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PIUMA O SASSO: IL POTERE DELLE PAROLE


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

8
MAR
2018

Sono rimasti ormai in pochi i professionisti della parola, nelle alule di giustizia o nell’agone politico. Eppure quello che diciamo determina ciò che noi siamo

“Le tue parole hanno il potere di vita e di morte (…) ti renderai conto di quanto peso abbiano. Avrai la possibilità  di utilizzarle per ferire, umiliarle o calunniare gli altri. Così come potrai utilizzarle per guarire, incoraggiare, ispirare amare. Ogni tanto potrai fare la scelta sbagliata e, così come il dentifricio potrai, quando le parole avranno lasciato la tua bocca,non potrai riportarle indietro. Usale con attenzione. Non rimpiangerai mai di aver usata la gentilezza”. Queste le parole di AMY BETH GARDNER, una giovane mamma  del Tennessee alla figlia undicenne, come rito di passaggio alla preadolescenza, alla vigilia del suo primo giorno di scuola media. Amy, nel dare il bacio della buona notte a sua figlia ha voluto darle qualcosa su cui riflettere prima di addormentarsi. La donna le ha offerto un tubetto di dentifricio, invitandola a versare il suo contenuto interamente in un piatto. Una volta finito, l’ha pregata di riporre il dentifricio all’interno del contenitore. Con stupore la ragazzina ha esclamato di non poterlo fare perché impossibile. “Non sarà più come prima!”. La donna ha raccontato e spiegato l’intrinseco significato del suo gesto su facebook. “Ti ricorderai di questo piatto per il resto della vita”, si legge sul social. “Le tue parole hanno il potere di vita e di morte”. Pregnante di significato e contenuti, condiviso oltre settecentomila volte, il precitato post, segnalatomi da Sandra P., affettuosa lettrice e giovane madre, in un epoca segnata da logorrea virtuale nell’era del digitale e lunghi silenzi dialogici nel “reale”. In cui il “parlare”, purtroppo, ha perso la sua atavica sacralità. In cui la parola data non ha più valore. In cui le parole si sprecano, essendo, ormai, contenitori vuoti. In cui alle parole non corrispondono più contenuti. In cui abbiamo smesso di dare significato al “vero comunicare”, avendo  ormai, perso di vista chi siamo per davvero. In cui si proferiscono parole a vanvera, il più delle volte offensive avverso chiunque. In cui il legislatore ha sì depenalizzato l’ingiuria, ma ha altresì visto crescere casi di diffamazione. In cui diffamare e calunniare riesce ancor più facile virtualmente. Che la parola crei, era un concetto noto anche alle sacre scritture. In particolare il VANGELO secondo GIOVANNI introduce il concetto di VERBO o LOGOS, la parola creatrice di Dio. Secondo la tradizione cabalistica ebraica, la creazione è in primis creazione del linguaggio. Dio crea la parola cosicchè l’uomo, creato a Sua immagine e somiglianza, attraverso la parola, possa creare la realtà circostante a  propria immagine, a immagine di Dio sulla terra. Pertanto, ognuno di noi, quotidianamente, può creare con le parole la propria realtà, felice o infelice, ricca o povera, sana o malata. Infatti, frasi del tipo “non ce la farò mai”, “sono un perdente”, “non mi va mai bene niente”, “non combino mai nulla di buono”, “nessuno mi ama” ci predispongono, inevitabilmente, secondo una psicologica “profezia auto realizzante”, a un fallimento sicuro, avendo programmato negativamente il nostro cervello all’insuccesso, e determinando l’avveramento della nostra convinzione. In tutte le tradizioni antiche, alla parola veniva conferita pregnanza e sacralità, utilizzata non soltanto per comunicare, essa era altresì strumento nei rituali magici e propiziatori, piuttosto che nelle cerimonie religiose e nella preghiera. In molti sono stati i filosofi che hanno osannato della parola la forza generatrice, la “vis procreandi”; GORGIA fra i tanti, affermava, infatti, che una parola positiva crea, ed una negativa distrugge, così propinandone la potenza della parola. E di ciò ne erano convinti anche i romani, tanto è vero, che nelle  leggi delle XII TAVOLE punivano la stregoneria, ossia, chiunque lanciava anatemi avverso un raccolto ed esso poi periva. Attraverso le parole per costoro, infatti, si benediceva (dal latino, bene dicere,  si diceva bene”), si benediva una missione, un luogo, una nascita, un matrimonio, il raccolto, e, per converso, con egual potenza, si poteva anche maledire (male dicere, dire male). La parola è infatti vibrazione, è energia. Concetto affermato attualmente anche dalla fisica quantistica. La parola, veicolo di emozioni, sensazioni, informazioni, compie la sua missione solo attraverso l’incontro con l’altro e nel dialogo raggiunge l’acme della propria essenza, perché capace di dare senso anche al silenzio. Le parole che utilizziamo determinano nelle relazioni chi noi siamo. La parola, attraverso la celebrazione della intelligenza emotiva, è in grado di influenzare mente e cuore dell’interlocutore, trasmettere pathos. Così, mentre una buona parola, proprio come una piuma, è capace di accarezzare l’animo di chi la riceve,  una cattiva parola può ferire proprio come un sasso se scagliata con veemenza ed efferatezza verbale.  