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I buchi nell´acqua


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

22
MAR
2018

Sempre più labili le speranze dei cittadini di scongiurare le ricerche di idrocarburi nei mari Adriatico e Ionio, dopo che il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi delle regioni Abruzzo e Puglia

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso avanzato dalla Regione Abruzzo, con l’intervento parziale della Regione Puglia, dalla provincia di Teramo e da alcuni comuni della costa abruzzese, contro il ministero dell'Ambiente, quello dello Sviluppo economico e quello dei Beni culturali, in merito prospezione e ricerca di gas e idrocarburi al largo della costa adriatica. Le sentenze pubblicate fra il 28 febbraio e l’8 marzo di quest’anno, respingono le istanze perché i fatti contestati sono stati giudicati in parte infondati e in parte inammissibili con la presenza di censure generiche. A breve, quindi, saranno installate piattaforme di ricerca nello spazio di Mare Adriatico compreso fra Emilia Romagna e Puglia, da Rimini a Santa Maria di Leuca, includendo un tratto dello Ionio da Taranto a Santa Maria di Leuca. La regione che sarà maggiormente interessata dalle ricerche è la Puglia dove alcune società si sono assicurate l’autorizzazione di poter eseguire le indagini. Si tratta di gruppi che si occupano di compiere ricerche e fornire le proprie librerie di dati alle imprese interessate oppure di operare in proprio le estrazioni. Sono la Spectrum Geo, una società norvegese con sedi negli Stati Uniti, in Norvegia, nel Regno Unito, in Brasile, in Australia, in Indonesia e Singapore, la Petroleum Geoservice, con sede a Oslo e dislocata anche in Brasile, Messico, USA, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Russia, Egitto, Nigeria e Angola, la Schlumber Italiana con sede in San Donato Milanese e appartenente alla Schlumber nata in Francia e che vanta un’elevatissima presenza di sedi in tutto il mondo, la Northern Petroleum con sede in Canada, e la Global Petroleum con sedi in Australia e Inghilterra. Le coste della Puglia, quindi, saranno interessate dalla presenza di piattaforme, navi attrezzate e strutture dedicate alla ricerca d’idrocarburi nel sottosuolo marino. Le loro attività, che inizieranno nei prossimi mesi, sono motivo di preoccupazione per le possibili conseguenze che potrebbero causare: una è l’evidente interferenza con l’accoglienza turistica a causa degli insediamenti da impiantare sul litorale adriatico che deturperanno il panorama, la seconda è il pericolo di sversamento di sostanze inquinanti nelle acque e l’ultima, quella che induce più timori, è relativa al potenziale sconvolgimento dei fondali, quindi della flora e fauna marina, a seguito dell’impiego di attrezzature notevolmente invasive. La tecnica di monitoraggio che sarà adottata è l’air gun, letteralmente tradotto “pistola ad aria”, ampiamente adoperata nelle prospezioni geofisiche. La tecnica si basa sulla generazione d’intense vibrazioni causate dal violento rilascio di una notevole quantità di aria compressa. La bolla generata nel liquido, impatta con il sottosuolo producendo una diffusione di onde che, secondo la loro frequenza, sono interpretate e tradotte da sofisticate apparecchiature. Secondo la densità del sottosuolo e dei materiali che lo compongono, è possibile, quindi, individuare anche giacimenti di gas o petrolio. Ciò che genera interrogativi e preoccupazioni, sono proprio le possibili conseguenze derivanti da queste sollecitazioni prolungate che, ripetute a breve intervallo sul fondale marino, potrebbero pregiudicare la compattezza del sottosuolo. Oltre all’impatto sulle rocce, si temono le conseguenze sull’ecosistema marino e sulle biodiversità. Le onde che saranno generate sono percettibili anche a notevole distanza, condizione che sarebbe ampiamente percepita dalla fauna marina. La percezione di questi stimoli potrebbe causare disorientamento delle popolazioni ittiche, perdita della capacità di captare le vibrazioni naturali, riduzione dell’accoppiamento, difficoltà a relazionarsi con i simili e, in prossimità del fenomeno, anche la morte. Per una normale legge di sopravvivenza delle specie, l’esposizione prolungata del disturbo, genererà l’allontanamento. L’adozione del condizionale è d’obbligo per la carenza di ricerche preventive sulle aree oggetto di sondaggi. Da una parte si forniscono assicurazioni prive di avvalli scientifici e dall’altra le confutazioni si basano su dati rilasciati da centri di ricerca non governativi ritenuti di parte e non sufficientemente attendibili. Questa circostanza, però, può assumere un aspetto rilevante: l’assenza di una ricerca ufficiale delle università e istituti di ricerca governativi, tale da essere adottata univocamente. Non risulta, infatti, che i ministeri interessati al rilasciato delle autorizzazioni abbiano prima acquisito un parere scientifico sicuramente inopinabile. Nel caso contrario non è stato pubblicato. La difficoltà di recepire dati ufficiali è una delle cause dell’impari scontro fra i ricorrenti e i ministeri citati cosa che, oltre il caso specifico, non giova alla completa conoscenza del territorio e dei suoi fenomeni. Anche se i ricorsi fossero formulati in maniera convincente, il Consiglio di Stato non era dotato di sufficienti strumenti per avvallare la tesi dei ricorrenti. Quello che, invece, si può affermare è che, qualsiasi sia la portata dei giacimenti rinvenibili nei nostri mari, il ricavato sarebbe ininfluente al fabbisogno energetico nazionale così come le royalties che le società concessionarie riconosceranno allo stato che ospita le estrazioni. Non si comprende, quindi, perché innescare uno scontro impopolare fra stato e cittadini a fronte di ridotti utili e un sospetto rischio di danno ambientale. Questa è, evidentemente, una risposta che resterà di esclusiva competenza dei ministeri interessati e dei rispettivi governi. Ciò che, invece, avrebbe fornito una precisa cognizione della volontà popolare sarebbe stato l’esito del referendum tenutosi il 17 aprile 2016 per proporre l'abrogazione della norma che estende la durata delle concessioni per estrarre idrocarburi in zone di mare entro 12 miglia dalla costa sino all'esaurimento dei giacimenti. L’assenza di quorum ha inficiato l’esito referendario, anche se i risultati tendevano all’abrogazione. Quello del referendum sarebbe stato il primo passo per porre in discussione proprio le trivellazioni in mare. Gli elettori non hanno perso soltanto l’occasione per esprimere la loro opinione in merito alle trivellazioni in mare ma anche un’altra opportunità per esternare le proprie volontà. I dati dei referendum, infatti, sono un risultato dell’espressione popolare molto più concreto delle elezioni politiche e amministrative, sempre che si voti. Gli sviluppi di questa vicenda si termineranno con soluzioni posteriori e tampone: è probabile che le ricerche d’idrocarburi in mare causeranno fenomeni di scompenso ambientale cui si dovranno porre rimedi tardivi, costosi e inefficaci. Il tutto, naturalmente, a totale spesa dei contribuenti. L’ulteriore diminuzione delle popolazioni ittiche, lo squilibrio della biodiversità, la scomparsa di alcune specie marine, sono condizioni difficilmente reversibili, generando non solo un danno ambientale ma anche economico. Proprio nel momento in cui le popolazioni costiere del nostro paese focalizzano gli sforzi per uscire dal tunnel della crisi, attraverso turismo, cura del paesaggio e promozione dei prodotti tipici tentando, nel contempo, di recuperare e tutelare il territorio, questa iniziativa governativa appare come un nuovo insulso e inutile ostacolo. Ancora una volta, chi davvero decide ignora le realtà del territorio che governa.

 



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