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Come eravamo/In viaggio con Cecilia

Pubblicato da: Categoria: Cultura

28
FEB
2014
Due registe in viaggio nella loro Puglia d’origine. Un documentario che mescola abilmente immagini d'archivio e nuove, memoria e cronaca, storia e contemporaneità. I protagonisti intervistati negli anni ‘60, che commentano, col senno di poi, le immagini di loro stessi da giovani, pieni di speranza e sogni da realizzare
Sembra di assistere alla rivisitazione del Don Chisciotte di Cervantes, guardando le prime sequenze del documentario "In Viaggio con Cecilia". C'è tutto: il viaggio alla scoperta di una terra promessa, conosciuta eppure profondamente cambiata, moderna e quindi assolutamente inedita. C'è una macchina al posto dei cavalli, ci sono perfino i protagonisti, Don Chisciotte e Sancho Panza, in questo caso impersonati rispettivamente dalle registe Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente, novelle paladine alla ricerca di una Puglia nuova ma in realtà per certi versi ancora antica, arcaica, picaresca. Ci sono perfino i mulini a vento trasfigurati nelle moderne pale eoliche che, nel dialogo delle protagoniste, diventano ora i giganti di una industrializzazione mancata, ora i nani di un progresso abortito ed incompleto, protagonisti, a loro modo, di un fallimento inesorabile.
Il documentario ripercorre idealmente i viaggi e i lavori girati in Puglia, fra gli anni ‘60 e gli anni ‘80, della grande documentarista Cecilia Mangini, splendida 87enne, nativa di Mola di Bari, che insieme alla collega e concittadina Mariangela Barbanente ripercorre, gira e riprende, cinquant'anni dopo, nell'estate del 2012, le realtà industriali del Petrolchimico di Brindisi e del Siderurgico di Taranto. Come spesso avviene nel cinema, la storia, la cronaca o più semplicemente il caso e la fortuna irrompono nel racconto: nel luglio di quell'anno la Procura di Taranto ordina il sequestro di parte degli impianti produttivi dell'Ilva, dando avvio all'inchiesta "Ambiente Svenduto" che di lì a poco avrebbe portato, oltre ad altri sequestri, all'arresto e all'iscrizione nel registro degli indagati di personalità eccellenti sia dell'ILVA che delle istituzioni politiche cittadine.
Dopo la sua presentazione, lo scorso novembre, come film d'apertura della 54° edizione del "Festival dei Popoli" di Firenze, il documentario approda a Taranto, al Cinema Bellarmino, il 3 febbraio del 2014,  in una serata piovosa che non ha fermato gli spettatori accorsi in massa alle due proiezioni previste.
Assistiamo a un continuo gioco di specchi fra le immagini girate dal vero dalle due registe e quelle girate da Cecilia Mangini negli stessi luoghi dagli anni '60 in poi. Nel racconto che si dipana, le scene d’altri tempi di film come “Brindisi '65” (1965), “Tommaso” (1966) ed “Essere donne” (1964) dialogano continuamente con quelle odierne, facendo emergere ora le somiglianze, ora le differenze, ora le idiosincrasie, ora le sconcertanti similitudini. 
«Io credo che la cosa che ci ha spinto ad occuparci di un problema così importante ed essenziale per la vita di questo Paese - ci dice una combattiva Cecilia Mangini -  è il fatto che quello che succede in Italia negli altri paesi europei non succede! Nelle acciaierie del signor Riva, in Germania, in Belgio, dovunque, tutte le leggi di quei paesi sono perfettamente rispettate; lui qui sa di avere le mani libere, tanto da aver ottenuto una licenza per uccidere, licenza che gli è costata solo  320 milioni di euro (nda. la quota versata nella cordata per il salvataggio dell'Alitalia). Nello stesso tempo i Riva portavano all'estero più di 1 miliardo di euro: questo ha significato togliere all'Italia ed al bilancio di questo stato quei fondi per cui i disoccupati, i cassaintegrati, gli esodati continuano a penare. Ci sono stati tanti Riva nel nostro paese, tutte quelle persone che si sono sentite autorizzate, da trent'anni di disfacimento di questa nostra nazione, a fare i comodacci loro».
«I documentari non risolvono i problemi - ci dice Mariangela Barbanente - tentano di sensibilizzare l'opinione pubblica, di far parlare di un problema. La televisione fa solo informazione, mentre quello che noi abbiamo cercato di fare con questo documentario è di non inseguire semplicemente la cronaca. Perchè sulla situazione di Taranto, come su quella di Brindisi, la televisione ha fatto degli ottimi reportage, riportando dati, informazioni, ordinanze della magistratura, statistiche; un documentario come il nostro, che ha avuto una gestazione lunga (lo abbiamo girato nell'estate del 2012, è uscito nell'autunno del 2013 ed abbiamo cominciato a farlo circolare nelle sale solo adesso nel 2014) non può inseguire la notizia, però può cercare di esprimere un punto di vista, che poi è quello che abbiamo cercato di fare. La cosa che secondo me dà forza al film è che il nostro punto di vista tiene conto di cinquanta anni di storia, perchè la generazione di Cecilia ha creduto davvero che l'industrializzazione  avrebbe potuto tirar fuori il nostro Paese ed il Sud dall'arretratezza. Ed invece, a guardare le immagini, sembra che non sia cambiato nulla, l'impressione che si ha  è che il problema non sia l'industrializzazione, è come lo stato italiano non ci abbia protetto dalle degenerazioni dell'industria. Nel nord dell'Europa le acciaierie non inquinano come da noi, e la cosa più grave è che nel Sud del mondo, in Africa o in India, dove la gente è ancora meno protetta nei suoi diritti, le cose vanno ancora peggio! Quindi è sempre, come dire, una condanna del Sud del Mondo. Meno la politica difende i diritti delle persone, più assistiamo a come l'interesse di pochi prevalga sul bene dei molti».
Due, in definitiva, le lezioni che emergono da questo bellissimo documentario: la prima è un lavoro profondo e penetrante sulla nostra memoria collettiva, poco allenata al ricordo e sempre più immersa in uno stato di continuo stupore. Come tutti, anche noi italiani dimentichiamo, anche se noi abbiamo fatto dell'oblio una nota caratteriale, un marchio di fabbrica, una cifra stilistica. Il film della Mangini e della Barbanente ci ricorda che i fatti non solo esistono, ma hanno una storia, ci ricorda che il mancato progresso del Sud ha responsabilità antiche, che la Questione Meridionale, lungi dall'essere risolta, è ancora di drammatica attualità. 
L'altra lezione, se si può, è ancora più importante, per tutti, ma sopratutto per chi ha voglia d'imparare a raccontare la contemporaneità, quindi una lezione per tutti gli aspiranti registi, scrittori, sceneggiatori, documentaristi e giornalisti. Per imparare a narrare e a raccontare, le due registe Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente ci dicono che la via maestra da percorrere, per essere al tempo stesso profondamente radicati nella propria terra e nella propria cultura, ma, proprio come un albero, con i rami ben protesi nel cielo, è quella di raccontare ciò che meglio conosciamo, sia essa la nostra patria, la nostra città, o la nostra industria. Non ci aveva già ammonito Honorè de Balzac quando disse: "Se vuoi essere davvero universale, parla del tuo villaggio"?
 


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