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Tre in meno

Pubblicato da: Categoria: Attualità

18
MAG
2017

Tre sorelle rom, Francesca di 8 anni, Angelica di 4 e Elisabeth di 20, sono morte carbonizzate. Il fuoco le ha sorprese nel sonno, in un camper nella periferia Sud di Roma. Se tutte le lacrime hanno lo stesso colore, come mai ci siamo indignati pochissimo di fronte a questa tragedia?

La visione è la percezione di un’idea, di un concetto, del quadro di una situazione, in relazione al modo in cui si compia l’osservazione. Il solo fatto di essere protagonisti o semplici osservatori ne può mutare notevolmente il contenuto. Oltre alla spazialità, subentrano fattori fondamentali come la cultura, le epoche e gli stati d’animo che influiscono notevolmente, scalfendo l’oggettività a favore d’improvvisate soggettività spesso indotte dall’acquisizione indiretta dei fatti. Quella che è una notizia, può essere forgiata tanto da trasformare un evento in un’opinione lontana dal suo vero significato.
Per avere una maggiore cognizione, riporteremo la descrizione di eventi del passato e del presente, analizzati con una visione differente ma che trattano di contenuti assolutamente difformi alla realtà.
Epoche differenti, mancata cognizione, emozioni, preconcetti, riescono a mutare la verità sino a stravolgerla totalmente.
Il primo documento è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati negli Stati Uniti, ottobre 1912: “Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e latta nelle periferie delle città, dove vivono vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani, invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
Il secondo è un articolo del New York Times datato 1 gennaio del 1894: “Abbiamo all'incirca in questa città trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie province napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l'industria nazionale. Non è strano che questi briganti portino con se un attaccamento per le loro attività originarie”.
Il terzo è un articolo giornalistico scritto da chi è considerato un “mostro sacro” del giornalismo italiano, Indro Montanelli, che nel 1936, su Civiltà Fascista, scriveva “…non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà“. Lo scrittore confermerà la sua opinione durante un’intervista rilasciata molti anni dopo a Enzo Biagi. Il suo racconto prosegue con l’acquisto di una bambina di dodici anni durante la campagna colonialista in Abissinia: “a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. Era un animalino docile, io le misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari“.
I primi due scritti parlano di come gli italiani siano stati classificati durante il periodo in cui emigravano in America in cerca di lavoro, il terzo racconta la visione che Indro Montanelli, uno dei più famosi scrittori e giornalisti della storia d’Italia, ha continuato a conservare in merito alle popolazioni africane. Anche senza abbandonare il territorio nazionale, è stato sufficiente osservare i propri concittadini distanti poche centinaia di chilometri per scoprire come potessero descriversi differentemente. Il marchese Massimo D’Azeglio, che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata, in una lettera inviata a Diomede Pantaloni il 17 ottobre del 1860, scriveva: ”In tutti i modi, la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”. Non molto difforme da quanto recitato, in tempi molto più recenti, dall’eurodeputato leghista, Matteo Salvini in uno dei suoi testi contro i meridionali: “Senti che puzza scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”. L’opinione non era molto diversa quando il generale garibaldino Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II inviato a Napoli nell’agosto del 1861, in una lettera inviata a Cavour, scriveva: “Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”.
È sufficiente cambiare la visione e i personaggi di un testo per apparire assolutamente diversi dalla realtà, difformi, inferiori o superiori secondo il punto di osservazione. Succede continuamente e per qualsiasi notizia che riguardi l’uomo visto da troppe prospettive differenti. È di mercoledì 10 maggio scorso, la tragica notizia dell’incendio di un camper nelle periferie di Roma dove, nel rogo hanno perso la vita una ragazza di 20 anni e due bambine di 8 e 4 anni. Un episodio che turba profondamente già per il solo fatto che si siano spezzate tre giovanissime vite in un modo orrendo. Questa, oltre alla ricerca delle cause, sarebbero state indicazioni sufficienti a documentare un fatto profondamente doloroso. È stato sufficiente cambiare la visione, il punto di osservazione e la notizia ha mutato gli stati d’animo: le tre sorelle vittime dell’incendio erano Rom. Non conosciamo il colore dei loro occhi, dei loro capelli, quale fosse il loro fiore preferito, qual era il loro significato dell’amore e il loro cibo preferito, i loro sogni, le loro aspirazioni. Sappiamo con assoluta certezza che erano Rom. Forse, rilevarlo è servito a ricordare che questa popolazione è la più antica che possa definirsi europea? Così per dare più enfasi alla notizia: “Sono morte tragicamente tre bambine del più antico popolo europeo”. Eppure continua a essere assolutamente superfluo, mentre appare più plausibile che definirne l’origine ha voluto indurci a cambiare il nostro senso di pietà e di sofferenza. Modificare il peso specifico delle vite di quelle vittime. Non erano tre turiste tedesche che viaggiavano per conoscere la nostra capitale ma tre bambine che vivevano in un parcheggio del quartiere Centocelle di Roma. È stato sufficiente leggere i commenti che sono apparsi in seguito sulla rete o sui muri delle città per comprendere come sia semplice cambiare parere mutandone la visione. Lo stato d’animo dell’uomo civile ha abbandonato la compassione per dare sfogo alla più becera bestialità riassunta in uno dei tanti commenti. “Tre in meno!”.
Quanto è davvero differente essere considerati italiani immigrati in America agli inizi del ‘900, popolazioni colonizzate in Africa, profughi in cerca di salvezza in Europa o Rom in Italia?
Il contenuto degli eventi non dovrebbe mutare se i protagonisti sono bambini, uomini, donne, eppure è stato sufficiente variare la descrizione del loro stato e della loro origine perché “tre vite in meno” divenissero “tre Rom in meno”.



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