter era uscito per andare a comprare i giornali e aveva dimenticato il cellulare tra le lenzuola. Dovevo rifare il letto, così lo presi per spostarlo e proprio in quel momento sentii arrivare un whatsApp e sul display apparire il nome del mittente: Ilaria. Non conoscevo nessuna donna con quel nome, e cominciai a insospettirmi.
Mentre ero indecisa sul da farsi, sentii la porta d’ingresso che si apriva e allora posai il cellulare sul comodino e feci finta di niente. Continuai a rifare il letto ma con la coda dell’occhio osservavo mio marito. Lo vidi prendere il cellulare, leggere i messaggi, volgere lo sguardo su di me e poi girarsi. Mi dette le spalle e cominciò a digitare qualcosa, forse la risposta al messaggio che aveva ricevuto. Poi tornò a voltarsi verso di me e sorrise.
«Oggi pomeriggio ho un impegno, devo vedermi con un collega». Annunciò.
«Ah… come mai, anche oggi che è sabato?» Chiesi.
Mi sembrava che facesse uno sforzo immenso per controllarsi, e a quel punto cominciai a sentir crescere in me la curiosità e il sospetto.
«Mah, così… un collega mi ha chiesto se potevamo vederci per parlare di certe situazioni che si stanno verificando in ufficio. È preoccupato per i tagli al personale di cui si sente parlare nei corridoi, ma non c’è da allarmarsi». Sorrise con noncuranza.
Forse mi ero sbagliata. Forse il nome che avevo letto non era Ilaria ma Ilario, il nome del suo collega.
«Con chi ti vedi?» Insistetti.
«Te l’ho detto… con un collega». Rispose, ma non mi gradava in faccia.
«Questo l’ho capito, ma come si chiama? Chi è?»
«Marco, quello dell’ufficio vendite». Rispose.
A questo punto capii che non potevo essermi sbagliata, e mi sentii inquieta. Potevo aver scambiato Ilaria con Ilario, ma non con Mario. Cercai comunque di tranquillizzarmi. Walter non mi aveva mai dato motivo di dubitare, anche se forse qualche episodio precedente…
Iniziai a pensare. Negli ultimi tempi capitava che tornasse a casa sempre più tardi. Aveva sempre del lavoro arretrato da sbrigare, oppure diceva che si doveva incontrare con un amico del calcetto. E tutto questo lo trovavo molto strano, perché gli era sempre piaciuto, finito il lavoro, tornare subito a casa, sprofondare sul divano e sintonizzare il televisore su un canale di solo sport.
Ma fino a quel momento non ci avevo dato peso… ma adesso tutto assumeva un altro significato. Non sapevo spiegarmi quale, ma non potevo credere che si vedesse con un’altra donna.
Finito di pranzare, Walter mi disse di non preparare il caffè, lo avrebbe preso al bar con il suo collega. Si alzò, si infilò la giacca, mi salutò con un cenno della mano e si avviò verso la porta.
Presi la decisione in un attimo: mi tolsi il grembiule, inforcai gli occhiali da sole, in testa misi un berretto di lana, indossai il soprabito e gli corsi dietro. Mi sentivo meschina, stavo quasi per tornare indietro, ma decisi comunque di seguirlo a debita distanza. E intanto pensavo che quello che stavo seguendo era mio marito, l’uomo che mi aveva sempre ripetuto d’amarmi e che potevo fidarmi di lui.
Mi sentivo in colpa, avevo paura che si accorgesse che lo stavo seguendo. Se si fosse reso conto che lo stavo controllando, si sarebbe potuto offendere, avrebbe potuto farmi una scenata, e ne avrebbe avuto tutte le ragioni. Ma intanto continuavo a tenere d’occhio la sua macchina, sino a quando lo vidi accostare davanti a un bar e fermarsi. Mi chinai, per evitare che mentre scendeva mi potesse vedere e, quando rialzai la testa, al suo fianco c’era una donna. Spalancai gli occhi. Sembrava piuttosto giovane e carina. Lo guardava e sorrideva. Poi, all’improvviso, si alzò sulle punte dei piedi e gli dette un bacio sulle labbra. Come impazzita scesi dalla macchina e andai verso di loro.
In quel momento Walter si voltò e, vedendomi, allontanò la donna e rimase immobile, impalato. Forse cercava una via d’uscita, una nuova scusa da propinarmi.
«Claudia… che cosa ci fai tu qui?» Esclamò.
Sorrideva, ma era in evidente imbarazzo. Non risposi, e continuai ad avvicinarmi.
«Questa è Ilaria, la moglie del mio collega…» Provò a dire.
Ilaria! Allora avevo visto bene. E gli rifilai uno schiaffo pieno di rabbia e rancore.
«Abbi almeno il pudore di non prendermi in giro». Gli gridai.
Si portò una mano alla guancia e non disse più nulla. Poi mi rivolsi alla donna e le chiesi se non si vergognasse a mettersi con un uomo sposato, ma lei abbassò la testa e non rispose.
