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IL RACCONTO/A OGNUNO LA PROPRIA PARTE

Pubblicato da: Categoria: racconto

4
DIC
2018

Nel 1877, iniziando il romanzo Anna Karenina, Lev Tolstoj scrisse: “Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Così, dopo 141 anni dalla pubblicazione del libro, la mia famiglia non fa eccezione ed è infelice a modo suo.
È molto tardi e mia madre è ancora nella sua stanza e sta riposando. È sua abitudine schiacciare un pisolino nei pomeriggi festivi, ma oggi sta durando più del solito e preoccupato sto per aprire la porta ma sento i suoi singhiozzi e mi fermo. Appoggio l’orecchio e ho la conferma che sta piangendo.
Non è la prima volta che la sento piangere, anche se è convinta di riuscire a celare la sua disperazione dietro una porta chiusa. Conosco le sue pene e tante volte l’ho pregata di reagire, di non abbattersi e di parlarne invece con uno psichiatra.
Soffro nel vederla in quello stato e, anche se in maniera diversa, inevitabilmente i suoi problemi si riversano su di me e mi provocano le sue stesse pene e angosce.
Mia madre dice che io non posso capire come stia soffrendo, né come stanno realmente le cose. Dice che sono ancora troppo giovane perché possa capire, ma io penso che abbia solo due cose fisse in testa: la rabbia per l’abbandono del marito e mettermi contro mio padre che l’ha lasciata per una donna molto più giovane di lei.
Tutti i tentativi dei miei genitori di salvare il loro rapporto, basati sul concetto di “Continuiamo a vivere assieme per nostro figlio”, non hanno ottenuto nessun risultato e alla fine, interrompendo una lunga serie di furibonde sfuriate e litigate, si sono separati e il concetto “Continuiamo a vivere assieme per nostro figlio” è stato sostituito, con celerità e altrettanta poca sensibilità, dalla frase “Nostro figlio è grande e capirà”.
Io ho diciotto anni, ma avevo compreso già da tempo che tra loro le cose non andavano bene e rassegnato aspettavo l’evolversi della situazione che alla fine si è conclusa con la separazione.
Mio padre, musicista, compositore e insegnante di violino non ha perso tempo e, dopo essersi liberato della moglie, ha recuperato in fretta il tempo perduto mettendosi con una delle sue allieve. Una studentessa del terzo anno del conservatorio cui dava lezioni private.
Infatti, trascorsi pochi mesi dalla separazione, come a volte succedeva nei fine settimana, una sera sono andato a cena a casa sua e mi sono trovato davanti la nuova compagna. Una donna giovanissima, attraente, sbarazzina, sempre allegra e con un sorriso smagliante, Ma tutto in lei risuonava ipocrita e falso.
Che mio padre avesse una nuova relazione lo avevo sospettato ancora prima che lasciasse mia madre e alla fine lo avevo anche capito, ma trovandomi davanti quella ragazza poco più grande di me, sentirlo come le faceva le fusa, vederlo come le accarezzava le mani e la riempiva di attenzioni, il mio unico desiderio fu di finire in fretta la cena, andarmene e non rivederla mai più. Almeno non in compagnia di mio padre.
Ma anche mia madre, cambiando opinione sulla mia età e dicendo che: “Ormai sei grande, maturo e puoi capire”, con parole velenose ma tutte senza senso, ha fatto di tutto per metterlo in cattiva luce. Lo dipingeva come un mostro, un uomo egoista e bugiardo, un miserabile donnaiolo senza cuore né dignità, un bastardo che si doveva vergognare a tenersi in casa una donna come quella e presentarla in giro come sua moglie.
«Non la presenta come sua moglie, ma come la sua compagna». Cercavo di correggerla quando prendeva questa china.
«Moglie o compagna, dormono nello stesso letto e la cosa mi fa schifo». Replicava.
E naturalmente tutte le occasioni erano buone per buttargli fango addosso. Sembrava che da quando era stata lasciata, scivolando progressivamente nell’abbattimento più totale, non vivesse che per un unico scopo: denigrare con chiunque incontrasse l’ex marito.
«Vedi? Che ti dicevo… ha perso a tal punto la testa per quella disgraziata che dimentica perfino di farti gli auguri per il tuo compleanno».
«No mamma, mi ha chiamato due sere fa, sabato. Mi ha fatto gli auguri e mi ha anche detto di passare da casa sua a ritirare il regalo che ha messo da parte per me». Ho replicato.
«Se fosse un padre normale, con la testa sulle spalle e tenesse a te, non avrebbe chiamato la settimana scorsa, gli auguri te li avrebbe fatti oggi, il giorno della tua festa».
«Ma mamma, ho detto che mi ha chiamato due sere fa, non la settimana scorsa».
