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Quel ponte sul fiume di guai

Pubblicato da: Categoria: Attualità

13
SET
2018

La tragedia del ponte Morandi può pensarsi in due momenti: il primo riguarda la perdita della vita di oltre quaranta persone innocenti, vittime di un dramma che aumenta lo sgomento di ciascuno e appare inaccettabile, per la brutale casualità con cui ha colpito. Morire così, sopraffatti da un evento enorme, imponderabile, che con crudeltà apparentemente assoluta annulla o risparmia, magari solo perché dieci secondi prima o dopo si era nel posto sbagliato, è una circostanza che mette a dura prova la nostra capacità di razionalizzare, di accettare, di rassegnarci alla nostra dimensione. Quando accadono simili tragedie ci si riscopre impotenti e tutto quello che ogni giorno facciamo per immaginarci sicuri cede il passo alla paura e alla disperazione, perché ci rendiamo immediatamente conto di essere vulnerabili, in balia di un destino che non si lascia ingabbiare dai nostri sogni, ma sembra quasi volersi beffare delle nostre certezze, affermando di essere più forte.
Il secondo aspetto del crollo, che naturalmente, sotto il profilo umano,  può apparire insignificante rispetto al primo, ma è fondamentale per un’analisi sociale e politica della reazione della gente, riguarda la mostruosa banalizzazione della verità, l’incapacità di un intero popolo di guardare alla complessità delle responsabilità. Ce ne siamo già occupati, parlando di giustizia sommaria di Stato e non mi ripeterò. Vorrei esprimere ai nostri lettori un concetto diverso, preciso: la cosiddetta fake society sta divorando la verità, le sue sfaccettature e articolazioni, per offrire al popolo, che è sempre più spettatore di una gigantesca messinscena, delle conclusioni di comodo. Non importa che dopo settimane dall’evento sia evidente un insieme di corresponsabilità nella gestione del Ponte, non ci si interroga sul fatto che ancora non siano chiare o certe le cause del crollo. Il mero verificarsi dell’evento è in grado di scatenare una caccia al colpevole che sfugge a qualsiasi  prudenza, manifestando quel bisogno, da intendersi quasi come una dipendenza, che il cittadino ormai coltiva sempre più ossessivamente: quello del giudizio immediato e sommario.
Viviamo dunque una dipendenza dalla banalità, che agisce come una droga sulle coscienze e spegne la voglia di capire e di soffrire per farlo. La rozzezza di questo processo cozza contro il presunto progresso che dovrebbe guidare il senso comune. Sempre più spesso ci accontentiamo di una conoscenza facile, approssimativa, figlia di suggestioni e di una fraintesa onnipotenza dell’infarinatura. La società italiana dovrebbe aprire una riflessione profonda su questo malcostume, assai diffuso, che ci fa apparire troppo spesso come gli studenti universitari dotati delle famigerate “dispense”, quei bignami che riassumono il sapere, utili forse a passare l’esame, ma che lasciano il candidato ad un livello subalterno della conoscenza.
La rimozione del passato, la negazione di una verità scomoda, cioè che l’Italia si porta dietro problemi imbevuti di difficili contraddizioni, troppo spesso ci fa pensare che tutto possa risolversi con la separazione sbrigativa tra i giusti e i peccatori. Intanto, dopo il primo “dagli al maglioncino Benetton”, le notizie di stampa raccontano una realtà più complessa: venti indagati, esponenti dello Stato, delle articolazioni territoriali del Ministero delle infrastrutture, componenti della Società Autostrade per l’Italia. Questa complessità però ci disturba. Un insieme di circostanze, che dovrebbe indurci alla cautela, ci fa invece boccheggiare, come se ci stessero togliendo l’ossigeno. Affanniamo, manifestiamo il panico, afferriamo la maschera per respirare, la strappiamo dal nostro vicino, perché necessitiamo di una verità: qui, adesso, subito. Non importa che sia vera: l’importante è che ci sia.  E’ così che neghiamo che quel ponte passava sopra un mondo di realtà compromissorie, si reggeva sui intrecci pericolosi, in bilico tra voglia di ignorare e necessità di affrontare con efficacia i nostri guai.



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