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Martina Franca/Perchè no

Pubblicato da: Categoria: Politica

13
DIC
2014

Il consigliere comunale Aldo Leggieri spiega in una lunga nota, i motivi che lo hanno spinto a non partecipare allo sciopero generale tenutosi ieri venerdì 12 dicembre. 

 

Lo sciopero è un diritto costituzionalmente garantito. E allora, come in ogni periodo e contesto storico e politico ben vengano le iniziative in questo senso, anche in questa circostanza. Un conto però è discutere di diritto e mercato del lavoro, di economie reali e piani industriali e di rappresentanze sociali, un conto è il tema della corruzione, che si vuole far passare come una equazione da qualche esponente politico o sindacale.

I casi dell’Emilia Romagna e di Roma ci stanno sicuramente riportando ad uno scenario di cui il nostro Paese, periodicamente è vittima e artefice allo stesso tempo. Ma qui è la politica che deve cambiare. Azzerando intere classi dirigenti dagli organismi di partito, che ancora svolgono una funzione importante e che hanno bisogno di affrontare le questioni del nostro tempo.

Ma veniamo alle manifestazioni di oggi della Cigl e della Uil. Personalmente non aderisco, perché sono convinto profondamente che i sindacati debbano andare avanti con la contrattazione per rendersi protagonisti delle scelte politiche e aziendali e quindi di indirizzare, stimolare, governare i processi e non di spingere sempre verso il conflitto. Capisco le esigenze e le ragioni sociali delle organizzazioni sindacali che sono quasi obbligate a mantenere vivo il richiamo dalla foresta dei lavoratori, ma a mio giudizio, si tratta di un errore politico. Un errore politico che spesso si è verificato anche in un passato glorioso: e mi riferisco, come dissi durante un intervento di Consiglio comunale di settimane fa, ai tempi dell’abrogazione della “scala mobile” grazie al patto di San Valentino del 1984, ai tempi della Prima Repubblica, quando il Governo di Centrosinistra classico, con il Pci all’opposizione, firmò  l’accordo con la Cisl, la Uil, e l’area socialista della Cgil, per abbattere l’inflazione che stava divorando il nostro Paese, rivisitando la politica dei prezzi e dei salari, e rilanciare l’economia e lo sviluppo. Enrico Berlinguer non capì la realtà, la crisi sistemica che gli italiani stavano subendo e affrontando, subì il referendum che perse, mentre Pierre Carniti e il compianto economista Ezio Tarantelli, per fare due esempi di personalità limpidamente riformiste, previdero già il futuro che doveva cambiare. Poi, negli anni ’90 si arrivò alla stagione della concertazione e del contratto e dell’era Ciampi e Amato, con il contestuale rinnovamento di Confindustria e delle organizzazioni sindacali che posero le basi per la nuova politica dei redditi.

Oggi, si parla di “Jobs act”, che è diventata legge dello Stato una settimana fa. Ed è da qui che bisogna ripartire. La prima novità è che andranno in soffitta i co.co.co e co.co.pro: scompariranno le collaborazioni coordinate e continuative che, per anni, hanno mostrato il volto della flessibilità e dell’occupazione senza tutele. Non ebbero mai una definizione normativa e, in origine, avevano un campo di applicazione limitato, riguardando soltanto le “attività di natura intrinsecamente artistica o professionale”.

Prima con il ministro del Lavoro Treu e poi con Salvi, nel 2001 arriva la prima riforma che darà vita ai problemi di oggi: il collegato fiscale alla Finanziaria 2001 (art. 34 del d.lgs. n.342/2000) elimina il requisito “artistico professionale”, con conseguente estensione delle collaborazioni alle attività manuali e operative. E’ la deriva: muratori, operai, camerieri si trasformano in professionisti con scarse tutele retributive e contributive. Mi chiedo: dove era allora il sindacato? Perché non ci furono scioperi generali, allora, quando venne praticamente ipotecato il futuro di tanti giovani ad una occupazione con scarse tutele e senza articolo 18? Per non dimenticare, facendo un attimo un tuffo nel passato, che la legge n.300/70, ovvero il celeberrimo Statuto dei Lavoratori, ancora oggi pietra miliare del diritto, con la stesura di Brodolini prima e di Giugni dopo, venne approvata in Parlamento con i voti favorevoli della Dc, Psi e Psdi unificati nel Psu, Pri, con l’aggiunta del Pli e con l’astensione del Pci e del Msi.

