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IL RACCONTO/IL VECCHIO CAPPOTTO

Pubblicato da: Categoria: racconto

20
DIC
2018

Di ritorno dal parrucchiere, Monica passò dalla gioielleria dove aveva portato a far riparare la chiusura difettosa del suo orologio e dietro il bancone trovò la commessa che sorridendo le consegnò l’orologio e le disse che il cinturino era stato sostituito.
Monica ringraziò e mentre se lo metteva al polso la ragazza chiese:
«Le è piaciuto il collier che le ha regalato suo marito?».
Monica la guardò sorpresa e intanto, riflesso nello specchio dietro il bancone, vide il titolare della gioielleria che le faceva cenno di stare zitta.
Subito la ragazza si riprese:
«Che stupida, mi sono di sicuro confusa, non era suo marito, ma un altro cliente che ha comperato il collier per la moglie».
Forse, se non avesse visto quell’espressione riflessa nello specchio e nonostante l’aria imbarazzata della ragazza, Monica non ci avrebbe fatto caso, le avrebbe creduto, ma essendosi girata e notato negli occhi dell’orefice tanto imbarazzo, cominciò a preoccuparsi.
Quando uscì, s’impose comunque di stare tranquilla, si disse che la commessa doveva essersi sicuramente confusa con un altro cliente. Poi però le tornarono alla mente tanti episodi che sino a quel momento non aveva dato peso. Le serate in cui suo marito tornava sempre più tardi dall’ufficio, l’iscrizione al circolo tennis, la recente mania della dieta, l’abitudine di non lasciare mai in giro per casa il cellulare e certe telefonate che troncava subito se lei si avvicinava.
Stavano insieme da tanto tempo e tra poco avrebbero festeggiato i dieci anni di matrimonio e, anche se non era sempre stato tutto rose e fiori, era sicura che suo marito le voleva bene, ma adesso?
Quando Monica infilò la chiave nella serratura, aveva le tempie che pulsavano e le mani le tremavano, mentre Carlo, suo marito, era già rientrato e stava parlando al cellulare. Ma non gli disse nulla, né gli chiese spiegazioni.
Per tutta la serata cercò di comportarsi normalmente, ma a letto rimase sveglia tutta la notte: gli occhi sbarrati a fissare il soffitto, fino a quando lanciò un’occhiata alla sveglia che l’aveva appena strappata ai suoi pensieri.
Nel tentativo di prolungare per pochi istanti ancora il tepore del letto, afferrò le coperte e se le tirò su fino al mento. Poi, con i pensieri che ancora le martellavano in testa, si alzò a fatica e trasalì quando con i piedi nudi toccò il pavimento gelato.
S’infilò le pantofole e, continuando a pensare a quello che le aveva detto la commessa, scese al piano di sotto e mise la caffettiera sul fuoco.
«È pronto il caffè?» chiese il marito che senza farsi sentire l’aveva raggiunta in cucina.
Monica fece scorrere la mano sulla caffettiera e rispose:
«A momenti».
Uscirono assieme, Carlo andò in ufficio e lei al centro assistenza dove lavorava e, sebbene l’avviso appeso all’ingresso dicesse chiaramente di non farlo, qualcuno aveva lasciato un sacco pieno di indumenti usati davanti all’entrata.
Dette un’occhiata al sacco e pensò che tutti gli abiti usati emanavano lo stesso identico odore: tutti sapevano di umido e naftalina.
Pescò le chiavi dalla borsa, aprì la porta ed entrando si tirò dietro il sacco.
Una volta dentro, posò la borsa sulla sedia e lo svuotò. Ne venne fuori una palla di indumenti: jeans, giacche, vestiti femminili e un cappotto che sollevò per dargli una controllata veloce. Era un cappotto vecchissimo, in pura lana vergine e di ottima fattura.
Il campanello della porta d’ingresso suonò e Monica, lasciando cadere il cappotto, andò ad aprire.
«È un piacere vederti». Disse con ironia alla collega che intanto cercava di scusarsi per il ritardo.
«Buongiorno. Scusami, ma questo è un brutto periodo, tra l’altro mio marito non sta bene e ho fatto tardi anche per questo». Rispose.
Monica, ormai abituata a doversi sorbire le sue scuse, tornò a occuparsi del cappotto e, facendo scivolare una mano nella tasca interna, ne estrasse una busta ingiallita. La osservò, l’avvicinò al naso e aspirò odore di vecchio.
La busta era indirizzata a una certa signorina Rita Dionisi, via L. Lorenzin, n. 33 – Pescara, e nell’angolo in alto c’era un francobollo non timbrato che ritraeva l’immagine di re Umberto di Savoia. Monica diede un’altra occhiata alla busta sigillata e si chiese per quale strana ragione non fosse mai stata spedita.
Il campanello della porta d’ingresso suonò ancora e, infilandosi la lettera in tasca, andò ad accogliere con un sorriso una delle tante signore che il centro assisteva.
