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VITA DA VVOCATO/SCIACALLI E AVVOLTOI PROFESSIONALI


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

1
FEB
2018

Il post di uno studio legale all'indomani della tragedia di Pioltello ha portato in luce un fenomeno antico ma mai regolamentato: quello dei procacciatori di clienti

Un paio di sere fa, a seguito del deragliamento del treno regionale 10452, alle porte di Milano, veniva postato su facebook, su un account professionale di uno studio legale mestrino: “… i prossimi congiunti delle vittime e le numerose persone che hanno subito lesioni hanno diritto di ottenere il giusto risarcimento dai responsabili dell’accaduto. Lo studio Legale (…) è in grado di fornire assistenza altamente qualificata alle incolpevoli vittime di questa sciagura. Pagamento di spese e compensi legali solo a risarcimento ottenuto. Contattaci online o chiamaci al (…) per ottenere una valutazione preventiva del caso senza oneri a tuo carico”. Post pubblicitario, questo, volto alla palese e spregiudicata speculazione professionale, insensibile alla sventurata tragedia, peraltro, a poche ore dall’accaduto, con i soccorritori che apprestavano  aiuti ai sopravvissuti, e con ancora caldi i corpi dei meno fortunati, di chi non ce l’aveva fatta. Ancorché, poi, con la verificazione del sinistro, della effettiva dinamica ed eventuali responsabilità eziologiche, semmai ravvisabili, ancora al vaglio degli inquirenti. Orbene, lo squallido e spudorato tentativo d’accaparramento clientelare, deontologicamente inaccettabile in quanto distonico rispetto ai principi e valori di noi avvocati, è, vieppiù, umanamente spregevole, ed oltre che  inopportuno, se considerato il comune momento di mestizia che attanagliava nel dolore supersiti e prossimi congiunti delle vittime. Tale atteggiamento ha scandalizzato, indignato ed esacerbato colleghi di tutta Italia, al punto da indurli a presentare segnalazioni ed esposti, e, manifestare la propria avversione attraverso social medias, auspicando punizioni disciplinari esemplari per gli autori. Lo stesso loro Consiglio dell’Ordine di appartenenza, ossia, quello degli Avvocati di Venezia, per il tramite del proprio presidente, ha preannunciato la sottoposizione a procedimento disciplinare dei malcapitati colleghi per violazione dell’art. 35 del codice deontologico (dovere di corretta informazione), operante  l’espresso richiamo al rispetto dei principi di dignità e decoro professionale per le forme e modalità di informazione. Ovviamente, lo Studio in questione ha subito replicato cercando, comunque, di minimizzare l’accaduto e facendo pervenire le proprie scuse.  Qualcuno  ha fatto tecnicamente rilevare come il tono del post, come pure la configurazione dell’account e l’utilizzo dello stesso (non da “avvocato self made man”) ed il tentativo di compiere “istant marketing” di un evento luttuoso,  paleserebbero, per vero, la  gestione di un “social media menager”, con un lapalissiano e imbarazzante sbilanciamento verso una direzione commerciale della professione forense, da vera politica da “comparative marketing”, tipica delle S.p.A. In massa si è subito gridato, scandalizzati, allo sciacallaggio professionale. Sicuramente, il comportamento posto in essere dai colleghi è indegno, indecoroso, biasimevole e censurabile e oltre modo irriguardoso del prestigio professionale di noi avvocati. Ma, dopotutto, fotografa l'attuale perdita valoriale cui l’avvocatura ne è solo lo specchio sociale. La politica commercial-professionale dell’ “homo homini lupus“ adottata dai colleghi, li accomuna, certamente, per zoomorfismo, agli sciacalli, abituati a nutrirsi di carogne. Certamente costoro hanno cercato indegnamente di lucrare sul dolore di superstiti e famiglie dei defunti, e, ciò, sotto il profilo morale non fa di loro delle belle persone. Probabilmente, anche nel disperato tentativo di sopravvivere a uno spietato, ingiusto e ormai delirante mercato, cercando di adeguarsi ai tempi, avranno cercato di reinventarsi, sulla falsa riga di inadeguati modelli manageriali. Vi inviterei, tuttavia, ad una diversa riflessione. Questo, a mio avviso, non è né il primo, e, forse, non sarà  neppure l’ultimo caso cui assisteremo. Quello che mi fa specie, e, onestamente non capisco, è perché ci siamo tutti e tanto indignati per tale vicenda e accettiamo, invece, proni e passivamente, tanti altri mortificanti comportamenti professionali, come, ad esempio, il mercimonio legale, ossia lo sviamento professionale operato, da sempre, da nostri colleghi anche dai nomi altisonanti, che, ammanicati con compiacenti agenti penitenziari, fanno man bassa di clientela nelle carceri o nelle locali caserme, ovvero, nelle assicurazioni e varie associazioni di categoria, anche in spregio alle reali capacità. O, ancora, colleghi che si accaparrano la clientela deprecando il lavoro altrui.  