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QUANDO LA CATALOGNA NON È UN CONTORNO

Pubblicato da: Categoria: Editoriale

12
OTT
2017

Una grande regione della spagna chiede l’indipendenza dal resto del paese tanto da indire un referendum definito incostituzionale dal governo centrale. Le ragioni storiche, politiche, sociali ed economiche dei catalani sono ben diverse da quelle addotte dai leghisti del nord. anche perché la Padania non esiste

Era già accaduto con i Paesi Baschi, dove il popolo richiedeva e richiede l’indipendentismo del popolo basco dal resto della Spagna, anche attraverso la lotta armata dell’ETA (Euskadi Ta Askatasuna), un’organizzazione d’ispirazione marxista-leninista che ricorreva ad azioni terroristiche. Solo dopo alcuni decenni, le regioni basche hanno abbandonato la lotta armata, raggiungendo l’autonomia dalla promulgazione della costituzione spagnola nel 1978. Di fatto lo erano già tramite uno statuto autonomo sospeso dalla dittatura franchista fino alla sua caduta. Con l’abbandono della lotta armata e la nascita dei partiti ufficiali, le regioni basche, anche aspirando all’indipendentismo, hanno raggiunto un relativo equilibrio con il governo centrale spagnolo. Diverso è il rapporto instauratosi fra la Spagna e la Catalogna dove quest’ultima non ha mai concretamente riconosciuto la propria dipendenza dal resto del paese. La Catalogna mira al totale indipendentismo e alla costituzione della Repubblica Catalana. Come per I Paesi Baschi, la Catalogna ha una sua etnia, una storia, un’antica cultura e tradizioni che si distaccano notevolmente dal resto della Spagna. Nell’ottica della condivisione delle differenze territoriali e dei costumi, è davvero comprensibile che intere regioni del continente europeo mirino all’indipendenza dagli stati di appartenenza? È questa una problematica che si ripete con una certa frequenza specie dall’annessione di molti stati all’Unione Europea. La Spagna è all’interno dell’UE dal 1986. Secondo il governo autonomo catalano le differenze di visione gestionale, il sistema politico spagnolo e il diritto all’autodeterminazione sono principi assolutamente incompatibili tanto da aver indetto un referendum in assoluta autonomia dal governo centrale spagnolo.
Il 1° ottobre scorso, il Generalitat de Catalunya – il Governo Catalano, ha invitato il popolo alle urne per decidere sulla separazione dalla Spagna. Questo, ovviamente, non è stato accettato tacitamente dal governo centrale che ha, perfino, adottato la repressione violenta contro la popolazione catalana che godeva del tacito sostegno e della protezione dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana. La protesta confluita nel voto è stata repressa con eccessiva violenza. Su questo non ci sono dubbi tant’è che perfino il prefetto spagnolo in Catalogna, Enric Millo, si è scusato con la popolazione aggredita ai seggi. Il Governo spagnolo ritiene il referendum incostituzionale e così sembrerebbe nonostante le posizioni del Parlamento Catalano e le migliaia di sostenitori dell’indipendenza. Da una parte l’estremismo indipendentista e il Cup, la sinistra indipendentista, dall’altra i moderati e i “millennials” che vorrebbero restare un unico stato spagnolo ma con una maggiore espressione democratica.
L’uso dello scontro violento, che non si era già percorso nel passato della Catalogna, così come invece è avvenuto nei Paesi Baschi, negli ultimi giorni si sta concretando per la profonda contrapposizione delle parti: per il premier spagnolo Mariano Rajoy “Il governo impedirà che qualsiasi dichiarazione d’indipendenza possa concretizzarsi in qualcosa. La Spagna continuerà a essere la Spagna e sarà così per molto tempo” mentre la Generalitat catalana si prepara alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, prevista a partire dal 9 ottobre.
Il popolo spagnolo, oltre che nei casi di acceso sostegno alla supremazia spagnola, protende per il dialogo pacifico fra le parti, al motto di “Parlem? Hablamos?” ossia “Parliamo?” nelle lingue catalana e spagnola.
Oltre il governo centrale di Madrid ci sono altre figure che osteggiano la possibile indipendenza della Catalogna: l’Unione Europea e le banche internazionali che come prima azione cautelativa programmano lo spostamento delle sedi centrali dalla Catalogna ad altre regioni della Spagna. Il motivo non è molto difficile da individuare giacché la regione indipendentista oltre a vantare un elevato numero di contribuenti potrebbe voler rivedere il proprio rapporto con l’UE e gestire in proprio i flussi finanziari delle banche.
