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Capaci o rapaci?

Pubblicato da: Categoria: Editoriale

20
APR
2012

Il vento di questi giorni ha soffiato forte sulle petunie e i gerani del giardino, sciupandone ahimè i petali, ma non è riuscito a spazzare via la demagogia dai discordi dei candidati impegnati nella campagna elettorale né un certo clima di conquista e di missione: evidentemente troppo coriacei e duri a morire, questi mali della politica non li porta via neanche un tornado, figuriamoci un venticello impertinente di primavera. Lo dice il mio meccanico, detentore di un sapere esercitato su equilibri di meccanismi, che il potere corrompe tutti: chissà cosa ne pensa di coloro che al potere ancora aspirano e già hanno fatto propria l’idea che il fine giustifica i mezzi. In questa battaglia elettorale vedo molte miserie e poca nobiltà, molti conflitti di interessi e poca qualità politica, molta indifferenza alle leggi etiche (e non solo quelle) e poca memoria, molta approssimazione e poco glamour. E la gente un po’ tollera, un po’ incentiva, un po’ dimentica, un po’ applaude, in un clima generale di sfiducia in cui anche i ciarlatani diventano figure carismatiche.

Anche questa volta, per fretta, per comodità ma soprattutto per necessità, si è preferito – in alcuni casi - circondarsi di simili, di sodali, di persone di famiglia, come tutti coloro che godono di inaspettate opportunità da cogliere al volo: non avendo il tempo di preparare un entourage di persone competenti e integre, si raffazzona un gruppo cercando vicino a sé. E non sempre si tratta dei più onesti e capaci. In altri casi invece si sottovaluta sia l’elettorato sia la necessità di risultare non dico simpatici ma almeno mettersi in discussione fino a fingere di esserlo. In un momento in cui si chiede alla politica di rivestire più il ruolo di consultorio che non altro, manca ai nostri candidati a sindaco, almeno quelli con maggiori probabilità di arrivare al traguardo finale, l’empatia necessaria per salire a Palazzo ducale e rimanerci un tempo ragionevole a imprimere una svolta decisiva. Nella maggior parte, dico, perché, prendendo in considerazione anche le candidature improbabili, sembra che empatia e preparazione siano inversamente proporzionali, purtroppo: tanto ve ne è dell’una, tanto meno ve ne è dell’altra, e il movimento politico diventa infine un contenitore leggero, un mero comitato elettorale che serve a mascherare i propri interessi, usando formule populistiche che attaccano lo stesso sistema che lo ha finora legittimato.
Proporsi come sindaco significa preparare nel tempo la propria candidatura e costruire una struttura capillare, un sistema identitario in cui il cittadino si può riconoscere sia nell’approccio ideologico che nelle scelte di campo; significa valutare attentamente le persone di cui ci si circonda e non proporre un clan familiare condito in salsa demagogica per nascondere le mani che hanno avuto modo più volte di sporcarsi.                 


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