Costoro, del pari, sono anch’essi sciacalli e si comportano come tali. Eppure, tutti ignoriamo, o, peggio, non consideriamo lesivo, tale modus agendi ed operandi, evitando la denuncia e/o la segnalazione ai C.O.A. Perciò, credo che ciascuno di noi sia solidalmente responsabile di questo pessimo stato di cose. Molti colleghi, inoltre, sono all’oscuro o sottovalutano che, attualmente, accanto agli sciacalli, si collocano sul mercato: gli avvoltoi, una nuova e silente minaccia alla tradizionale figura dell’avvocato, che ricorre alla spudorata pubblicità subliminale attraverso la carta stampata, i media e la rete. Società per azioni  dotate di ingenti capitali, di investitori e partners economici, nonché, di procacciatori d’affari sguinzagliati, come segugi, sull’intero territorio nazionale.  Aziende volte a fornire prestazioni giuridiche, fregiandosi di grandi nomi del diritto e dell’avvocatura che non avranno mai nessun incontro e/o contatto con il cliente, piuttosto che con la pratica,  gestita, in realtà, da neo laureati o neofiti avvocati. Il loro paradigma è: “Nessun compenso in caso di mancato risarcimento”, “nessun fondo spese”, “nessuna spesa per contributi unificati o diritti d’alcun genere” soltanto una lauta percentuale in caso di vittoria, pari al 30% ed in alcuni casi anche il 33%. Per vero, non molto tempo fa, mi è capitato di imbattermi personalmente in uno di questi sedicenti  procacciatori d’affari. Uno studente universitario, stipendiato, munito di auto, cellulare e tablet aziendale. Da questi, attonita e basita, apprendevo degli anticoncorrenziali strategie aziendali per il procacciamento dei clienti, ossia, degli agganci, lautamente ricompensati, con gli ospedali e con le pompe funebri per la segnalazione di casi di infortuni e decessi. Costoro mortificano, sviliscono e svendono la professionalità dell’avvocato, propugnando al cliente un irreale modello comportamentale e prestazionale (di talché, determinandone la trasmutazione dell’attività legale da prestazione di mezzi in quella di risultato), vieppiù, instillando nel cliente la convinzione dell’inesistenza di spese vive, sistemiche e procedurali e il dubbio della slealtà dell’avvocato che, privo di alcun sopportatore economico alle spalle, per studiare la controversia al vaglio e per compiere i primi incombenti e adempimenti, richieda al cliente un fondo spese, o, peggio, ancora quello di richiedere il compenso, comunque, per l’attività svolta, anche in caso di soccombenza. Costui, inoltre, nel vantarsi di aver compiuto la magistrale sottrazione di clienti ad avvocati illustri, manifestando la volontà, al compimento degli studi, di effettuare carriera nella società de qua come legale, si rivolgeva alla sottoscritta chiamandomi collega. Tale espressione è esemplificativa della percezione che la gente, e i giovani, soprattutto, hanno ormai di noi avvocati, di meri commercianti del diritto. Ecco, dunque, che la nostra nobile professione è stata deprivata della propria sacrale funzione sociale e costituzionale, deprezzata e sommessa ad una qualunque attività commerciale e/o imprenditoriale a cagione di sciacalli e avvoltoi professionali che ne hanno fatto dell’Avvocatura una carogna. Ognuno di noi, a questo punto, dovrebbe forse  interrogarsi in ordine a cosa voglia dire ancora fare e, soprattutto, essere avvocato, ancorchè, un grande avvocato. A riguardo, non posso non citare, anche questa volta, il Maestro Calamandrei, con la nostalgia e la consapevolezza che gli uomini di cotale spessore umano e professionale sono ormai sempre più rari, probabilmente, in via d’estinzione, destinati a vivere solo nella memoria, nei cuori e nel ricordo del passato.  Vi lascio con una sua citazione: “Che vuol dire “Grande Avvocato”?... Vuol dire avvocato utile ai giudici per aiutarli a decidere secondo giustizia, utile al cliente per aiutarlo a far valere le proprie ragioni. Utile è quell’avvocato che parla lo stretto necessario, che scrive chiaro e conciso, che non ingombra l’udienza con la sua invadente personalità, che non annoia i giudici con la propria prolissità e non li mette in sospetto con la sua sottigliezza: proprio il contrario, dunque, di quello che certo pubblico intende per “Grande Avvocato””.

 



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