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Donne. Andanti ma non troppo

Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

2
FEB
2017

Rapporto controverso quello di Trump con le donne e l’orologio statunitense fa marcia indietro e torna a un tempo perfino peggiore di quello dell’epoca Bush. A chi spetta ribellarsi?
 
Il 20 gennaio 2017, Donald Trump, vincitore delle elezioni per il ruolo di 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, dopo la cerimonia di giuramento tenutasi a Washington DC, si è definitivamente insediato alla Casa Bianca per dare inizio al suo mandato.
Della sua vittoria abbiamo parlato in Extra, nel numero 43 del 2016, esprimendo la nostra visione su come l’uomo che incarna gli ideali e le visioni di Herschel Pinchas Yerucham Krustofski, fosse divenuto uno dei più temuti e potenti del mondo.
Coerente con il contenuto della sua campagna elettorale, non attendendo neppure il tempo di ambientarsi nella Studio Ovale, ha iniziato a sottoscrivere ed emanare leggi dal contenuto così retrogrado da ricondurre l’America ai tempi dei coloni provenienti dalle galere di mezza Europa e Regno Unito, controllati dai Pellegrini inglesi che, attraverso il puritanesimo, contavano di trasformare il territorio americano in uno “stato civile”.
E’ così che anni di conquiste democratiche, anche se elaborate a tutela di una sola parte dei cittadini statunitensi, sono stati azzerati da provvedimenti che cassano la riforma sanitaria voluta dal predecessore Barack Obama, così come quella sul lavoro, dando inizio a una radicale involuzione del Paese insieme a una serrata campagna contro gli stranieri in America, in particolare i rifugiati politici, gli immigrati clandestini e i musulmani, eccetto quelli provenienti da alcuni paesi mediorientali. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Libano, sono esclusi perché il neopresidente condivide con loro interessi economici. Oltre a questo, il Tycoon ha previsto la chiusura dei trattati commerciali con gli stati bagnati dall’oceano Pacifico e, presto intende farlo con il resto del mondo. Con il Primo Ministro della Federazione Russa, invece, intende chiacchierare di deportazioni e condanne a morte. La chiusura delle trattative commerciali con l’estero, in realtà e anche se indirettamente, sarebbe l’unico vero vantaggio della politica Trump, poiché impedirebbe le grandi fusioni multinazionali che sicuramente non giovano al nostro pianeta. Anche di questo abbiamo parlato in Extra sul numero 36 del 2016.
Altra iniziativa di Donald Trump, che considera il denaro una virtù e non uno strumento,  verte a censurare l’EPA (Environmental Protection Agency, l’agenzia per la protezione dell'ambiente statunitense) i cui dati vengono da lui considerati allarmistici e non affidabili mentre, in realtà, sono una minaccia per i suoi investimenti industriali.
Dulcis in fundo, il miliardario ha ordinato la realizzazione di un gigantesco muro di divisione con il Messico per impedire agli emigrantes di varcare i confini con gli States.
Certo non si può negare che Donald Trump sia volitivo: se pensa un’assurdità la divulga e, con il beneplacito dei peggiori conservatori, filonazisti, imprenditori senza scrupoli e razzisti americani e non, la realizza.
Per le donne, poi, il biondo magnate ha scelto un ruolo sociale specifico: strumenti di piacere e sottoposte dell’uomo.
Qualche bontempone italiano lo definisce “un grande”. Lo pensiamo anche noi ma, sicuramente, per ragioni differenti.
In pochi giorni Trump ha lanciato la sua grande sfida al mondo senza alcun compromesso ma, evidentemente, non lasciando indifferente l’opinione pubblica americana e mondiale. Il malcontento è crescente così come lo sono le manifestazioni di dissidenti che giornalmente si snodano per le capitali statunitensi.
Questo fa emergere due evidenze: la prima è che il sistema elettorale americano non rappresenta la vera volontà dei cittadini ma quella dei “grandi elettori” che, evidentemente, non rispecchiano o non interpretano la volontà popolare, l’altra è che i Democratici hanno totalmente disatteso i bisogni degli States, reiterando gli errori con la candidatura di Hillary Clinton.
Le manifestazioni di dissidenza contro la politica di Trump si susseguono in tutto il mondo, a partire dalla “Women's march” tenutasi il 21 gennaio scorso a Washington e in moltissime città del mondo, dove milioni di donne protestavano per il rispetto dei loro diritti calpestati dal presidente degli Stati Uniti. Una così vasta ribellione, proveniente dalla vera parte pragmatica dell’umanità, è un magnifico presagio.
Cortei popolati da una miriade di uomini e donne che, per colori, aspetto e intenti, ricordano le grandi proteste del passato contro la segregazione razziale, la guerra del Vietnam, la rivendicazione della parità fra sessi, così partecipate da lasciar supporre una rinascita internazionale delle coscienze. Forse la misura è davvero colma e la folla non sopporta più la prevaricazione di pochi ricchi e potenti sulla restante popolazione del Pianeta. Sarebbe bello pensare che sia davvero così ma il dubbio, sentimento sempre utile alla verifica dei fatti, induce a qualche perplessità.
La speranza di un reale cambiamento sociale si scontra con la constatazione che se quell’uomo buffo, che sta decretando il suo fallimento politico, non stesse osando tanto contro i diritti umani, nessuno avrebbe davvero deciso di protestare. La speranza di cambiamento risiede nelle donne ed è solo per questo che ci s’interroga sul perché non vi sia una così vasta reazione anche per i conflitti mediorientali e per tutti gli altri sparsi nel mondo. O sul perché le donne non manifestino la stessa indignazione contro i trattamenti disumani cui sono soggette le loro compagne nei paesi ove la donna vale meno di una capra. Oppure del perché non si ribellino con la stessa energia contro la moltitudine di uccisioni, perpetrate verso di loro in ambito familiare. Sarebbe stato magnifico vedere le stesse donne italiane che hanno partecipato alla Women's march farlo anche contro i governanti che scelgono rappresentanze femminili fra emuli della peggiore politica maschilista, come Roberta Pinotti, che intensifica i rapporti con l’Arabia Saudita favorendo la fornitura di armamenti da impiegare contro le popolazioni inermi, o Beatrice Lorenzin, che considera le donne come fattrici per l’accrescimento della popolazione.
Perché una donna, e per tale s’intende chiunque sente di esserlo, una madre, non può accettare né la guerra, né l’essere considerata uno strumento e, tantomeno, un oggetto d’acquistare.



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