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Che testa di rapa

Pubblicato da: Categoria: Editoriale

28
GIU
2013
Perse di vista da tanti anni, le incontro nuovamente: la belladonna e la camelia. E fra loro stavolta c’è di mezzo una rapa. 
La notizia è di qualche giorno fa: una famiglia torinese è rimasta intossicata dalla belladonna, pianta parecchio velenosa, un must per le streghe di un tempo insieme alla mandragora e allo stramonio. In realtà in passato veniva usata anche come cosmetico, in quanto l’alcaloide contenuto, l’atropina, faceva dilatare le pupille, effetto ancora oggi sfruttato in oculistica. 
L’intossicata senior ha pensato bene di proporre nel menu le foglie di una pianta che coltivava sul balcone. Le fonti qui si diversificano: c’è chi scrive che la signora le abbia scambiate per cime di rapa, chi invece ipotizza un utilizzo in insalata. Vero è che scambiare la belladonna con le rape è parecchio difficile: stagione a parte (la rapa è invernale), le due piante non solo hanno forme diversissime fra loro ma evocano anche significati opposti. La rapa è quella della “testa di rapa” e quella che “non si può cavar sangue da una rapa”; se invece digitate “belladonna” su Google immagini, e non il nome scientifico completo di “Atropa belladonna”, risulteranno numerose foto di avvenenti signorine. La belladonna produce fiori viola a forma di campana e frutti simili a piccole ciliegie. È un’erba che assunta in piccole quantità provoca effetti allucinogeni, come ben sapeva Sherlock Holmes, esperto di «oppio, belladonna e veleni in genere». La rapa, con quella sua radice liscia e insipida, invece ha mantenuto un profilo basso, ispirando proverbi popolari come “Donna nuda e rapa dura/portan l’uomo a sepoltura” (quel “rapa dura” non dev’essere lontano semanticamente dal verbo “arrapare”, ma non sono affari nostri). Insomma, l’essenziale è che ora tutti stiano bene.
La mia passione per la belladonna è coeva a quella adolescenziale per il detective di Baker Street, ma ancora più antica è quella per le camelie di Marguerite Gautier, la protagonista del romanzo di Alexandre Dumas “La signora delle camelie”, lo stesso che ha ispirato La Traviata di Verdi. Ho sempre adorato le camelie bianche, simili a quelle che Marguerite sfoggiava a teatro per venticinque giorni al mese, portando invece camelie rosse nei restanti cinque. Da piccola, quando ho letto il libro, non avevo mai compreso il perché di questo curioso comportamento, come d’altronde pensavo che Marguerite fosse una specie di dama di compagnia, costretta a passare le serate con questo o con quel duca per avere la paghetta, un po’ come si fa con un parente noioso. Non avevo capito assolutamente niente. In questo caso la rapa sono stata io.  
 
 


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