Quello che per qualcuno potrebbe apparire una pittoresca forma di nazionalismo in realtà è strettamente commesso a situazioni economiche già oggetto di scontro fra la Catalogna, il governo spagnolo, l’UE e le banche. Già nel 2005, durante la grande rivolta popolare nata dalla profonda crisi economica europea che colpì profondamente la Spagna, la Catalogna imputava a queste figure grandi responsabilità.
Ciò che emerge è un fattore purtroppo eccessivamente comune nell’intero ambito comunitario: la difficoltà comunicativa fra le periferie e i governi centrali. I rappresentanti delle diverse aree dei territori nazionali non sono davvero tali e, frequentemente, non conducono correttamente le istanze a loro affidate. Il sistema elettorale dei paesi in cui regna la democrazia, da tempi relativamente brevi, si è dimostrato fallimentari. Gli eletti dal popolo e gli stessi governi centrali non risolvono concretamente le necessità popolari perseguendo, invece, programmi economici e politici avulsi dalle realtà territoriali. Vi è da aggiungere che, seppure in democrazia sia la maggioranza a decretare le decisioni, non è possibile ignorare le esigenze delle minoranze che, ovviamente, non possono essere soppresse. Esistono. Se, poi, le realtà territoriali dissidenti sono la Catalogna o i Paesi Baschi, che esprimono le esigenze in modo così partecipato, non è possibile ignorarle o soffocare le loro richieste con la violenza. È davvero democrazia imporre le linee di governo spesso scaturite da accordi politici che premiano entità economico-finanziarie rispetto ai reali bisogni sociali? Non c’è davvero spazio per la pluralità e per l’accoglimento di visioni più ampie della società? Può essere soltanto l’avvicendamento politico lo strumento di totale rappresentanza del popolo, anche conoscendo l’alto costo che genera in termini di spaccatura della popolazione e le pesanti conseguenze sociali che origina? Questi gli interrogativi, che con un filo comune, uniscono diversi stati europei dove l’unica forma politica corrente è basata sul tentativo di ascendere al potere e non governare nel reale interesse della popolazione. Tentando una previsione sull’esito indipendentista del popolo catalano, anche considerando la profonda volontà di generare una grande repubblica socialista, così come desidererebbero anche le ragioni basche, si può ipotizzare che il loro progetto sarà procrastinato a favore di accordi inconcludenti. La Catalogna ha lo statuto autonomo più evoluto dell’intero continente e, nonostante la crisi continui a minare le possibili prospettive di sviluppo dell’intera Europa, la Catalogna, come tutti i paesi a ridosso dei Pirenei, ha saputo prevedere progetti ad alto impatto sociale ed economico con immediata ricaduta sull’intera popolazione. Esattamente l’opposto delle politiche dell’UE che sono ancora ferme alle ipotesi di governo. La Catalogna percorre con largo anticipo le politiche socialiste che avrebbero dovuto caratterizzare la politica europea.
In questo complesso scacchiere politico occidentale le cui evoluzioni o involuzioni non tarderanno a dare i propri esiti, ci sono anche note di colore. Il separatista “di casa nostra”, Matteo Salvini, che per anni ha cavalcato il separatismo della Catalogna tanto da invitare gli esponenti indipendentisti catalani alle allegre grigliate di Pontida e richiedeva la bandiera catalana sul Pirellone, oggi, anche dissidendo dalla repressione violenta operata sui votanti catalani, ritiene che il referendum sia stato una forzatura e si auspica una soluzione diplomatica e pacifica. Perfino il folkloristico Matteo (nome stranamente comune a un altro pittoresco personaggio) ha compreso che la Padania non esiste e che è impossibile comparare un manipolo di confusi xenofobi a oltre 6 milioni di catalani. Anche Salvini ha capito, dopo aver trovato una sicura sistemazione per la vita, che a lui è molto più utile sostenere il sistema partitico italiano, seguendo le scie delle varie aggregazioni di destra e centro destra, piuttosto che forzare l’indipendentismo di una parte dell’Italia che in realtà nessuno vuole. Fenomeni sociali come quello della Catalogna ora e dei Paesi Baschi nel passato, dimostrano un’errata interpretazione del concetto comunitario che attraverso la reale rappresentanza dei popoli europei, comprese le minoranze, avrebbe potuto indurre l’UE verso le giuste politiche sociali, economiche – prime la distribuzione della ricchezza e la salvaguardia del bene comune, piuttosto che disattendere i principi fondatori dell’Europa.

 



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