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OBIETTIVO SENSIBILE/COME SIAMO ARRIVATI FINO QUI

Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

29
NOV
2018

Borghesia e ceto medio, rancori sociali e cicli economici, proletari ed emo: per ridurci così ci stiamo applicando dagli anni 80 ma alla fine ce l'abbiamo fatta

Il sedici novembre ultimo scorso Marcello Veneziani ha vergato un bellissimo articolo in cui ha cercato di domandarsi dove sia finita la borghesia, quella classe di mezzo rispettabile e spesso oltraggiata che per anni ha costituito l’ossatura del nostro Paese.
Il tutto anche e soprattutto alla luce delle invettive grilline contro le “madamine borghesi” che a Torino hanno manifestato contro la TAV.
Secondo Veneziani, se fino al ’68 la borghesia ha vissuto sotto falso nome a causa degli attacchi che riceveva dal mondo operaio, dopo tale data – forse in preda a sindrome di Stoccolma – essa si è schierata dalla parte degli accusatori trasformandosi in borghesia radical chic o Bobò e mutuando dai suoi detrattori quegli aspetti più sguaiati, permissivi, irriverenti e indecorosi che hanno contribuito alla sua disgregazione.
Poi se ne perse ogni traccia fino a quando nel ’93 fece sentire il proprio peso appoggiando la rivoluzione moderata (come faccia una rivoluzione ad essere moderata resta ancora un mistero) e schierandosi al fianco di Forza Italia e Alleanza Nazionale contro i postcomunisti e i parrucconi della prima repubblica che l’avevano spremuta e vessata.
Assunto che ormai il proletariato sia passato con i populisti, secondo Veneziani della classe di mezzo non c’è più traccia se non negli scritti di Giuseppe De Rita del Censis secondo il quale essa esiste in tutti i paesi tranne che in Italia ove è più corretto parlare di ceto medio. Sì, perché se la borghesia è quella classe che ha coscienza di sé e delle sue funzioni sociali, il ceto medio è egoismo allo stato puro e può definirsi medio per il solo fatto di essere socialmente nel mezzo. Al posto della borghesia resta il rancore, l’immobilismo delle élite, un ascensore sociale rotto e una società liquida senza classi in cui il proletariato incalzato da un sottoproletariato fatto di migranti (vasto e minaccioso) può definirsi proletariato rispetto ai benestanti divenendo ceto medio se paragonato ai migranti.
Come sempre Veneziani ha saputo osservare la realtà in maniera originale e brillante restituendoci un affresco che riproduce fedelmente il panorama che chiunque può osservare se solo si affaccia alla finestra con il piglio di chi vuole indagare il mondo. Dopo aver però chiarito dove sia finita la borghesia, bisognerebbe invece comprendere perché essa sia sparita visto che lo studio di un fenomeno non può limitarsi alla mera osservazione. Veneziani non lo ha fatto perché l’argomento esulava dal suo ragionamento ma ciò non impedisce certo a noi di azzardare una teoria consci dei nostri evidenti limiti derivanti dal fatto che non siamo Marcello Veneziani e neppure Giuseppe De Rita.
Noi crediamo che non sia sparita la sola borghesia italiana ma che l’intera società sia stata travolta da uno tsunami in grado di spazzare via qualsiasi forma di interazione collettiva disgregandola nelle sue parti più profonde: non si comprenderebbe altrimenti per quale strano motivo in Francia trecentomila gilet gialli protestino contro il rincaro della benzina mentre in Italia sembriamo un branco di lupi solitari invigliacchiti che non si ribellano per cose molto più gravi. Anche i movimenti di protesta apparentemente più organizzati – come ad esempio i Cinquestelle - in Italia finiscono a tarallucci e vino divenendo un aggregato di lotta più estetico e teatrale che sostanziale. E questo accade perché prevalgono gli interessi particolari, il personalismo più che la collettività con le sue doverose istanze. Ma quando è morta la società italiana?
Ci sono almeno due momenti che hanno catalizzato il processo disgregativo del nostro tessuto sociale: gli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta ovvero gli anni del rampantismo e gli ultimi dieci anni che potremmo definire gli anni degli emo e del disincanto socio-depressivo.
Negli anni della Milano da bere l’Italia ha conosciuto l’esatto significato della parola egoismo ed ha sviluppato un modo subdolo di fottere il prossimo: l’industria pesante inquina? Chissenefrega a me basta il benessere. Il dissento idrogeologico e l’abusivismo deturpano il paesaggio? Problemi vostri, io col benessere voglio comprarmici la casa sul mare tanto poi ungo le ruote e si aggiusta tutto.  Con il debito pubblico abbiamo un tenore di vita al di sopra delle nostre possibilità? Godiamocela tanto saranno problemi di chi viene dopo. La raccomandazione per il posto di lavoro o per l’appalto ammazzano la nostra economia? E’ così che va il mondo, svegliati coglione altrimenti resti indietro.
Tutto questo ha generato tanti io che occasionalmente diventavano cricche o “batterie” per dirla come “Romanzo Criminale” che avevano come mito il rampante col pelo sullo stomaco che scala posizioni costi quel che costi. E così il proletario ha pensato di fottere i suoi simili imbucandosi al Ministero grazie all’Onorevole, il ministeriale della classe media ha pensato di scalare mettendosi in proprio o di maneggiare con le dovute coperture e l’imprenditore si è convinto che era meglio oliare gli ingranaggi piuttosto che attrezzarsi per stare sul mercato.
I cicli economici si avvicendano, le recessioni arrivano, le società si impoveriscono, le sensazioni di onnipotenza vacillano, le certezze cadono e le incertezze diventano contagiose.
E così una società di egocentrici che giocavano ai potenti ha dovuto fare i conti con la solitudine, l’incertezza, la disgregazione generata “dall’lo fotto te che tu fotti me” e i “rampanti decaduti” hanno generato bamboccioni arrabbiati, destabilizzati e alle prese con un mondo che non è come quello che gli hanno raccontato.
Basta guardare i quarantenni di oggi (i nipotini della Milano da bere) per capire che sovente ci troviamo di fronte a un branco di frustrati, di sociopatici incavolati aprioristicamente con un contesto che odiano prima ancora di guardarci dentro, di deboli che vorrebbero la pappa pronta (come i loro padri) e che allora si incazzano e votano cinquestelle, di depressi che si fanno il tatuaggio di Demi Lovato pensando (chissà perché) che la società debba loro qualcosa e che tutt’intorno ci sia un branco di squali da cui difendersi, di finti emo che simulano sofferenza perché è meglio lamentarsi e chiudersi nella propria stanzetta che mettersi in gioco campando. Dei soli al mondo insomma, degli scappati di casa che si aggirano guardinghi difendendosi dal prossimo e che temono come la peste un mondo alle prese con una svolta epocale che papà non ti può spiegare perché troppo dissimile da ciò che ha visto.
Qui non c’è l’amaro Ramazzotti e nemmeno il Mulino Bianco; dove c’è Barilla non c’è più casa e nemmeno Coccolino atterra più sul morbido, qui nessuno ha mai provato Urrà perché è nuovo di zecca e gli amici del muretto li hai persi perché era meglio giocare alla Play tanto fuori è un brutto mondo ed è meglio chattare.



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