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Cogito ergo sparo


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

22
FEB
2018

I recenti eventi criminosi che hanno avuto come protagoniste armi da sparo legalmente detenute, riportano alla discussione la validità di favorire una così elevata diffusione di questi strumenti di morte. È davvero corretto il metodo per cui si può divenirne possessori e utilizzatori?

Frattamaggiore (NA) 10 febbraio 2018: un gioielliere spara e uccide uno dei quattro uomini che tentavano di rapinarlo. Casaletto Lodigiano (LO): il titolare di un ristorante spara e uccide un uomo durante un tentativo di furto. Latina 15 ottobre 2017: un avvocato entra in casa e sorprende dei ladri cui spara uccidendone uno. Sessano del Molise (IS) 3 gennaio 2018: un uomo resta ucciso dallo sparo di un amico durante una battuta di caccia al cinghiale nei boschi molisani. Macerata 3 febbraio 2018: un giovane spara sulla folla mentre percorre a bordo della sua automobile le strade della città. Viterbo 17 marzo 2017: uccide l’ex fidanzata e si toglie la vita con la pistola appena comprata. Questi episodi hanno tutti due fattori in comune: il possesso di un’arma da fuoco regolarmente detenuta e il ferimento o l’uccisione di un proprio simile. Le ipotesi di reato o i reati ascritti ai protagonisti di queste vicende spaziano dall’eccesso colposo di legittima difesa, all’omicidio colposo per incidente di caccia, al tentato omicidio aggravato da odio razziale, all’omicidio volontario, proprio causati dall’uso di armi da sparo detenute legalmente. Non deve indignare che siano stati elencati casi connessi al tentativo di impedire un crimine, dovuti a incidenti di caccia, causati dal gesto di un esaltato o dalla gelosia, perché si parte dalla considerazione generale che la vita di un uomo non debba cessare per mano di un suo simile e quando accade, per esplicita volontà o evento incontrollabile, non è facile individuare un aspetto positivo. Parleremo, quindi, di come si possa detenere legalmente un’arma da sparo in Italia, di come le armi siano adoperate e di quali possano essere le conseguenze della loro minore o maggiore diffusione. Le possibili casistiche per possedere armi da sparo in Italia sono sostanzialmente quattro: l’uso sportivo, il collezionismo, l’uso per difesa personale e l’uso per caccia oltre a quello destinato alle forze armate, alle forze dell’ordine, agli operatori degli istituti di vigilanza, ai produttori e venditori. Escludendo per logica le forze armate, le forze dell’ordine e gli operatori presso istituti di vigilanza per i quali le armi sono uno strumento necessario allo svolgimento della loro funzione, così come lo faremo per produttori e venditori per i quali sono previste specifiche licenze, andremo a studiare quale impatto sociale rivesta la diffusione delle armi da fuoco nella società civile. Che cos’è un’arma da sparo. È macchina termobalistica che sfrutta l’energia cinetica dei gas in espansione provenienti da una carica di lancio o scoppio per scagliare dei proiettili. Per la definizione giuridica e la classificazione bisogna fare riferimento agli artt.585 e 704 del Codice Penale, all’art.30 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, alla legge 18 aprile 1975, n.110, così come alle norme dettate dalla legge 25 marzo 1986, n.85 e successive modificazioni e integrazioni. L’iter per ottenere un permesso di detenzione o un porto d’armi si sviluppa attraverso procedure relativamente semplici. L’istanza per l’ottenimento del permesso di possesso o di porto d’armi deve essere inoltrata al Prefetto o al Questore, a seconda che si richieda per difesa personale o per le altre casistiche, tramite la Polizia di Stato, la Questura, il Commissariato di Pubblica Sicurezza o la stazione dei Carabinieri, consegnata bervi manu, in via telematica o con raccomandata postale, dopo aver compilato un apposito modello. Sono tre i documenti a corredo della domanda che rivestono particolare importanza: la dichiarazione sostitutiva in cui l'interessato attesti di non trovarsi nelle condizioni ostative previste dalla legge, le generalità delle persone conviventi, di non essere "obiettore di coscienza" ai sensi della legge n. 230 dell'8 luglio 1998, o di aver presentato istanza di revoca del riconoscimento di detta condizione; un certificato attestante l’idoneità al maneggio delle armi rilasciato dalle Forze Armate o dalle Forze di Polizia se vi si è prestato servizio oppure da una Sezione di Tiro a Segno Nazionale; un certificato medico che