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Monica Mariotti/L´EDITORIA AI TEMPI DI TOTTI


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Pubblicato da: Categoria: CULTURA

10
AGO
2012

 

Nessuno più di lei conosce i meccanismi (talvolta perversi) che regolano il mercato del libro in Italia, fra scrittori di talento (pochissimi), editori veri (pochi) e stampatori (tanti)
 
Immaginate di essere di fronte all’entrata di buon ristorante: davanti all’entrata si ferma sgommando una Mercedes, dalla quale scendono un ometto grassoccio e pelaticcio e una splendida donna vestita con abiti raffinatissimi. Cosa si potrebbe pensare di un uomo così? A voler ben pensare, potremmo dire che, nonostante non sia avvenente, è un tipo che nella vita ci ha saputo fare. Poi veniamo a scoprire che l’amico ha noleggiato la Mercedes e che la sua compagna è una escort. La nostra idea di lui cambierebbe radicalmente. Insomma, tutti possono noleggiare un auto di lusso per una serata, così come tutti (a patto che non si tenga conto della propria dignità) possono pagare una meretrice per apparire in pubblico come autentico self-made man.
Io paragono un “autore” che pubblica a pagamento al nostro amico grassoccio e pelaticcio. Siamo tutti bravi se paghiamo, indipendentemente dal nostro vero valore. E non è il caso che questi pavoncelli si vantino troppo per aver scritto un libro. Non è il caso che facciano troppo gli intellettuali. Non c’è motivo che dicano “l’editore ha creduto in me”, perché rischierebbero di farsi ridere in faccia: l’editore, semmai, ha creduto nel conto in banca. E il loro egocentrismo, purtroppo, alimenta un sistema malato e truffaldino a tutti gli effetti.
Per analizzare meglio la questione, parliamo con Monica Mariotti, classe 1968. La signora Mariotti ha iniziato a lavorare con le case editrici “pure”, cioè che producono soltanto libri, da quando all’università studiava filosofia. Ha cominciato come editor per l’UTET. Dopo una piccola pausa  ha ripreso a lavorare con alcune testate giornalistiche, ma ha capito presto la differenza tra libro e giornale e, preferendo lavorare col primo, ha ripreso a occuparsi di editing e curando l’ufficio stampa della Avverbi Edizioni di Roma. 
Monica Mariotti, nel 2000, dopo aver lavorato nella redazione web per la prima edizione del Grande Fratello (una fatica che ricorda come terribile!) conosce, alla Fiera del Libro di Torino, Marcello Baraghini, storico editore di Stampa Alternativa, che le affidò il primo incarico, cui seguì un impegno stabile per conto di Stampa Alternativa che perdura ancora oggi, dopo dodici anni. Attualmente cura l’ufficio stampa di Stampa Alternativa e collabora con Leggendaria. Benché originaria di Roma, da tre anni, esausta del caos cittadino della Capitale, si è trasferita nella serena campagna di Martina Franca. 
 
Il concetto di “stampa alternativa”. Perché alternativa?
«Ufficialmente, Stampa Alternativa viene registrata al Tribunale di Roma nel 1972, anche se già in precedenza faceva delle pubblicazioni in maniera, direi, clandestina. Produceva fanzine. Il termine deriva dall’anglosassone alternative press, che designava quel tipo di editoria che faceva controinformazione. Erano, cioè, specializzate nel dare una versione dei fatti diversa, ma reale e scomoda, rispetto a quella ufficiale e convenientemente falsificata. Per esempio, negli Stati Uniti, in quegli anni, per i canali ufficiali circolavano notizie sul conflitto in Vietnam; l’alternative press diffondeva, invece, informazioni sulle droghe e altri temi “sconvenienti”. 
Con questa impronta cominciò la vita di Stampa Alternativa in Italia. Non a caso, in origine, la marca editoriale era rappresentata da una foglia di marjuana e il pensiero politico più vicino era quello dei radicali. Marcello Baraghini “nasce” affiancandosi a Pannella. Ancora oggi è rimasto un forte legame e, sebbene con diverse modalità, sia Pannella che Baraghini condividono lotte e posizioni su temi, allora come oggi, molto delicati, come l’aborto, il divorzio... 
Negli anni ’70, Baraghini ha collezionato cento quarantasei pendenze penali per reati d’opinione, ma tutte le lotte portate avanti in quegli anni da lui e dai radicali, oggi, sono diventate leggi (eccezion fatta per la tolleranza alle droghe leggere). Stampa Alternativa nasce per fare informazione su tutto ciò che, normalmente, viene glissato dai canali d’informazione main stream».
 
