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Qui e ora/ Le urla di pace


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

22
DIC
2016
Aleppo è il simbolo d’una guerra assurda, quella in Siria, che ha causato più di 600mila morti e milioni e milioni di sfollati. Un conflitto senza pietà, che ha straziato questa città antichissima e moderna insieme. Il tempo è passato e ad Aleppo si è continuato a combattere durante quattro terribili anni. Nessuno ha potuto o voluto porre fine a questo orrore. Tutti erano (e sono) aggrovigliati in una ragnatela d’interessi contrastanti
 
 
Halab, Hlp, Hlb,  Berya,  Beroea, Aleppo. Molteplici nomi scritti da una storia lunga 5000 anni dove Ittiti, Assiri, Macedoni, Babilonesi, Romani, Abassidi, Hamdanidi, Bizantini, Sciiti, Sunniti, Curdi, Mongoli, Ottomani, Cristiani, Turchi, Francesi, Arabi, hanno lasciato la loro impronta culturale, religiosa e architettonica tanto che questa città è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO per poi divenire Capitale Culturale del Mondo Islamico. E’ la metropoli più popolosa della Siria settentrionale con 1,9 milioni di abitanti suddivisi fra Cristiani, Arabi, Armeni, Curdi, Circassi e Turchi, che convivono in una molteplicità di antiche abitazioni in pietra calcarea, stupendi monumenti, scuole islamiche, moschee, chiese, sinagoghe, bagni turchi, musei, antiche fabbriche di sapone, caravanserragli e stupendi alberghi storici.
Nell’aria di Aleppo aleggiano i profumi dei suoi saponi, misti a quelli della raffinata cucina, mentre si ascoltano le note della musica che accompagna la suggestiva danza dei Derviche tourneur.
Un angolo del paradiso così come lo immaginano circa venti confessioni religiose differenti.
Questa è Aleppo. Questa era Aleppo. Due azioni temporali che si sono susseguite dal 2012 a oggi trasformando quel paese in un ammasso di macerie in cui, al profumo dell’aria si è sostituito l’acre odore della morte. Perché, oggi, Aleppo è questa, come buona parte della Siria. Un’atroce guerra civile che attanaglia questa parte del Medio Oriente e che l’ha trasformata in un feroce campo di battaglia. Una guerra atipica, combattuta fra le forze governative di Bashar al Assad e i ribelli al regime. 
Eserciti che da una parte godono dell’appoggio dell’aviazione russa, delle milizie filogovernative locali e di quelle sostenute dall’Iran, provenienti da Iraq, Afghanistan e Pakistan, dell’Hezbollah e del movimento sciita libanese e, dall’altra, compagini variegate fatte di gruppi estremisti vicini allo Stato islamico e ad al-Qaeda, quelli con l’appoggio della Turchia, dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti cui si aggiungono Jabhat, Fateh al-Sham e l’ex Fronte Nusra nato dalla rottura dell’alleanza con al-Qaeda.
Due fronti che si scontrano per il possesso di un territorio strategicamente fondamentale per quella parte del Mondo.
Come per tutte le guerre, dove non ci sono ragioni che possano essere valide a giustificarle, questa lo è ancora meno per la brutalità con la quale si è sviluppata. Non c’è nessuna regola di combattimento, nessun rispetto dei diritti umani, nessun limite alle atrocità, dove si uccide e si distrugge senza nessuna logica. 
Uno scenario surreale che mette in discussione il senso della vita.
Quello che rende questo conflitto ancora più cruento è che più di un terzo delle vittime, ormai stimate in circa 430 migliaia, sono civili. Perché in questo folle e insensato scontro si uccidono bambini, donne e anziani con attacchi volontari contro la popolazione e stermini sistematici dopo atroci e indicibili torture e violenze. A questo numero si aggiungono le donne che scelgono volontariamente di porre fine alla loro vita pur di non subire l’umiliazione dello stupro di massa. Esecuzioni sommarie e attacchi con gas nervini. 
Civili innocenti intrappolati ad Aleppo dagli assedi, sapendo di non avere nessuna possibilità di sfuggire alla morte.
Il numero dei rifugiati siriani che cercano salvezza in Libano e Turchia e di oltre 4 milioni, mentre gli sfollati all’interno del paese arrivano a 8 milioni.
Questo dramma umanitario supera, per brutalità, la guerra in Serbia e quella in Bosnia ed Erzegovina.
E’ questa la nuova guerra che si combatte in diverse parti del mondo, dove non vi è più alcun rispetto per le convenzioni internazionali che tutelano la popolazione civile, colpevole del solo fatto di essere nata in una località desiderata da ricchi e potenti governati, spesso non scelti, sostenuti dalle grandi potenze, America e Russia, che proseguono il loro macabro confronto per stabilire la supremazia mondiale.
Le notizie dal fronte di guerra si susseguono incessanti rivelando la vittoria delle forze governative. L'ambasciatore russo al Consiglio di sicurezza ONU ha dichiarato che sono cessati gli scontri ad Aleppo est e che un accordo permette la fuga dei ribelli. 
Come se fosse un torneo di scacchi, si annunciano le battaglie vinte tralasciando, come obiettivo, il termine per la guerra.
Come avvenne per i conflitti dell’Europa Orientale, nessun paese civile potrà dirsi estraneo a questa strage, perché gli stati che non intervono direttamente a incrementare questa guerra, lo fanno indirettamente fornendo o vendendo armamenti. Gli altri restano impassibili a osservare la fine di una terra che neppure il potentissimo terremoto, che colpì la Siria nel 1138, era riuscito a spazzare. 
A noi resta l’ingrato compito di assistere impotenti o soltanto quello di urlare appelli di pace e pietà per quei poveri innocenti. 
Che le nostre urla siano forti, tanto da raggiungere il più profondo e oscuro angolo delle coscienze di chi può e non ferma questo ignobile conflitto, tanto forti da attraversare il loro corpo come un brivido di morte, lo stesso che provano ogni giorno, nelle macerie, i bambini di Aleppo. 
 


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