A ciascuno dovrebbero essere chiaro il “time out”, il precipuo momento in cui ritirarci da una conversazione potenzialmente conflittuale prima che le nostre parole facciano danni di cui poi pentirci. Come il corpo ha un suo linguaggio segreto (body comunication) – studiato dalla PNL,  programmazione neuro linguistica – così la parola, nel modo in cui viene usata e pronunciata può trasmettere un significato intrinseco, indipendente, sconosciuto e/o ignorato dalla volontà di chi parla, un linguaggio segreto del linguaggio. Quanti di noi si sono mai interrogati proferendo parola in merito a cosa si nasconde dietro le parole? Sul perché una comunicazione risulti efficace in un dato momento al ricorrere di precipue situazioni, sul perché sia possibile, in taluni casi, con particolari persone, per taluni individui più che per altri, addivenire all'armonia dialogica; su come instaurare una conversazione empatica, ovvero, stimolare la capacità di ascolto attivo, piuttosto che essere assertivi, comunicare in modo sincero ciò che sentiamo e proviamo, ricorrendo alla parola, dunque, per creare ponti e non per erigere muri. Ecco, dunque, che ciascuno di noi, a sua insaputa, è un oratore, un comunicatore, un facilitatore dialogico, un moderno alchimista di retorica e dialettica con in dotazione un prodigioso libro di magia, il dizionario. Comunicare, infatti, significa mettere in comunione verbale due o più soggetti, trasmettere feedback in maniera mirata. Essere buoni parlatori è senz’altro un dono che presuppone un abilità, che può essere sicuramente accresciuta dall’esercizio. L’abilità nel parlare è senz’altro estrinsecazione di potere. E di ciò ne erano consci e consapevoli potenti e dittatori. Non a caso, infatti, in regimi di restrizioni di pensiero, la libertà di parola e di espressione è la prima a essere deprivata e negata. Nella Grecia antica, i Sofisti maestri di oratoria e retorica, avevano fatto della parola un arte, l’Ars Oratoria, da Aristotele a Platone a Cicerone,  file rouge per districarsi tra illogicità e contraddizioni di tesi ed antitesi. Ed il giurista, come un tempo, il politico, erano l’emblema dell’eccelso utilizzo della parola. Simulacro ne erano l’oratoria (ossia, l’arte di tenere discorsi efficaci sfruttando la retorica davanti ad un pubblico)  con spiccata dialettica, grammatica corretta, un buon uso del linguaggio; la retorica (ovvero, l’arte dell’argomentare, del parlar bene onde persuadere l’interlocutore dalle proprie convinzioni, attraverso l’uso di determinati processi stilistici che coinvolgono emotivamente il pubblico tanto da convincerlo di ciò che si diceva); piuttosto che la dialettica (l’arte dell’uscire vittoriosi da un confronto, perorando le proprie tesi con argomentazioni valide). Ecco dunque che Ethos, pathos e logos, retorica aristotelica, maieutica socratica, ampliati e ripresi da ISOCARATE, grande  maestro di eloquenza nella Grecia classica con la sua Paideia formativa della educazione e cultura, sono la testimonianza di un lontano tempo passato e di uomini ricchi di valori, conoscenze e contenuti, in cui la comunicazione era considerata un’arte ottimizzata dalla dialettica attraverso tre livelli di comunicazione: verbale, paraverbale e non verbale, insegnate da Cicerone nel “De Oratore”. Concetti ben noti ad uomini di consimile spessore. Con rammarico bisogna rassegnarsi alla estinzione di quella classe di eruditi. Sono, infatti, rimasti ormai  in pochi i professionisti della parola, nelle alule di giustizia o nell’agone politico. Concludendo è appena il caso forse di rammentare che la responsabilità con cui usiamo il potere delle parole è nostra, utilizzarla per creare, aggregare, costruire, avvicinare piuttosto che per distruggere, aggredire, insultare, allontanare. Lo scegliamo noi, ogni giorno. Le nostre parole sono il fedele specchio della nostra anima. Sono la concretizzazione dei nostri pensieri, desideri e stati d’animo e, ancorchè di quello che pensiamo, dei nostri sogni, di quella parte inconscia ed irrazionale nascosta persino a noi stessi. Stiamo attenti a quello che desideriamo allorquando parliamo, perchè una buona parola, crea, “bene dice”, una cattiva distrugge, “male dice”. Ricordando sempre che “Se canti la Bellezza e sei solo anche in mezzo a un deserto avrai il tuo pubblico!”



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