«Buon giorno signora Rosa, come sta oggi?» La signora le rispose come al solito, con uno scuotimento del capo.
Poi il flusso costante dei bisognosi aumentò e per tutta la mattinata la tenne impegnata, ma nel pomeriggio, quando tornò a casa ed estrasse il cellulare dalla tasca, trovandosi la busta tra le mani, l’aprì e la lesse.
"20 ottobre 1940
Carissima Rita, amore mio.
Come sai non sono molto bravo a trovare le parole giuste, a scrivere certe cose, ma oggi ho ricevuto la cartolina di precetto e sono a pezzi. Devo partire, ma prima voglio che tu sappia che questi ultimi mesi sono stati i più felici della mia vita. Non te l’ho mai detto prima, lo so, ma è così. Ti amo Rita e, se tu lo vorrai, potremmo trascorrere il resto della nostra vita assieme e così potrai renderti conto di quanto queste mie parole siano vere e mi escano dal cuore. Voglio, o meglio, ti chiedo di diventare mia moglie. La guerra potrà anche separarci fisicamente per un lungo periodo, ma i nostri cuori sono ormai indissolubilmente legati uno all’altro per sempre e, quando sarò tornato, potremmo finalmente sposarci e così coronare il nostro sogno.
Ti prego, scrivimi presto. Prima di partire per il fronte ho bisogno che tu mi risponda, che mi dica se accetti di sposarmi. Se sei d’accordo e se avrai voglia e la pazienza di aspettarmi fino al mio ritorno. Aspetto con ansia la tua risposta. Ho poco tempo, devo partite tra due giorni. Scrivimi subito. Ti amo. Tuo Flavio.
PS. Scrivi comunque, anche se sarò già partito, perché mi farò inviare la lettera da mia madre".
Monica la lesse tre volte prima di ripiegarla e appoggiarla sul tavolo, poi, sentendo un’immediata affinità con questa Rita, rabbrividì. Era tutto così lontano e triste.
Perché questo Flavio non l’aveva più spedita e la lettera era rimasta per tanti anni nella tasca interna di un vecchio cappotto? Che ne era stato di lui, di lei? Saranno riusciti alla fine a sposarsi? E la curiosità tornò a tormentarla più prepotentemente di prima.
Monica pensò che forse avrebbe potuto provare lei a scoprire chi fossero quelle persone e magari riuscire a consegnare anche la lettera a questa Rita. Tornò a rigirare la busta tra le mani e a rileggere l’indirizzo della destinataria e del mittente, di cui si intuiva solo il nome di battesimo.
Se non altro sarebbe stata una singolare distrazione ai problemi coniugali, pensò.
Passò una settimana e poi un’altra, e Monica continuava a rimuginare su quella lettera. Fino a quando, un venerdì, suo giorno libero, pensò di andare a verificare di persona se esistesse ancora, al recapito del mittente, qualcuno che si ricordasse di questo Flavio.
La via che cercava si trovava all’altro capo della città e Monica non conosceva la zona. Ma era pur sempre un buon punto di partenza, così, nel pomeriggio salì sull’autobus e chiese al conducente dove sarebbe dovuta scendere una volta giunta in quel quartiere. Arrivata a destinazione, si guardò attorno ma non vide nessuna vecchia casa nei dintorni, solo una fila di villette dall’aspetto moderno che non potevano esserci negli anni della guerra.
Chiese allora indicazioni a dei passanti e alla fine, dopo aver setacciato tutta la periferia, si fermò davanti a una vecchia casa con un giardino e, spinto il cancello arrugginito, entrò nel cortile e notò che tutto era in rovina.
Con trepidazione e la lettera nella borsetta, bussò alla porta. Poi bussò di nuovo, ed era quasi sul punto di rinunciare quando udì un rumore provenire dall’interno.
«Chi è?» chiese una voce anziana.
«Ehm… mi chiamo Monica e sto cercando qualcuno che una volta abitava qui. Si chiamava Flavio. Sa dirmi niente lei? Per caso lo conosceva?».
Seguì un lungo silenzio e Monica rimase incerta sul da farsi: insistere o andare via? Poi udì il chiavistello scorrere e la porta si aprì leggermente. Dietro comparve una donna vecchissima, il volto scavato, solcato da profonde rughe e i capelli candidi come la neve.
Monica si chinò verso la donna:
«Ah, salve. Come le dicevo, sto cercando un certo Flavio. Credo abitasse qui tanti anni fa, e mi chiedevo se per caso lei lo avesse conosciuto». E detto questo si strinse il bavero del cappotto intorno al collo.
L’anziana donna spalancò la porta e rivolta a Monica chiese?
«Perché lo vuole sapere?»
«Be’, come le ho detto, cercavo uno che una volta abitava qui. Conosco solo il suo nome di battesimo, si chiamava Flavio».
Le mani della donna strinsero con forza l’impugnatura della porta e le sue nocche sbiancarono. Guardò perplessa Monica e la fece entrare.
