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Nel fango del dio mercato


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Pubblicato da: Categoria: Attualità

9
AGO
2018

Sempre più spesso sentiamo ripeterci che la selezione la fa il mercato. Il mercato sceglierebbe i migliori, i più capaci, punendo gli altri. Assistiamo al trionfo della concezione etica del mercato, come se questa entità avesse un’anima ed un’anima buona, per giunta.
Quanti tra noi, che pure abbiamo creduto o in parte crediamo a questo mantra, sapremmo definire il mercato? Riflettiamoci. Non è forse vero che questo totem onnipresente nelle nostre vite, è costantemente evocato, idolatrato, vituperato, ma senza che la gran parte delle persone che lo nominano ne abbiamo una pallida conoscenza? Che cosa è dunque il mercato? La domanda è legittima, la risposta merita alcuni ragionamenti e una buona dose di induzione.
Facciamo un esempio: una multinazionale dell’abbigliamento, che monopolizza il commercio di articoli di vestiario sportivo, producendo la gran parte dei beni che vende in paesi sottosviluppati, in cui impiega minorenni, sottopagati, schiavizzati, costretti a turni di lavoro massacranti e tenuti privi di alcuna tutela sindacale. Se qualcuno tra noi ipotizzasse che questo è mercato, sarebbe convinto della sua anima buona?  
La diffusione nei giorni scorsi dei primi dati forniti dall’istituto SVIMEZ, legati alla condizione del sud Italia, ha riproposto, seppure per un breve attimo, la discussione sulla scomparsa del lavoro e del reddito, che sempre più sembra favorire una desertificazione generazionale delle regioni del nostro mezzogiorno. In particolare, alla stagnazione del numero di lavoratori e all’emigrazione massiccia di giovani italiani in cerca di un futuro migliore, le osservazioni balzate all’attenzione della stampa hanno riguardato il fenomeno dei cosiddetti “lavoratori poveri”. In pratica stiamo assistendo a una progressiva erosione dei redditi e dei diritti dei lavoratori, impiegati in attività spesso usuranti, poco qualificate, con scarsissime prospettive di progressione sociale e reddituale, e un’aspettativa di sostenibilità economica, per quanto riguarda l’età della pensione, che a detta di tutti è assai negativa. Anche questo è mercato? L’anima candida del nostro Signore Mercato vuole tutto questo, magari in ossequio ad un divino e provvidenziale disegno di riscatto ultraterreno?
In gran parte del mondo, ormai dominato in lungo e in largo dal mercato, il risultato di questa signoria è un’allocazione delle risorse che ricalca la celeberrima società feudale, mirabilmente descritta dal grande Marc Bloch. Anche i contadini dei bei tempi antichi andavano al mercato. Non cerano le transazioni in tempo reale, l’ambiente era certo più rustico, ma si scambiavano merci e servizi in cambio di moneta sonante, proprio come ora.
A quei tempi c’erano pochissimi ricchi, che possedevano la gran parte di tutto ciò che aveva valore economico e che dovevano fare poco o niente per mantenere intatta, o addirittura aumentare, la propria smodata ricchezza. Al contrario, c’era una moltitudine di persone che erano nullatenenti, o quasi, che non potevano aspirare a una vita piena e libera, si moriva spesso, si faticava tantissimo, non esistevano tutele e i diritti, quando c’erano, erano poco più che parole scritte sulla carta. Incredibile constatare come possa cambiare tanto, senza che cambi nulla, non trovate anche voi?



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