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SenzaSlot.it/Non in quel bar

Pubblicato da: Categoria: Attualità

14
MAR
2014
Da un collettivo che evita  i locali con macchinette mangiasoldi nasce un blog e un libro, al confine tra narrativa e giornalismo d’inchiesta. Tra le autrici, una tarantina
 
Nel cuore della ricca e alacre Lombardia, Pavia è considerata “la capitale italiana delle slot machine”. Qui la crisi colpisce duro: emergenza casa, emergenza lavoro, emergenza ‘ndrangheta ed emergenza slot. E se si trattasse soltanto di aspetti diversi del declino?
Quattro trentenni, tra cui Ludovica Cassetta di Taranto, un po’ per esperimento, un po’ per attivismo, decidono di occuparsi della questione usando gli strumenti e i linguaggi dei social network e delle lotte giovanili. Due di loro sono informatici e creano un sito, SenzaSlot.it, per fare una mappatura “dal basso” di tutti i bar d’Italia senza macchinette mangiasoldi. In pochi mesi ricevono 2000 segnalazioni da ogni provincia del Paese.
Nel blog di SenzaSlot.it si ragiona su cosa c’è dietro al gioco, su quali sono gli interessi che muovono la grande macchina “mangiauomini” e si dice chiaro e forte che l’azzardo non è un gioco, ma una schiavitù che colpisce soprattutto i più deboli. Nel giro di pochi mesi, SenzaSlot.it diventa un curioso fenomeno mediatico. Compare su giornali nazionali, radio, televisioni. A Pavia suscita la formazione di un fronte variegato che lo scorso 18 maggio è sfociata in una manifestazione nazionale di protesta. 
Dal caso nasce un libro, che affianca agli eloquenti dati sul dilagare incontrollato del fenomeno storie significative: dal giocatore d’azzardo compulsivo che lotta per smettere al barista messo sotto scacco dalle concessionarie di slot machine, dallo psicoterapeuta che combatte contro l’azzardo patologico all’installatore che, pur vivendo di questo business, vorrebbe poter tornare a installare flipper e videogame.
Oltre a ripercorrere la storia curiosa dei primi mesi del Collettivo, nel libro entrano molte voci: quelle di vari gruppi no slot, quelle di psicologi come Mauro Croce e Claudio Dalpiaz, quelle di esperti di gioco e videogioco, quelle di attivisti antimafia e della sinistra a cui viene data la parola negli interludi tra i capitoli. Il risultato è un esperimento riuscito di scrittura collettiva che combina registri e forme diverse (il racconto, l’intervista, lo scambio di email e chat, il saggio) e finisce per usare il gioco d’azzardo come pretesto per gettare uno “sguardo obliquo” sulla nostra società. E, magari, provare a cambiarla.
 
 


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