«Non importa quando ti ha chiamato e non cercare di scusarlo. Anzi, è bene tu sappia che non ho ancora ricevuto l’assegno e sono già trascorsi quindici giorni. Ma non ti accorgi com’è diventato tuo padre? Non lo vedi com’è cambiato da quando sta con quella? Adesso per lui esiste solo la smorfiosetta che si porta a letto e tu, il figlio, sei trattato come se fossi un parente alla lontana».
«Ma smettila mamma. Cosa stai dicendo?» Ma era chiaro che non avrebbe smesso.
«Lo so io quello che dico e ti prego di non contraddirmi, non lo merita, non ha scusanti. Prima la musica e poi le donne, gli hanno completamente fuso il cervello».
Stesso copione di sempre. Poi per qualche giorno si comportava normalmente, sembrava tranquillizzarsi o forse riusciva a trattenersi, ma bastava un niente, una telefonata, una qualsiasi cosa che riguardasse mio padre e la bomba scoppiava improvvisa.
Quando superava il mio limite di sopportazione o subentrava una delle sue tante crisi, cercavo di tranquillizzarla, le andavo vicino, le parlavo dolcemente ma tutto sembrava inutile. Stava covando un odio così profondo nei confronti di mio padre che alla fine non mi restava altro da fare, per non diventare anch’io oggetto del suo malumore, che rassegnarmi e lasciarla sfogare e poi ritirarmi in camera mia con la scusa di dover studiare.
Ormai sono due anni che va avanti di questo passo e sono stremato. Quanto vorrei che una buona volta capisse che mio padre se n’è andato per sempre, si è rifatto una nuova famiglia e non pensa più a lei. Quante volte le ho suggerito di non fantasticare, di smetterla di tormentarsi e credere in un suo ritorno. Ma non ci sono mai riuscito, anzi, tutte le volte che ho provato a farla ragionare, ho ottenuto l’effetto contrario.
Vorrei che dialogasse con me di cose diverse, di cose che ci accomunano e non solo elencarmi le sue disgrazie o dirmi quanto sia stato crudele, ingrato e ingiusto mio padre nei suoi confronti. Vorrei che per una volta lasciasse fuori il marito dai nostri discorsi e parlasse di cose che ci riguardano, che mi riguardano: per esempio la scuola, i miei problemi di cui non si sta più interessando da tempo, e non aprire bocca solo per sputare veleno in direzione di mio padre.
Ma lei ritiene e ripete che essere stata abbandonata dal marito è stata una cosa ingiusta, vergognosa e insiste che io non la posso capire perché il problema è solo suo. Invece non si rende conto che io ne sono coinvolto quanto lei. Ci sono rimasto male anch’io quando mio padre se n’è andato e ne soffro ancora, ma non capisce che continuando a rimuginare sul passato, a tormentarsi per una cosa che capita tutti i giorni a migliaia di altre coppie, non risolve la situazione. Anzi, vivere in una casa dove si respira solo aria pesante, astio e rancore, rende le giornate insopportabili e mi fa sentire a disagio perché non so cosa fare, non so come aiutarla, e gliel’ho anche detto.
«Non è un problema di disagio, tu non centri niente, ma con un uomo come tuo padre non poteva finire diversamente. Ma cosa vuoi, ero giovane, innamorata e soprattutto così cretina…»
Dopo un’ultima sfuriata, stranamente cambiò atteggiamento e cominciò a trascorrere le giornate nella più totale apatia. Sembrava che tutto le stesse scivolando addosso, smise anche di lamentarsi e cominciò a uscire con le amiche e un giorno, a sorpresa, mi presentò Giorgio, un uomo silenzioso, dall’atteggiamento gentile e cortese.
Questo tipo s’introdusse in casa nostra come semplice amico, ma cominciò a trattenersi a cena da noi e a restare ore seduto sul divano a guardare la tv con mia madre.
Iniziarono a uscire assieme e anche gli inviti a cena si moltiplicarono, al punto che una mattina presto mi capitò di vederlo sgattaiolare fuori dalla camera di mia madre e dirigersi furtivamente verso la porta d’ingresso.
Giorgio era simpatico, una brava persona e quando ho capito che tra loro stava per nascere un sentimento più profondo dell’amicizia, ho sperato che finalmente qualcosa stesse cambiando. Capivo che mia madre aveva tutto il diritto di rifarsi una vita, di trovarsi un compagno, ma quello che ho provato quella mattina, quando ho visto quel tipo uscire di casa a piedi nudi e con le scarpe in mano, non saprei descriverlo. Pensare mia madre nelle braccia di un uomo che non fosse mio padre, è stato come ricevere un pugno nello stomaco e questo non l’ho mai confidato a nessuno.
All’inizio della loro relazione, mia madre cercò di spiegarmi i motivi della sua scelta, del perché avesse deciso di provare a rifarsi una vita con Giorgio. Tirò fuori l’insopportabile situazione, la solitudine che la stava uccidendo, la necessità di avere accanto un uomo che la facesse sentire protetta, un uomo che le desse sicurezza e le trasmettesse un po’ d’affetto. Così, dopo qualche mese, questo Giorgio prese armi e bagagli e si trasferì a casa nostra.
