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Primati culturali/ Il "diplomino" di un'italiana ammirevole


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Pubblicato da: Categoria: EDITORIALI

22
DIC
2016
Delle polemiche sul titolo di studio di Valeria Fedeli, ministro dell’Istruzione del governo Gentiloni, rimane solo l'amarezza di come sia facile confondere un'imprecisione un po' vanesia dal falso
 
 
Non sono molto addentro alla biografia di Valeria Fedeli e sono abbastanza indifferente alle polemiche sui titoli accademici. Ho come la sensazione, però, che questa donna nata nel 1951 non venisse da una famiglia di ceto medio alto. E che abbia scelto una di quelle scuole professionalizzanti dove vanno abitualmente quelli che ad una laurea non ci pensano proprio (perché costa, perché non si può restare a carico di mamma e papà per troppo tempo, perché non si ha un'immagine di sé che la preveda). Ha preso quindi quel diploma (o diplomino, come lo chiama l'egregio Adinolfi), si è messa a lavorare facendo la maestra d'asilo e poi è cresciuta nel sindacato. Sapete, quella struttura che è stata creata circa un secolo e mezzo fa per difendere i deboli, e che spesso ci riesce, anche se fra mille derive burocratiche, distrazioni politiche e -ahimé- clientele e corruttele di ogni ordine. Nell'attività sindacale pare sia riuscita abbastanza bene, se è diventata segretaria nazionale dei tessili e presidente del sindacato europeo della stessa categoria. Nel suo percorso c'è anche un esplicito e trasparente impegno per l'emancipazione delle donne e per i diritti civili (il suo intervento a Palazzo Madama in occasione dell'approvazione del ddl Cirinnà va scolpito nel bronzo, per quanto è bello). Tre anni fa è entrata per la prima volta in Senato, e ne è il vicepresidente vicario. La biografia sul sito era imprecisa sull'effettiva qualifica del suo titolo di studio? Pazienza. Per me è e resta la biografia di un'Italiana ammirevole, simbolo del colossale, formidabile progresso che questo Paese ha compiuto. Per questa donna, per le battaglie che ha fatto, per il Paese di cui è simbolo, vi regalo tutte le vostre pergamene, le vostre puzze sotto al naso e le vostre rivendicazioni di primato culturale (anche se spesso le fate senza distinguere il verbo avere dalla preposizione).
 


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