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Non entrate in quella stanza


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Pubblicato da: Categoria: EDITORIALI

8
GIU
2012

 

Giugno al suo principio invita già alla mollezza, all’indugio nei campi d’oro screziati di rossi papaveri. E volentieri  mi abbandonerei all’oblio del sogno di una giornata di inizio estate, con lo stesso sollievo di uno studente nell’ultimo giorno di scuola, ma il tempo dell’ozio è ancora lontano e la commedia lunga a finire. Ma cominciamo con ordine.
Il miglior modo per realizzare un obiettivo, come diceva Walt Disney, è smettere di parlare e cominciare a fare. Evidentemente Disney non ha mai fatto un cambio di stagione nel suo armadio, altrimenti non sarebbe stato così ottimista. Il cambio di stagione non è solo un atto sic et simpliciter, la manifestazione di una necessità periodica, una seccatura da casalinga disperata. È qualcosa di più. È un atto più profondo e intimistico, non demandabile a nessuno: è il ridiscutere tutto quello che si è stati fino ad allora, è il valutare cosa va ancora bene e cosa invece è da mettere da parte, è la lotta interiore di chi sa che non indosserà più quell’abito ma non riesce a separarsene, aggiungendo così zavorra all’irraggiungibile leggerezza dell’armadio e anche dell’essere. E intanto, più rimando e più mi dibatto in questo conflitto tra un Io ragionevole e fattivo, e l’altro pigro e indolente come un vigile urbano chiamato per fare il suo dovere (provare per credere, chiamate il comando dei vigili urbani di Martina segnalando qualsiasi tipo di infrazione al codice stradale, etico, civile e penale: non verrà nessuno. Oddio, si spera che ora il nuovo assessore Lasorsa riesca a scuotere quell’ufficio dal torpore neoborbonico che l’ha caratterizzato finora: non gli manca nulla per farlo, né il piglio deciso, né il physique du rôle). Dicevamo, il cambio dell’armadio. Le temperature salgono e le ante vomitano ancora piumini e cappotti in attesa di ricovero, i cassetti urlano sciarpe e coperte, e la stanza diventa un luogo epico come il labirinto di Minosse, pericoloso come la grotta di Polifemo, imbarazzante perché testimone della incapacità di tenere sotto controllo il flusso disordinato delle cose: la stanza armadio, chiusa come quella di Barbablù finanche alla curiosità della moglie, diventa uno spazio da catastrofe biblica, da scenario post bellico, da paesaggio lunare, una pagina di James Joyce fra quelle di Jane Austen che sono le altre stanze, ordinate e borghesi. Come direbbe Freud, qualcosa vorrà pur dire. 
Saltando di palo in frasca, e andando dai fatti miei ai fatti nostri, arriviamo a commentare brevemente le nomine della nuova giunta martinese. Ebbene, in alcuni casi le scelte degli assessori si sono rivelate più rispondenti a esigenze di partito che non a reali criteri di merito: non tutti possono vantare curricula adeguati all’incarico e in qualche caso sembra che si siano salvaguardati più vincoli partitici e fiduciari piuttosto che lasciare realmente spazio al ricambio tanto auspicato. Ma tant’è, non vi è nessuna garanzia che il centrodestra avrebbe saputo fare di meglio, anzi: diviso e tirato in più direzioni diverse, probabilmente – come accaduto in campagna elettorale – non sarebbe approdato alla costruzione di una squadra composta in base alle competenze quanto piuttosto obbediente alle varie pressioni. In ogni caso, pur essendo ora qualche nome inopportuno per la delega assegnata, è bene lasciare che i nuovi assessori lavorino: nell’aria, già prima dell’elezione, c’era già un’umanissima e comprensibile voglia di fare punto e a capo, come a Capodanno; non un momento di speranza individuale ma collettivo, un momento in cui ci si immagina che quello che verrà sarà bello, bene, nuovo, allontanando il brutto, il cattivo e il mal fatto. Quindi ognuno al proprio lavoro, che sia la gestione della cabina armadio o di una città piena di problemi rimandati e irrisolti.                
 
 


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