Non sapevo più cosa dire e allora girai sui tacchi e me ne andai. Ero meravigliata del mio sangue freddo, mi misi in macchina e andai via ma quando arrivai da mia sorella crollai e scoppiai a piangere. Lei rimase di sasso, non riusciva a crederci, Mentre io mi chiedevo come avevo fatto a essere stata così cieca e cretina. A non accorgermi di nulla.
«Che cosa intendi fare?» Chiese mia sorella.
«Lo butto fuori di casa. Non lo voglio più vedere. Non voglio più avere niente a che fare con lui». Le risposi. Ero determinata, non mi restava altra scelta, perché non avevo la minima intenzione di perdonarlo, di continuare come se nulla fosse accaduto.
Lasciai mia sorella e mi diressi verso casa. Non mi sentivo pronta ad affrontarlo, ma allo stesso tempo non vedevo l’ora di averlo davanti. Arrivata a casa, lo trovai che mi stava aspettando seduto in poltrona. Sembrava avvilito, disperato, ma non mi lasciai incantare, non mi fece pena.
«Claudia… Finalmente». Esclamò.
«Te ne devi andare. E subito!» Gli risposi.
«Ma aspetta. Parliamo. Non c’è niente di serio con quella». Mi supplicò, mi chiese di perdonarlo, mi promise… mise la sua mano sul mio braccio e io scattai come una molla. Il suo contatto mi provocava repulsione e fastidio.
«Sì. Parliamo di tutte le volte che mi hai detto che potevo fidarmi di te». Replicai, e poi aggiunsi:
«Te ne devi andare. Non ti voglio più qui. Ti do un’ora di tempo per raccogliere le tue cose e andare via». E stavo per uscire, quando mi fermò sul pianerottolo.
«Ma dove vado? Cerca di ragionare, parliamone». Gli detti uno strattone, infilai le scale e mentre le scendevo a due a due, gli gridai che quando tornavo non volevo trovarlo in casa.
Seppi che era andato da suo fratello, e mia cognata volle precisare che lo avevano ospitato solo per non lasciarlo in mezzo alla strada. Ma aggiunse che non ci sarebbe restato allungo, che lei era dalla mia parte, che era molto dispiaciuta per me e molto arrabbiata con lui.
«Per qualsiasi cosa conta su di me».
Concluse.
Erano tutti dalla mia parte, ma alla fine mi ero ritrovata sola. Di giorno cercavo di dimostrarmi forte, anche se dentro mi sentivo a pezzi. La notte invece non riuscivo a dormire, mi rigiravo continuamente in quel letto troppo grande per una persona sola, e intanto pensavo che forse qualche colpa ce l’avessi anch’io, magari involontaria, magari per non aver condiviso qualche sua richiesta.
Una mattina, mentre mi stavo spazzolando i capelli, mi ricordai quanto a Walter piacessero i capelli lunghi. Quel ricordo riaffiorò a tradimento e d’impulso uscii da casa e andai dal parrucchiere.
«Taglia tutto, Voglio i capelli corti. Cortissimi. Un taglio netto». Gli dissi.
«È sicura, signora?» Domandò il parrucchiere sorpreso.
«Taglia. Fai quello che ti pare, ma toglimi questi capelli lunghi dalla testa». Confermai.
Sentii i zac decisi delle forbici e chiusi gli occhi. Piacevano anche a me i capelli lunghi, mi dispiaceva doverli tagliare, ma è anche vero che quando una donna decide di tagliare i ponti con il passato, inizia sempre dai capelli.
«Cosa hai fatto, Claudia? I tuoi capelli…» Mi chiese Walter, il giorno che venne a casa a prendere le sue ultime cose. Lo avrei fulminato. Ormai lo detestavo, per lui provavo solo rabbia.
«Perdonami Claudia… Mi manchi. Mi manca tutto di questa casa. Non so come sia potuto accadere…»
Mi disse, senza peraltro avere il coraggio di guardarmi in faccia. Lo bloccai. Cosa voleva da me? Che lo perdonassi? Che tornassimo assieme? Non lo avrei mai fatto.
Senza Walter, la mia vita ricominciò in modo diverso. Andavo a lavorare, rientravo la sera stanca morta, mangiavo senza appetito e non avevo più voglia di uscire. Il sabato e la domenica, ma solo qualche volta, andavo a pranzo dai miei o da mia sorella, poi tornavo a casa e mi mettevo davanti al televisore sino a quando gli occhi non si chiudevano dal sonno.
Arrivò un altro fine settimana e una collega m’invitò alla festa per il suo compleanno.
«Quattro amici, quattro salti, una cenetta fredda. Tanto per stare insieme».
Mi disse.
Prima di uscire mi osservai allo specchio: ero proprio carina. Mi mancava solo una cosa: il sorriso e il viso sereno di una volta. Quella sera mi scatenai, anche se non ero molto brava a ballare, non mi importava, volevo soltanto divertirmi e stordirmi.
«Scommetto che con tutto questo ballare, ti è venuta sete». Mi disse uno degli invitati. Mi si era avvicinato appena avevo smesso di ballare. In mano aveva due bicchieri colmi di tante bollicine zampillanti.
«È alcolico?» Chiesi.