Naturalmente la cosa non mi fece piacere ma sperando che finalmente le cose stessero cambiando, quando ne parlammo non mi opposi e non le dissi niente.
Ma non poteva funzionare, erano troppo diversi: lui silenzioso, pantofolaio, metodico, ripetitivo nei gesti e nelle parole e soprattutto troppo pignolo. Così anche mia madre: chiacchierona, sempre un po’ distratta, pronta a uscire anche dopo cena per incontrare amici. Desiderosa di muoversi e viaggiare, piano piano si rese conto che la sua era stata una scelte sbagliate e cominciò a non sopportarlo più. Si rese conto che il suo era stato un gesto avventato, un ripiego o, peggio, il voler far ingelosire mio padre e dimostrargli di avere ancora tutte le carte in regola per sedurre un uomo.
Così, un giorno, anche Giorgio lo capì e, ripreso armi e bagagli, se ne andò senza lasciare nessun vuoto nel cuore di mia madre, né tantomeno nel mio.
Con Giorgio non c’era stato nessun affiatamento, nessun feeling, ed io lo avevo capito subito vedendoli sul divano mentre, fingendo di guardare la televisione, aspettavano che io andassi a letto. Lo fissavo e mi chiedevo cosa ci facesse quell’estraneo in casa nostra, seduto sul divano preferito di mio padre a guardare una partita di calcio che a mia madre non poteva certo interessare.
Per me Giorgio era stato un estraneo ed è rimasto tale fino a quando se n’è andato e per quanti sforzi avessi fatto per capire cosa ci avesse trovato in lui mia madre, non ci sono mai riuscito. E sono sicuro che adesso anche lei se lo starà chiedendo.
Dopo l’uscita di scena di Giorgio, con me si sforzava di recitare la propria parte, cercava di farmi credere di essere comunque serena, ma i sui tirati sorrisi, il suo atteggiamento e le sue parole, non contribuivano ad alleggerire il clima asfissiante che da quando se n’era andato mio padre si continuava a respirare in casa nostra.
E pensare che alla fine avrei preferito che con Giorgio avesse funzionato, lo avrei preferito a quel ritorno al mutismo, ai suoi pianti, alle sue parole cariche di risentimento e di odio che non smetteva di proferire nei confronti di mio padre.
Ora, da dietro la porta della stanza sento i suoi singhiozzi, percepisco la sua desolazione, la solitudine che la sta opprimendo sempre più e ne soffro. Il suo matrimonio è finito per colpa di una donna molto più giovane di lei, mentre con Giorgio non poteva funzionare in quanto tra loro niente assomigliava nemmeno lontanamente all’amore, e adesso si ritrova sola a fare i conti con la sua perpetua infelicità.
Sta singhiozzando, la sento. Lo so, è delusa, si tormenta ed è avvilita. Si sente chiusa in gabbia, non sa come uscirne, si sente abbandonata e terribilmente sola.
Il suo tormento non cenna a placarsi. Il pianto continua e decido di bussare alla porta.
Subito, dall’altra parte, i singhiozzi smettono e con la voce incrinata mi invita a entrare.
Con un gesto veloce, che però non mi sfugge, asciuga le lacrime con il lenzuolo e nasconde il viso tra le mani.
«Che cosa c’è tesoro? Hai bisogno di me?»
«Mamma, ancora? Ne possiamo parlare?» Le chiedo, con tutto il garbo che riesco a tirare fuori in quel momento.
«Di cosa dobbiamo parlare? Hai dei problemi a scuola, è successo qualcosa? Non ti senti bene?»
«No, io sto bene. Non ho nessun problema e lo studio procede normalmente. Sei tu che mi preoccupi e vorrei parlarne». Rispondo.
«Di cosa mi vorresti parlare?»
«Vorrei che me ne parlassi tu».
Mi fissa, aggrotta la fronte e si mette seduta sul letto.
«Cosa vuoi che ti dica, questo è il destino che mi ha riservato tuo padre e, a essere sincera, lo sapevo da sempre che con lui sarebbe finita così. Non sono stata fortunata, tutto qui figlio mio».
Non so cosa rispondere. Non so come aiutarla e non ricordo più nemmeno cosa volevo dirle.
Ci guardiamo negli occhi e capisco che vuole restare di nuovo sola e allora esco.
Appena richiudo la porta, i sui singhiozzi ritornano a invadere la sua stanza e il mio stato d’animo ormai esausto.
Ne ho parlato anche con mio padre e mi ha invitato a trasferirmi da lui, ma sino a quando in quella casa ci sarà quella donna, non me la sento di fare questo passo. Preferisco restare qui e sopportare gli alti e bassi di mia madre.



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