MENU

Finanza allegra (si fa per dire)

Pubblicato da: Categoria: Attualità

8
FEB
2013

 

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena ha riportato alla ribalta meccanismi economici perversi, con il relativo seguito di derivati, titoli tossici, scalate a prezzi eccessivi e speculazione.  Se n’è parlato con l’economista Leonardo Becchetti alla Cittadella delle Imprese
 
Sembra lontano ormai il ricordo del 15 settembre 2008, il lunedì nero di Wall Street, quando scoppiò il caso dei Mutui Subprime e la Crisi mondiale che tutti conosciamo. Quello che lo scandalo MPS ha messo in rilievo non è solo un atteggiamento spregiudicato ed irresponsabile, ma, andando più a fondo alla questione, il fallimento del Capitalismo di stampo Neoliberista e, più in generale, dell'Economia di Mercato Pura, che, con buona pace di Adam Smith, ha dimostrato l'impossibilità della autoregolamentazione per mezzo della concorrenza.
Di fronte a questo ennesimo fallimento è sempre maggiore l'interesse che suscitano termini nuovi come Finanza Etica ed Economia Civile. 
Si è parlato di queste tematiche, lo scorso 1° febbraio, nella Sala Resta della Cittadella delle Imprese, in un incontro dal titolo emblematico "Il Mercato Siamo Noi", organizzato dal Centro di Cultura G.Lazzati, Consorzio Interfidi, Consulta delle Aggregazioni Laicali e Camera di Commercio di Taranto (che rientra nel percorso formativo annuale dell’Accademia di Economia Civile), che ha visto la partecipazione di uno dei maggiori esperti italiani di tali questioni, il prof. Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia Politica all'Università Tor Vergata di Roma.
Noi di Extra Magazine, presenti all'incontro, gli abbiamo posto alcune domande, alla luce delle problematiche economiche e sociali deflagrate con il Caso ILVA.
Professor Becchetti, un suo collega economista, Luigi Zingales difende il capitalismo, dicendo che non è il sistema in sé, ma gli uomini che lo applicano ad averlo portato a queste aberrazioni, riconoscendo comunque che il Mercato vada controllato e che noi tutti siamo i controllori. Lei va dicendo da diverso tempo che bisogna guardare ai meccanismi sottili e perversi che agiscono all'interno dell'economia. Come si esprimono secondo lei queste tematiche all'interno di una realtà come quella tarantina, che, complice il Caso ILVA, più di altri territori necessita di un cambio di paradigma e forse di un'inversione di rotta?
«Bisogna creare valore economico, non guardando solo all'aspetto quantitativo, che potrebbe produrre infelicità, ma alla qualità dello sviluppo. Si può creare sviluppo in tanti modi, ed oggi è molto più lungimirante non limitarsi ad una produzione esclusivamente manifatturiera, nella quale il costo del lavoro è molto importante e la conseguente tentazione di delocalizzazione o quantomeno di una perdita di competitività con concorrenti esteri è molto più forte, ma puntando su fattori produttivi non delocalizzabili. Storia, territorio, cultura, paesaggio, turismo: questi fattori reggono molto meglio alla crisi, inoltre non possono essere delocalizzati, non dipendono dal costo del lavoro e beneficiano dell'aumento della domanda mondiale. La caratteristica di questo tipo di sviluppo è che dipende dalla valorizzazione dei Beni Comuni: Taranto ne possiede di importanti, primi fra tutti la storia e la Magna Grecia, insieme a beni naturali come il mare e la baia, che devono essere valorizzati affinchè su questi beni si possano innestare tutta una serie di beni privati che creino valore economico. Ma se si distruggono i beni comuni, nulla si può edificare sulle loro macerie».
Adesso una provocazione, prof. Becchetti: studi antropologici e sociali hanno evidenziato in Italia una differenza sostanziale tra nord e sud. Lì dove alla fine del medioevo a nord si svilupparono i Comuni che favorirono questo senso di appartenenza e comunità, il sud rimase sostanzialmente feudale, favorendo una mentalità ed una concezione della vita più individualista. Alla luce di questo nostro retaggio ha senso, secondo lei, parlare di Beni Comuni in una realtà come la nostra?
«Ci sono, senza dubbio, influenze storiche di lungo periodo, io però non sono cosi determinista e credo che il capitale sociale si può cambiare, dipende dall'esempio della classe politica e dalla capacità di organizzazione della società civile. La Sicilia è un esempio di territorio dove c'è stata una primavera, c'è stato un risveglio e c'è, oggi, una vivacità notevole dal punto di vista del terzo settore e dell'economia sociale. Penso che se Taranto intraprende la strada che prevede la costruzione di un progetto di sviluppo per la città, prendendo a modello tante altre realtà che hanno puntato sul territorio, sul turismo, sulla valorizzazione dei beni storici e culturali, allora potrà anche ricostruire quel capitale sociale di cui ha bisogno, e forse un nuovo retaggio».
Cosa dobbiamo fare quando le nostre certezze cadono come castelli di carta, quando ciò che per secoli è stato il nostro modo di pensare ed agire  drammaticamente non ci permette più alcun tipo di sviluppo e progresso, quando concetti, per noi incrollabili, come lavoro, disoccupazione, salute e giustizia sociale finiscono per diventare una serie di dati e numeri sullo schermo del computer di un anonimo speculatore finanziario? La risposta a queste domande è semplice, radicale ed in un certo modo sovversiva: dobbiamo cambiare.
Il professor Becchetti ci propone una finanza più etica ed un'economia civile dalle caratteristiche più umane. Allora, se aveva ragione De Gregori  quando cantava che "la Storia siamo noi, nessuno si senta escluso...", è ancora più vero oggi dire che "il Mercato siamo noi”, nessuno si senta tagliato fuori.
 


Lascia un commento

Nome: (obbligatorio)


Email: (obbligatoria - non sarà pubblica)


Sito:
Commento: (obbligatorio)

Invia commento


ATTENZIONE: il tuo commento verrà prima moderato e se ritenuto idoneo sarà pubblicato

Sponsor