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La spada e il fodero

Categoria: Editoriale

14
SET
2017

Ci risiamo: o ci si difende fino alla morte come Santa Maria Goretti oppure si è in qualche modo consenzienti. D'altronde, da Ovidio ("vis grata puellis") ai manuali di medicina del diciannovesimo secolo ("[...] è impossibile inguainare la spada in un fodero palpitante"), la donna si è sempre dovuta scontrare prima con la violenza dell'uomo - e purtroppo a volte più d'uno -, e poi con una cultura che ribalta lo stupro in un "in fondo se l'è cercata". Ma procediamo con ordine.
Quanto diverse sono le storie delle violenze di Rimini e di Firenze, eppure entrambe contengono elementi che ne amplificano la portata drammatica, andando a nutrire le peggiori paure collettive: da una parte la minaccia dello straniero e dall'altra l'incubo di vedere trasformarsi in aguzzino proprio colui che avrebbe invece dovuto difendere. Nel caso di Rimini la violenza è conclamata negli orribili dettagli anatomicamente morbosi resi noti dagli organi di informazione (ma della deriva del giornalismo ne parleremo in un altro momento); a Firenze invece è cominciata la dinamica perversa e ambigua delle accuse reciproche: i carabinieri hanno evidentemente approfittato di uno stato di debolezza e incapacità accertata - che già di per sè trasforma un rapporto sessuale in violenza carnale - ma continuano a sottolineare la volontà seduttiva delle due studentesse, come se l'occasione facesse l'uomo, pardon il carabiniere, ladro - seppure di virtù. La donna come diavolo tentatore, insomma, anche se seduce in uno stato d'alterazione. E che fai, non ne approfitti? Peccato, perchè in tutto questo ne viene svilita la sessualità maschile, vista come altro da sè rispetto all'individuo: niente di più di un impulso incontrollabile e ferino che porta a commettere atti terribili per entrambe le parti in causa: quanti si saranno chiesti cosa ha spinto questi due uomini a mettere a repentaglio il lavoro e la rispettabilità per cinque minuti di scomodo piacere rubato nell'androne di un palazzo? La risposta è semplice e si chiama modello culturale, che in questo caso nega la volontà della donna e anzi la rende in qualche modo complice del reato. Fermo restando l'invito prettamente laico alla prudenza, non è la donna a non dover uscire di notte per andare in spiaggia o bere troppo in una discoteca: questo non ne fa parte attiva della seduzione, non costringe l'uomo a dimostrare la sua virilità. È la cultura a dover cambiare, a non giustificare più i violenti come coloro che si limitino a sfondare una porta già aperta - se non addirittura spalancata - solo perchè la donna è ubriaca, perchè ha tirato tardi la notte o perchè non ha gridato aiuto. È una grande verità che riassume un complesso di mentalità, di pregiudizi, di culture che ha costretto moltissime donne, più o meno coraggiose, a combattere una doppia battaglia: contro la violenza dell'uomo e contro la morale sessuale.



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