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La strategia del terrore

Pubblicato da: Categoria: Attualità

27
APR
2017

Insinuare nella quotidianità la paura è un metodo subdolo che mira a destabilizzare le certezze e indurre ad azioni guidate dall’impulso


Il terrore. È questo lo stato d’animo cui è sottoposta la grande parte della popolazione mondiale. Appare un raffronto eccessivo solo se si relaziona alla condizione di disagio delle popolazioni colpite dagli ultimi clamorosi attentati ma, nella realtà, non c’è concretamente nessuna parte del mondo esente da imprevisti attacchi terroristici o bellici. Nessuno può dirsi libero da questa oppressione silente e dalla paura che essa determina, perché può colpire ovunque e chiunque.
Questa è la sua assurda logica: impedire la libera espressione della vita, che sia passeggiare per le strade di una città, entrare in un ristorante, assistere a un concerto, aspettare la metropolitana. Perché la paura condiziona le scelte, annichilisce la volontà, induce a rinunce e chi attua questa bieca visione di lotta, sa perfettamente di ottenere questo risultato.
È inevitabile pensare agli attacchi terroristici che hanno sconvolto e stravolgono la quotidianità proprio perché a danno di bambini, donne e uomini che poco o nulla riguardano le finalità dei loro carnefici ma diventano vittime innocenti e, per questo, destano sgomento e scalpore.
Essere cittadini di uno stato differente, professare una diversa religione o non farlo per nessuna, avere un colore differente della pelle, amare, può essere un motivo sufficiente per divenire latore inconsapevole di un messaggio di odio, di morte, di minaccia.
I recenti attentati perpetrati ai danni di civili sono stati eseguiti da pochi individui e, in taluni casi, anche da singoli soggetti che, in nome di un principio distorto, hanno portato a termine la loro missione, consci di divenire vittime fra le vittime. Chi o che cosa può spingere un essere umano a privare della vita di simili dei quali non conosce neppure il volto, trova troppo facilmente risposte che potrebbero non essere attinenti alla realtà. In questa delicata fase storica, è divenuto consequenziale pensare alla strategia del terrore e pronunciare il nome dell’organizzazione jihadista salafita dello Stato Islamico.
Gli atti terroristici che hanno colpito la popolazione civile in diverse parti della Terra sono stati, frequentemente, rivendicati dall’ISIS, ma pensare che una struttura così estesa, sostenuta da adepti reclutati in ogni parte del mondo, dotata militarmente ed economicamente, si adoperi a seminare terrore e morte in nome del fondamentalismo islamico, appare molto riduttivo. Quella che si dispensa per una guerra santa, nasconde interessi molto più ampi e gestiti in modo accurato. Il fatto che nelle file dell’ISIS ci siano giovani specializzati in diverse materie, dimostra che il gruppo terroristico si è dotato di una intelligence, ben differente dalla maggioranza di miliziani convinta di servire il proprio dio. È necessario risalire le fila del Daesh per comprendere che gli scopi reali vertono all’egemonia attraverso l’uso della religione islamica. Il popolo islamico non è l’ISIS, come dimostra il documento redatto da oltre 120 studiosi musulmani di tutto il mondo, tra cui figure religiose ed accademiche, come lo sceicco Shawqi Allam, il Gran Mufti d'Egitto, lo sceicco Muhammad Ahmad Hussein, il mufti di Gerusalemme e tutta la Palestina. La lettera aperta rivolta ai “combattenti e seguaci” dello Stato Islamico, denuncia il loro uso strumentale e distorto della religione. Nihad Awad, direttore esecutivo del Council of American-Islamic Relations, ha dichiarato che il suo obiettivo è di offrire una puntuale confutazione islamica contro la filosofia dello Stato Islamico e la violenza che perpetra.
Altro esempio delle finalità politiche più che religiose del fondamentalismo è l’uso di propaganda che volutamente confonde o sostituisce le leggi coraniche con quelle create dallo Stato Islamico per avere un migliore controllo della popolazione da sottomettere o per diffondere proselitismo.