Su un piano più propriamente “tecnico”, una casa editrice come Stampa Alternativa in cosa si differenzia dal resto della Casta d’Inchiostro, per la quale intendo questo “cartello” di grossi editori che hanno egemonizzato l’editoria nazionale. 
«Innanzitutto la grande differenza sta nel concetto di editoria indipendente. Stampa Alternativa è una delle prime a nascere come casa editrice indipendente, ma oggi le cose sono molto diverse: esistono i grandi gruppi editoriali, Mondadori e Feltrinelli in prima linea, e la loro attività ha creato non pochi scompensi a piccoli e medi editori. Ad esempio, con l’acquisizione di PDE, un servizio di distribuzione attivo nell’ambito delle editrici indipendenti, Feltrinelli ha creato un conflitto di interessi non indifferente, in quanto favorisce i propri punti vendita (che sono i più diffusi in Italia) e svantaggia tutti gli altri.
Mondadori, Rizzoli e tutti i grandi giganti, sempre in tema di conflitto di interessi e “informazione pilotata”, non essendo editori “puri”, tendono a privilegiare sulle proprie riviste i propri libri, oppure affidano ai propri scrittori una rubrica sulle suddette riviste e questi autori, in media, sono sempre quelli che si giocano i premi letterari, che le case editrici si dividono tra loro come in un consiglio d’amministrazione. E’ uscito da poco un libro bellissimo di Paolo Bianchi, Inchiostro antipatico, che dichiara certe cose sui premi letterari che, se non fossero drammatiche, sarebbero senz’altro esilaranti!
Rispetto a questi signori d’inchiostro, Stampa Alternativa cerca di pubblicare libri decenti. Essendo specializzati sulla saggistica, abbiamo pubblicato, ad esempio, il libro sulle intercettazioni scritto da Antonio Ingroia; abbiamo diffuso libri scritti da ex pazienti di centri d’igiene mentale che denunciano condizioni di vita vicine a quelle manicomiali e metodi poco ortodossi usati in questi istituti. Per quanto riguarda la letteratura, cerchiamo di recuperare gli scritti che editori più grossi tendono a evitare. Tra questi, c’è stato Luciano Bianciardi, che già nel 1960 riteneva una bufala il discorso del “boom economico” e denunciava le morti bianche. Le grandi industrie tendevano a tagliare sulla sicurezza (e tendono, ndr) e chi ci rimetteva, naturalmente, era l’operaio».
 