attesti l’idoneità fisica e mentale all’uso delle armi, rilasciato dalle strutture sanitarie militari, dagli uffici medici e legali della Polizia di Stato o dall'Asl del comune ove si risiede, previo rilascio di un certificato anamnestico redatto dal medico curante che attesti le condizioni psichiche e l’eventuale uso di sostanze psicoattive attuale e pregresso. Divenuti possessori del permesso, si può acquistare una o più armi da sparo secondo i casi specifici. Da questo momento si dovrebbe essere consci che si diventa artefici del destino di un semplice bersaglio di carta o della vita di un essere vivente. A giudicare dal numero d’incidenti anche mortali causati dall’uso delle armi da sparo detenute legalmente si evince che c’è una problematica irrisolta. I fattori che la determinano sono molteplici: il numero eccessivo di armi, circa un milione e centocinquantamila, detenute a vario titolo sul territorio nazionale, la difficoltà di monitorarne l’uso e la custodia corretti e l’insufficiente formazione degli utilizzatori. Nella trattazione escludiamo volutamente le ragioni etiche legate all’interpretazione del diritto di difesa o all’esistenza della caccia per rinviarle a una successiva valutazione, per soffermarci sul principio che centrare un bersaglio non significa essere in grado di evitare il ferimento o l’uccisione di un proprio simile. La procedura autorizzativa, infatti, non prevede la capacità di distinguere un uomo da una preda che si muove nella vegetazione, così come non insegna a rendere innocuo un malintenzionato piuttosto che ferirlo a morte. È evidente che l’uccisione di un uomo per mano di un cacciatore non può essere accettabile così com’è assolutamente inammissibile la difesa della proprietà e della propria incolumità, tramite il ricorso alla soppressione del malvivente. Ci sono parti della popolazione, anche appartenenti al mondo politico, che hanno una visione diametralmente opposta ma, lo ripetiamo, la vita di un uomo non può cessare per mano di un suo simile ed è da questo principio, sancito dall’etica, dalla civiltà e dalle religioni, che deve essere rivisitata la diffusione delle armi. Un vero sportivo che si dedichi al tiro non rappresenta un’emergenza perché ha una preparazione tale per cui l’arma è pari a un attrezzo ginnico e come tale la gestisce e la considera, anche se non ci sono garanzie che possa farne un uso differente. Chi adopera le armi per difesa personale dovrebbe avere un addestramento pari a quello militare che gli consenta di mantenere la totale lucidità e la capacità, anche in condizioni estreme, di sparare per ferire e non uccidere. La maggior parte degli incidenti accaduti nel corso degli ultimi decenni ha avuto esito mortale causa il ferimento del malvivente in punti vitali. Non per questo si allude alla precisa volontà di uccidere ma all’evidente incapacità di non farlo. Circa gli incidenti di caccia, questi non trovano giustificazione perché un cacciatore, se è preparato, indipendentemente dalla discutibilità delle sue scelte, non spara nel dubbio. La volontà di primeggiare in una battuta di caccia non può prevalere sulla pubblica incolumità. Una considerazione specifica deve essere espressa per i casi in cui il porto d’armi richiesto per uso sportivo è stato un’opportunità per possedere un’arma da sparo da destinare ad altri scopi specie se indirizzati ad azioni criminose. Per quanto sia possibile simulare un atteggiamento sociale irreprensibile e una completa sanità mentale, è difficile sfuggire a un attento esame psichico, pertanto nei casi in cui si sia verificato un evento criminoso come quello di Macerata, è evidente che Luca Traini non avrebbe dovuto possedere un’arma sia per il discutibile atteggiamento sociale che dimostrava sia per i suoi precedenti clinici. Chi impugnando un’arma ritiene di aver accresciuto la sua stima e il suo ruolo sociale è palesemente inidoneo. La soluzione più logica appare quella di rendere sempre più selettiva la modalità di rilascio dei porto d’armi perché i fatti dimostrano come il sistema presenti delle fallanze. Si causerebbe disparità di trattamento fra vecchi e nuovi beneficiari del diritto ma, in attesa di una riforma efficace, è preferibile ad altri incidenti. Fra le tante incertezze c’è una sicurezza: nessuno può sostituirsi ai metodi istituzionali di prevenzione e soppressione del crimine, pertanto è necessario che questi siano perfettamente efficienti, scientifici, obiettivi, liberi da pregiudizi e da pressioni politiche.



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