La strategia di convincimento delle masse, principalmente se povere e arretrate, con l’uso della religione, non è una prerogativa dello Stato Islamico. La Storia dei Popoli racconta l’utilizzo strumentale delle religioni, adottato per la sottomissione, per il proselitismo, per il raggiungimento di scopi economici e per giustificare le politiche espansionistiche. La sua validità, infatti, insieme alla strategia del terrore, sono ancora oggi largamente adoperati da diversi governanti anelanti al potere assoluto. La condizione in cui versa attualmente la Turchia ne è un esempio. Recep Tayyip Erdoğan, attuale presidente della Turchia, deve la sua ascesa politica proprio al Refah Partisi, un partito d’ispirazione islamico-conservatrice. Da sindaco di Istanbul ha intrapreso la sua scalata ai vertici del paese passando da una politica europeista ad ambire al ruolo di Sultano di un nuovo Regno Ottomano da lui reinterpretato. Per ottenere i suoi scopi non ha mai disdegnato l’uso della repressione, del negazionismo dei crimini di guerra, della violenza e dei brogli. Dopo il presunto colpo di stato organizzato da una parte dell’esercito, che per la costituzione turca ha il dovere di vigilare sugli eccessi di potere, Erdoğan ha dimostrato palesemente la sua volontà di divenire dittatore della Turchia facendo arrestare Demirtas, leader del partito democratico dei popoli (HDP) con altri 13 parlamentari, 90 sindaci, 180 giornalisti, 5000 attivisti, oltre ad aver operato l’epurazione di 103mila dipendenti pubblici vicini al sindacato di sinistra KESK, perché ritenuti suoi oppositori.
Al fine di legittimare il suo potere, Recep Tayyip Erdoğan ha organizzato un referendum sulle riforme costituzionali che, in sostanza, gli attribuiscono poteri quasi illimitati. Lo ha vinto, anche se con una maggioranza risicata ottenuta con minacce all’elettorato, brogli e impedendo all’Osce il controllo sulle operazioni di voto. Ora il suo prossimo intento è la reintroduzione della pena di morte e l’allontanamento della Turchia dall’Europa che è stata per lui solo uno strumento per raggiungere i suoi intenti.
Lo Stato Islamico e l’ascesa di Erdoğan sono solo due degli esempi in cui la strategia del terrore è uno strumento per ottenere uno scopo. Il terrore sui popoli pacifici è impresso anche con le continue minacce. Quelle espresse da Pyongyang, di adottare armamenti atomici contro America e Occidente, non sono forse basate sulla strategia del terrore? Quei burocrati in divisa pronti ad applaudire a qualsiasi azione del dittatore Kim Jong-un non sono forse posseduti dal terrore di perdere tragicamente la vita se non dovessero assecondarlo?
Ma la strategia del terrore è un metodo subdolo di lotta che mira a colpire vittime civili innocenti per diffondere la paura, destabilizzare le certezze e indurre ad azioni guidate dall’impulso e questo lo hanno ben compreso anche l’America e la Russia che apparentemente non intervengono in modo diretto nei conflitti in corso ma che sono sempre pronte, attraverso i loro monarchi, a dimostrare le loro capacità belliche. Non è forse anche questa una strategia del terrore che in nome della giustizia, vista per ognuno da una prospettiva diversa, mette a repentaglio la vita di milioni di cittadini innocenti e inconsapevoli?
In scala differente, l’azione delle Mafie in tutto il mondo non è basata sulla strategia del terrore e sulla falsa offerta di protezione?
C’è un filo conduttore che lega queste assurde logiche: poche migliaia d’individui, in nome del potere a loro attribuito da un dio di comodo, da un sistema politico artato, da un elettorato condizionato, decidono la vita e la morte di 7,4miliardi di abitanti della Terra e riescono a farlo attraverso un perenne, serpeggiante, incisivo senso d’incertezza, paura, terrore che come una goccia che scava, riesce a controllare la volontà dei popoli tanto da piegarla alle decisioni imposte.
Quello che potrebbe spezzare questa catena del male è la conoscenza, perché sapere non è uguale ad accettare quello che è proposto o imposto. L’unione dei popoli favorisce la consapevolezza del significato e del valore dell’esistenza che deve essere tutelata.
Il contrario di quanto oggi accade laddove si ergono muri, si marcano confini, si sopprime il libero pensiero e si allontanano i propri simili come se fossero nemici.
 



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