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L'importanza delle scelte per diventare ciò che siamo

Pubblicato da: Categoria: EDITORIALI

7
MAR
2019

Decidere di non scegliere è forse la scelta più estrema e pericolosa che l’uomo possa fare e lo sanno bene sia Dante che Kierkegaard.
Diventa ciò che sei, scrive Nietzsche, ma come si può arrivare ad essere qualcosa attraverso il divenire? La domanda non è di facile risoluzione, ma in linea di massima si ritiene che la costruzione soggettiva dell’io dipenda, per un verso, dalle attitudini innate e dalle predisposizioni naturali dell’individuo e, per l’altro, dagli eventi circostanti che si verificano e sui quali egli non ha controllo. Eppure tra queste due posizioni occorre considerare un altro elemento che può fare la differenza: la scelta.
Del resto il divenire aristotelico non è altro che il passaggio che va dalla potenza all’atto. Lo stesso procedimento si applica sia all’individuo che, trovatosi di fronte ad un ventaglio di possibilità, si trova a fare una scelta, sia a colui che si trova già dinanzi ad un evento e che sceglie le modalità in cui può far fronte allo stesso.
La scelta effettuata una volta influenza in modo più o meno permanente tutte quelle successive, delineando continuamente la strutturazione della personalità.
In questo senso la scelta non è solo determinante ma anche necessaria, giacché il suo contrario è per logica impossibile. Nel decidere di non scegliere tra varie opzioni io ho già attuato una scelta, che tra l’altro è quella più estrema.
La non scelta si traduce infatti il più delle volte nell’eventualità di lasciare agli altri la decisione che spetta a noi o, peggio, di lasciare al caso anche gli eventi che siamo in grado di controllare. Quel che forse risulta più grave è l’atteggiamento di de-responsabilizzazione di cui si sente investito colui che non sceglie e che, così facendo, diventa invece direttamente responsabile di tutto ciò che accade o non accade.
A ogni essere umano è stata donata una grande virtù: la capacità di scegliere. Chi non la utilizza, la trasforma in una maledizione e altri sceglieranno per lui (Paulo Coelho).
La non scelta è non a caso severamente condannata anche dal più sommo dei poeti, che relega le anime degli ignavi nell’Antinferno, perché considera le stesse immeritevoli non solo del Paradiso ma persino dell’Inferno stesso. Attraverso le parole di Virgilio, Dante le descrive in questi termini “questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 
Questa è la condizione degli ignavi che, non facendo mai alcuna scelta, hanno arrecato un danno a se stessi e alla società.  La setta dei cattivi, così la definisce Dante, conta coloro che non si sono mai schierati né da una parte né dall’altra. La non scelta li rende più vili dei peccatori e per questo alla terribile punizione divina, che li vede costretti a rincorrere eternamente una insegna girevole che non riescono mai a toccare, se ne aggiunge un’altra tutta umana: l’impossibilità di essere ricordati dai vivi.
Per tale ragione non tanto che ci sia da parlare di uno scegliere tra il volere bene o il male, quanto di uno scegliere il volere (Søren Kierkegaard).
Il problema della scelta tra il bene e il male attraversa tutta la storia della filosofia e proprio nel pensiero di Kierkegaard si intreccia con quello della scelta tra vita estetica e vita etica. Il filosofo non condanna la scelta della prima a favore della seconda ma, in Enten -Eller – letteralmente o questo o quello – dopo aver sondato entrambi gli stadi esistenziali, promuove un equilibrio tra i due col fine di realizzare la personalità dell’individuo.
Il primo vero atto etico si concretizzerebbe proprio attraverso la scelta. Infatti lo stadio estetico è incarnato dal Don Giovanni di Mozart, che si gode appieno la vita, fa mille esperienze ma non lascia che nessuna lo determini davvero.
Non esisterebbe inoltre un passaggio che va dallo stadio estetico a quello etico, ma un salto nel buio che porta l’uomo da una condizione all’altra. La metafora del salto pone in luce la difficoltà che accompagna ogni scelta, caratterizzata sempre dal rischio che deriva dai suoi risvolti ignoti. Kierkegaard in merito alla libertà di scelta dell’uomo scrive “non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternanza di una ‘possibilità che sì’ e di una ‘possibilità che no’ senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro”. 
Nonostante ciò, ogni scelta conferisce valore alla personalità che definisce e alla vita, che in tal modo produce se stessa perennemente. Forse allora resta questa l’unica strada da percorrere per diventare ciò che si è e per riuscire ad amare amandosi. La scelta.



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