Ma andiamo avanti. Nel 2003, la riforma Biagi (d.lgs. n.276/2003), con l’introduzione del contratto a lavoro a progetto, pose un freno al problema alla deregulation degli anni ’90, per limitare l’uso improprio dei co.co.co. e infine la legge Fornero (d.lgs. 92/2012), nata allo scopo di stanare le finte collaborazioni con partita iva, ma alla fine fatta molto male.

Adesso, le cose pare che debbano cambiare, perché si dispone il superamento delle collaborazioni coordinate e continuative. E succederà che l’assunzione tipica avverrà con contratto subordinato (cioè dipendente) il quale, a differenza delle co.co.co., dà al lavoratore il diritto pieno ad una pensione e a tante altre tutele (crescenti), dalla malattia alle ferie, dalla maternità e allo sciopero…E oggi alcuni sindacati che fanno? Storcono il naso…facendo finta di non sapere che i co.co.pro. nell’Italia, anno domini 2014, sono più di 700 mila, e che i parasubordinati, comprese le partite iva, ammontano a oltre 1 milione e che soprattutto queste persone difficilmente sono rappresentate e difese da qualcuno. Per non parlare dei Neet, per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un'istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici. E che hanno soprattutto bisogno, visti i chiari di luna e la crisi endemica socio-economica, che le istituzioni e le imprese lo creino il lavoro, oltre a difenderlo come è naturalmente giusto che sia.

E’ da riscrivere, insomma, la storia di questo Paese. Guardiamo alle riforme di tema di pensioni. Fino agli anni ’90 si andava in pensione a ogni età con 15 anni, 6 mesi e i giorno di lavoro, oggi la via più breve è maturare almeno 5 anni di contributi e 70 anni d’età oppure almeno 20 anni di contributi e 66 anni di età e altri casi simili. E le generazioni più vecchie godevano del sistema retributivo, sulla base quindi di una media degli ultimi anni di salario e/o stipendio. Con la legge n.335/1995 di Dini c’è stato un passaggio epocale, forte, con il passaggio da un sistema retributivo ad uno contributivo: in pratica le pensioni si costruiscono con i versamenti mensili dei lavoratori. E non dimentichiamo, ancora, che negli ultimi anni non è cambiato soltanto il criterio di calcolo della pensione, ma anche i requisiti per il diritto. In definitiva, sono aumentati i contributi versati dai lavoratori e, contemporaneamente, è diminuita la misura delle pensioni: un altro paradosso. Per non accennare a varie leggi che negli anni hanno spinto le vecchie generazioni  nel rimanere sul posto di lavoro, rimanendo ancora attivi, in barba sempre ai giovani e impedendo un turn over e un passaggio di consegne e di opportunità. Insomma, i nodi al pettine sono tanti e lo squilibrio tra possibilità fra chi nei decenni ha lavorato e chi oggi, e mi riferisco alle nuove generazioni, ancora non ne ha facoltà, è enorme. Che fare? Intanto, bisogna impegnarsi per approfondire i temi, e mi riferisco ai miei amici di sinistra radicale che ogni sbandierano il restringimento dei “diritti” e allo stesso tempo non vogliono mettere sul tappeto una discussione sui “doveri” da assolvere da parte delle passate generazioni, delle corporazioni e delle caste che stanno impedendo l’accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani. Poi, incominciare a ragionare su cosa è previdenza da lavoro e cosa è assistenza (prestazioni indigenti, invalidi, fasce deboli). L’assistenza potrebbe continuare a farla lo Stato; la costruzione di una pensione, seguendo il principio di sussidiarietà, attraverso una propria autonoma iniziativa. E’ un dibattito importante che coinvolgerà il presente e il futuro della nostra società. E sarà una sfida culturale. Purtroppo, ancora oggi c’è molto conservatorismo ed è evidente che spesso la nostra è una politica che non rischia, perché ama poco il servizio e troppo gestire il potere.

Per poi evitare anche di ritrovarci con dei dati Ocse sulla disoccupazione giovanile italiana pesanti e con gli ennesimi rapporti sulla situazione sociale del Paese di fine anno del Censis di De Rita nell’ammonirci sul fatto che ormai i giovani del nostro Paese sono letteralmente umiliati e che famiglie e imprese sono bloccate dalla paura del futuro.

Diceva l’intellettuale José Ortega Gasset, autore della prima metà del novecento dello straordinario saggio “La ribellione delle masse”: <>.



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