«Io mi chiamo Emma, signora, e Flavio era mio fratello».
Monica cominciò a sentirsi a disagio. Non sapeva come impostare il discorso e allora allungò una mano nella borsetta, ne estrasse la lettera e la dette all’anziana signora.
«Dove l’ha trovata?» chiese la donna quand’ebbe finito di leggerla.
«In un vecchio cappotto». E le spiegò come ne era venuta in possesso.
«Non capisco. Flavio era seduto proprio qui, dove si trova lei ora, a questo stesso tavolo, quando ha scritto la lettera. Aveva appena ricevuto la cartolina che lo chiamava alle armi e doveva presentarsi subito e così, per calmarlo, mia madre gli aveva consigliato di scrivere alla fidanzata che intanto si era trasferita con i genitori a Pescara, a casa di certi loro parenti. Credevo l’avesse spedita».
«Ma non l’ha fatto. Guardi, il francobollo non è stato annullato e la lettera non è mai partita».
La vecchia signora diede un’occhiata al francobollo non timbrato e aggiunse:
«È passato molto tempo ma ricordo che quella sera degli uomini della milizia vennero a cercarlo e il giorno dopo mio fratello era già partito per il fronte. Forse avrà chiesto a mia madre di spedirla, e lei si sarà dimenticata di farlo. Non saprei dirle altro».
«E poi, dopo la guerra si sono sposati?» Chiese Monica.
La donna chinò il capo e trasse un profondo respiro.
«No, purtroppo. Un giorno venne a casa nostra un maresciallo dei Regi Carabinieri e mostrò a mia madre un telegramma in cui si leggeva che mio fratello era stato ucciso in Grecia. Era partito da due mesi e non aveva ancora compiuto vent’anni. Mia madre se lo aspettava e lo aveva capito già nel giugno del ’40, quando dal balcone di palazzo Venezia Mussolini comunicava alla folla plaudente che la dichiarazione di guerra era stata consegnata agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna, che suo figlio non sarebbe più tornato. Poveri illusi, diceva: inneggiavano, sbraitavano, urlavano di gioia e non capivano che sarebbero stati proprio loro a dover andare a morire, mentre i gerarchi sarebbero rimasti al sicuro nei loro palazzi».
Monica rimase per un istante a fissare la signora che intanto si stava tamponando gli occhi con un fazzoletto e poi disse:
«Mi dispiace aver riaperto una vecchia ferita. Mi scusi, io non sapevo, non potevo sapere…» Tentò di giustificarsi.
«Non lo ha fatto. La scomparsa di Flavio è una ferita che non si è mai rimarginata e mia madre è morta di crepacuore. Era un fratello adorabile e la guerra ce lo ha portato via».
La signora si alzò a fatica dalla sedia e andò a rovistare in un cassetto di un vecchio armadio.
«Ecco, questo è Flavio». E fece scivolare sul ripiano del tavolo una fotografia malridotta e ingiallita che ritraeva un bel ragazzo in uniforme.
«E Rita, sa dove potrei trovarla? Mi farebbe piacere, anche se è trascorso tanto tempo, poterle consegnare la lettera. O preferisce farlo lei?» Chiese Monica.
«Anche Rita se n’è andata. All’epoca veniva a trovarci, piangeva con noi, ci sostenevamo a vicenda. Poi, dopo la guerra ha conosciuto un ragazzo e si è sposata. Un giorno ho incontrato suo padre e ho chiesto di lei e mi ha risposto che era morta da poco, per colpa del solito male.
Quando Monica lasciò la vecchia signora, era già buio. Era venerdì sera e Carlo doveva essere già a casa. Quel giorno era anche l’anniversario del loro decimo anno di matrimonio, ma il marito quella mattina non ne aveva fatto cenno, né si era ricordato di farle una telefonata. E anche se lei avrebbe voluto ricordarglielo e fargli gli auguri, non lo fece, anzi, quella mattina spense il cellulare e ripensò a quello che le aveva detto la commessa della gioielleria. Ormai ne era sicura, quella collana era stata acquistata da suo marito, solo non riusciva a capacitarsi per chi l’avesse potuta comprare.
Fece gli ultimi metri sotto la pioggia e, quando rientrò a casa, Carlo le andò incontro e l’abbracciò.
«Monica, ma dove sei stata. È tutto il giorno che cerco di mettermi in contatto con te. Non posso crederci. Possibile che tu abbia dimenticato che giorno è oggi?»
Monica cercò di liberarsi dalla stretta. Le dava fastidio sentirsi abbracciare e sussurrò:
«Ho dimenticato di mettere sotto carica il cellulare e si è spento». Poi aggiunse:
«Scusami ma sono tutta fradicia e ho bisogno di farmi una doccia».
«Sbrigati. Perché questa sera dobbiamo festeggiare. Ti porto a cena fuori e devi indossare questa. L’ho acquistata più di un mese fa per te, per dartela oggi, in questa occasione. Auguri amore».
E le consegnò il cofanetto contenete la collana.



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