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Si dice privacy e si legge perversi


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

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LUG
2018

Questa settimana le cronache in connesso viaggiatore parlano di GDPR. Mi rendo conto, un acronimo oscuro a molti cittadini, ma che ha avuto il suo momento di gloria qualche giorno fa. Questa sigla indica i termini General Data Protection Regulation, che indicano un Regolamento europeo, entrato in vigore qualche giorno fa. Il lettore più attento potrebbe insorgere: “ma come, un giurista che ignora il numero del regolamento, la data in cui è entrato in vigore…”
In realtà è proprio questo il punto. Ci troviamo di fronte a qualcosa che il connesso viaggiatore vorrebbe palesemente ignorare. La protezione dei dati, la privacy, questo nuovo campo d’azione, pronto a dare lavoro a centinaia di esperti, mi appare come una solenne bufala. I big data, ovvero i database estesi, sono assolutamente incontrollabili. La realizzazione degli insetti spia, pronti ad entrare nelle camere da letto, trasmettendo immagini scabrose ad oscuri e lontani guardoni, è tecnologicamente già possibile. A che giova pensare a difendersi dall’invasione della robotica, fingendo di ostentare la possibilità di un innalzamento dei muri?
Proviamo invece ad assumere un altro approccio. Resettiamo tutto, cambiamo direzione, ripartiamo, sogniamo altro. Proviamo ad immaginare che la privacy vada ripensata, ricostruita, lasciando che quei muri siano i comportamenti sociali. L’interesse, moneta di scambio sudicia e santissima, ha trasformato il cambio di mutande dei “VIPS” in un fatto. E’ cominciato lì, in un fallo pendulo e rattrappito, il declino della privacy. Ricorro ancora allo zio “Dick”, a Dick Feynman, una delle mie varie coperte di Linus (coperte mie, non di Linus… ma a volte sono sciocco o faccio lo sciocco, perdonatemi… n.d.a.).
Dick Feynman, il professore matto, è in Giappone, intento a fare conferenze sulla fisica delle superstringhe. E’ in compagnia di un altro fisico teorico, che esce dal suo bagno, “nudo come un verme.”(Cit.) In quel momento entra una cameriera locale, senza bussare, vestita del suo splendido abito tradizionale. E’ venuta a portare il tè agli ospiti della locanda. Guarda il “verme”, si inchina, pronuncia alcune parole di benvenuto, e senza batter ciglio va via. “Siamo degli incivili”, è la sola cosa che riesce a dire il malcapitato amico di Dick.
Cosa voglio intendere con questa storia? Che siamo noi, con i nostri costumi e i nostri abiti mentali, a fare e disfare il concetto di privato, scabroso, protetto o da proteggere. Abbiamo imparato da tempo a mettere in piazza sentimenti bassi e riprovevoli, con la stessa leggerezza con cui abbiamo dimenticato, invero troppo spesso, di esporre l’amore e la profondità. Parlare di difesa della privacy nel regno dei perversi è un ossimoro contemporaneo. Con l’atteggiamento tipico del sociopatico il vostro affezionatissimo si rifugia nella terza persona, nel downshifting e nella via del guerriero, sognando che ad un mondo migliore cominci a non fregare più nulla di fatti che non dovrebbero essere ritenuti tali.
E’ vero, è una pazzia, ma anche la perversione della privacy lo è. Scatti, foto, social network, screenshots, fili, cavi, collegamenti wireless. IoT, l’internet delle cose… i frigoriferi spia, che ci guardano, come l’occhio di Hal 9000, il killer di uomini di “Odissea nello spazio”. A proposito di odissee: ma queste cose non le avrò già dette, da qualche parte? Mi sento il violatore della mia stessa privacy. Follie, mattane, penitenziagite!



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