«Poco, è solo uno spumantino leggero, a me le donne non piacciono ubriache, le preferisco sobrie».
«Io sono addirittura astemia, non vorrei prendermi una sbronza, ma forse mi sono persa qualcosa…» Gli risposi, appena assaggiato lo spumante.
«Forse sono io a essermi perso qualcosa. Ma dove sei rimasta nascosta sino adesso?»
Che situazione strana, ero uscita di casa solo per trascorrere una serata diversa, per rilassarmi. Non pensavo proprio a un altro uomo, non immaginavo di ritrovarmi in una situazione del genere.
«Mi chiamo Lorenzo». Si presentò.
«Piacere. Io sono Claudia». E gli porsi la mano.
«Sei sposata?» Chiese.
«Separata. Devo solo farci l’abitudine».
«Bene, perché a me non va di frequentare donne impegnate…» Dichiarò lui.
«Tu ed io non abbiamo niente da preoccuparci, io non cerco avventure». Risposi.
«Nemmeno io, cerco legami». Aveva una voce calda, rassicurante e sembrava sincero.
«Di sicuro, sono un tipo inaffidabile, nel senso che non offro certezze. Le storie che ho avuto sono durate sempre poco, ma quando sto con una donna, mi dedico solo a lei» Aggiunse.
Le sue parole mi affascinarono. Mi ricordai del “puoi fidarti di me” di Walter, e pensai che forse era meglio avere a che fare con uno che parlava schietto come Lorenzo. Mi guardava, e io ero come ipnotizzata, e sarebbe bastato un suo gesto per portarmi a casa sua.
«Che cosa c’è? In pochi secondi hai cambiato espressione almeno tre volte». Mi disse.
«Niente». Replicai, e gli chiesi di uscire sul terrazzo. Mi mise una mano sulla spalla e uscimmo così, come se stessimo insieme da sempre.
All’aperto mi chiesi se davvero avessi intenzione di dare corda a quell’uomo? E perché no? Era bello, emanava un certo fascino ed io mi sentivo pronta per qualsiasi tipo d’esperienza.
Lo guardai e sorrisi. Un attimo dopo mi stava baciando. Aveva preso il mio viso tra le mani e il suo bacio, molto audace, lo trovai coinvolgente. Ero stata baciata da uno che non era Walter, ma non mi importava nulla. Dovevo solo capire se ero intenzionata ad andare fino in fondo. Mi baciò un’altra volta e poi tentò una carezza troppo audace e allora gli spostai la mano.
«Se cerchi una storia seria, non faccio per te. Ma se vuoi un amico con cui divertirti, eccomi qua».
«In verità non cerco niente di tutto questo, e ora voglio tornare a casa». Gli risposi. Mi baciò un’altra volta e poi tornammo nel salone.
Una volta a letto, ripensai a Lorenzo. Non era niente male, e soprattutto mi aveva parlato in modo franco e sincero, e forse era l’occasione che aspettavo per tagliare definitivamente i ponti con il passato. Nei giorni successivi mi capitò di pensare ancora a lui, e anche ai suoi baci, ma non mi sentivo in colpa. Quella sera ero stata bene.
Poi un giorno mi mandò un messaggio, per chiedermi se volevo andare al cinema con lui. Aveva chiesto il numero alla mia collega e così risposi al suo invito. Scoprimmo di voler andare a vedere lo stesso film, e il sabato sera mi venne a prendere. Non sapevo cosa avremmo fatto dopo il cinema, forse saremmo andati a farci una pizza, e poi…. Al cinema si comportò bene e, quando uscimmo ci fermammo a un chiosco e prendemmo due panini e delle bibite. Mentre passeggiavamo, parlammo di noi. Non provavo imbarazzo a parlare di me, delle mie disavventure coniugali. Lorenzo era simpatico e aveva sempre la battuta pronta. Ci mettemmo in macchina e dopo qualche bacio Lorenzo mise in moto e mi portò a casa sua.
Sconvolgente, bello, emozionante, fantastico, e non mi vergognai neppure di essermi data a lui così spontaneamente, senza sentirmi in imbarazzo. Mi sembrava di vivere in un’altra dimensione. Il mattino, Lorenzo mi portò la colazione a letto, ma non avevamo molto altro da dirci. Il nostro tempo era scaduto e non sapevo se Lorenzo mi avrebbe chiesto di rivederci.
«Ti accompagno». Mi disse. Ma gli risposi che era meglio di no. A quell’ora del giorno ci avrebbe visto tutto il vicinato e non volevo sollevare pettegolezzi sul mio conto.
Sono trascorsi due anni da quel giorno. Adesso la mattina mi sveglio e guardo Lorenzo che dorme accanto a me. Non mi ha mai fatto promesse, non ha mai detto d’amarmi, ma continua a dirmi che senza di me non riuscirebbe a vivere.
«Che cosa mi hai fatto?»
Chiede, prima di abbracciarmi.
Io lo guardo e sorrido. Non mi aspettavo niente ed eccoci qui. Non ho rimpianti Non so cosa mi possa riservare il futuro, ma sono felice e forse lo sarò per sempre, con Lorenzo.



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