Insomma, Stampa Alternativa ha propugnato delle questioni che sarebbero diventate “scontate” nei decenni successivi. Un po’ come Pasolini. Ora parliamo un po’ di statistiche: recenti indagini dimostrano che sempre meno gente legge. Il lavoro di un editore diventa sempre più arduo… 
«C’è da fare una premessa: in Italia si legge pochissimo da sempre. Non sto celiando, ma meno di noi, in Europa, leggono solamente gli albanesi e i portoghesi. Tutti gli altri leggono di più. Un lettore forte in Italia è considerato chi compra in media dieci libri l’anno, e quindi legge un libro al mese, più o meno. E’ vero che c’è stato un brutto calo di vendite dei libri. Secondo me, così come molti altri addetti ai lavori, non è vero che ciò che abbiamo perso si è recuperato con gli e-book. Falso! Le vendite degli e-book, che sono circa il 2%, non vanno certo a coprire le perdite, che girano intorno al 20%.
Sono svariate le cause di questo calo: la prima è la stessa che riguarda anche il calo di vendite dei dischi musicali e dei biglietti del cinema, e cioè che i libri ormai si trovano su internet. Un e-book lo si può anche comprare, ma inevitabilmente qualcuno lo porrà in peer-to-peer. Seconda causa è, certamente, la crisi economica e il libro, purtroppo, non rappresenta un bene di prima necessità.
Altra causa, e peggiore, è l’abbassamento qualitativo dello standard letterario: oggi entri in una libreria Mondadori o Feltrinelli e cosa trovi? Totti che racconta le barzellette, Corona che si improvvisa giallista e racconta la sua prigionia, la Parodi che pubblica ricette… La letteratura vera è messa da parte. La saggistica di denuncia, invece, va molto bene, ma il lettore forte si è rotto le scatole di andare in libreria e trovare Totti o la Parodi! Ecco perché si preferisce internet; perché lì si può trovare il libro che non trova in libreria.
La direttrice di Iperborea, specializzata nella letteratura scandinava, in una recente intervista ha detto: “Quello che ci sta accadendo negli ultimi due anni è che ci stanno tornando delle rese del 40%”. Che vuol dire? Vuol dire che il libraio non tiene più la novità per sei mesi, ma solo per uno o due. Le novità spuntano come funghi, e questo è un vizio proprio del mercato editoriale».
 
E proprio volevo arrivare. Oggi scrivono tutti! Dalla casalinga disperata al personaggio dell’ultimo reality di Mediaset. Ciò ha creato un’inflazione che, sicuramente, bene non fa al lettore, vero?
«Nel caso dei personaggi famosi, vende solo il nome! Ora, ogni anno una casa editrice deve tirar fuori un certo numero di titoli: una casa editrice grossa ne tira fuori cento, una media intorno alle cinquanta e i rimanenti variano. Ogni volta che esce una novità, il libraio paga sul venduto o restituisce ciò che lui non ha venduto, le cosiddette le rese. Qualunque editore, allora, è costretto a pubblicare almeno cinque, sei o sette novità al mese, a seconda della sua grandezza, per rientrare nei costi in relazione alle rese. Paradossalmente, meno si legge, più un editore diversificherà i titoli in un mese. E’ un meccanismo un po’ vizioso per il quale una casa editrice si vede costretta a vendere anche libri per cui non sentiamo la necessità».
 
E poi ci sono gli esordienti…
«E poi ci sono gli esordienti. E questi sono anche un po’ egocentrici. Non si fidano del parere di un buon editore, che magari gli rifiuta lo scritto, che non sarebbe leggibile nemmeno dopo un buon editing, e vogliono pubblicare a tutti i costi! Si rivolgono a quelli che noi definiamo “tipografi”, che stampano chiedendo un contributo sulla “pubblicazione”. Abbiamo pubblicato un libro una volta: Editoria a perdere, in cui denunciavamo questi editori (Baraghini fu querelato anche allora). 
Questi editori giocano molto sull’egocentrismo dell’esordiente, promettendogli pubblicazione, promozione, distribuzione, editing, copertina e quant’altro, per poi stampare al massimo mille copie, di cui duecento o trecento vengono rifilate allo stesso autore. Non spediscono il libro in nessuna libreria e non fanno alcuna promozione (perché spesso non hanno uffici stampa, e un ufficio stampa serio si rifiuta di pubblicizzare pubblicazioni a pagamento)».
 
Se oggi un pazzo volesse aprire una casa editrice, Lei cosa gli consiglierebbe di fare? Da dove dovrebbe cominciare?
«Di pubblicare cartacei, in questo momento, lo sconsiglierei di cuore. Oggi, la maggioranza degli editori medio-piccoli fanno altri lavori o sono ricchi di famiglia. Non è un lavoro col quale si ci arricchisce. Certo, potrebbe capitare che un libro vada molto bene, ma in generale, se si vogliono far soldi, è meglio sposarsi su altri settori. Potrei consigliare di provare col print-on-demand: si pubblica l’e-book ed eventualmente, se un lettore lo desidera cartaceo, lo si stampa e glielo si spedisce. In questo modo abbassi notevolmente i rischi di costo. Ci vuole passione. Comunque, ci vuole passione».
 


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