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Carlotta Lezzi/DONNA DI PAROLA

Pubblicato da: Categoria: CULTURA

29
AGO
2014
Nei suoi versi un messaggio: attraversando il dolore  si può rinascere, più consapevoli, più forti. È la spinta al risveglio interiore, imparare ad  ascoltare l’urlo di un silenzio che grida muto e che troppo spesso rimane inascoltato
 
 
Calotta Lezzi è una giovane  scrittrice salentina che ci presenta  la sua silloge poetica “Ė del forte l’ascolto”, edita da Lupo Editore. La raccolta  appare come un contenitore di emozioni e sentimenti in grado di  sviscerare le tante sfumature cangianti dell’animo femminile.
L’intera silloge sembra raccontare l’assenza  di ascolto che la poetessa  ha  patito nel corso della sua vita, del resto, spesso tutti siamo  vittime  di un  mondo che non comprende, non sostiene, non ascolta e non si accorge del nostro grido.
Nei versi di Carlotta la  poesia è parola attiva, lama affilata che penetra nella carne e apre a un profondo sentire; è energia primordiale e creativa, intensità feconda,  voce fuori dal coro, frutto di un’esigenza intima e profonda  che danza al solitario pulsare delle lunghe notti bianche, notti di pensieri  e anima messa a nudo, lontana dal  frastuono vacuo del mondo.
Per  Carlotta Lezzi,  scrivere è guardarsi  dentro con coraggio, con onestà e a volte severità,  dialogando con il proprio Io e cercando di dare forma e vita  al  dolore  che pervade l’anima; scavare nel profondo per  cercare di curare una  ferita arcana che ancora arde e duole nel petto.
Un profondo sentire femminile quello che anima Carlotta, una manifestazione del suo mondo interiore che  prende forma generando parole e magia,  un dialogo intimo che svela  la quotidiana e inarrestabile fatica del proprio sentire, un caldo fluire dell’emozione  che intreccia la parola all’esperienza,  il desiderio anelato al vivere quotidiano,  la speranza nel futuro alla paura insita nel presente.
La poetessa utilizza un linguaggio  ricercato, tagliente, graffiante,  incisivo, di forte impatto e  profonda capacità descrittiva ed evocativa. Nelle liriche potenti  di questa autrice c’è tutto il suo abbandono alla nuda  verità della poesia, alla sua capacità di aprire squarci nell’abisso del proprio sentire, seminando  residui preziosi di passione e irruenza nelle tracce di sé. 
La silloge lancia però un messaggio luminoso che punta sulla profondità interiore che induce ad  andare incontro al reale lasciando emerge la parte più pura di sé, che è vero spirito e prendendo le distanze da un vivere frenetico e spersonalizzato, da alienazione, allontanamento dell'essere da se stesso. 
 
Cos'è l'esperienza della poesia per Carlotta Lezzi e cosa significa essere poeta oggi?
«Sono cresciuta in una famiglia nella quale la poesia era di casa: ho avuto la fortuna di essere “istruita” da mia zia, allora giovane poetessa amica di Claudia Ruggeri, Salvatore Toma e altre  penne dell’epoca. E’ stata dunque la prima forma di espressione da me conosciuta e mi ci sono riconosciuta subito, anche se le prime vere liriche posso dirle di averle scritte in età adulta. Per me è un modo d’essere e più che mai oggi, di essere diversa in una società omologata che non conosce più forme di verità. Quella che un tempo era la funzione del comico greco, di dire la verità facendo ridere, è un po’ oggi quella del poeta: essere una voce fuori dal coro, dire il non detto o l’indicibile. Naturalmente si è bistrattati per questo motivo, perché non c’è niente di più difficile di ascoltare l’evidente, quello che si cerca di nascondere o quello a cui non si vuole pensare. In entrambi i casi, poeta e ascoltatore, si tratta di un atto di coraggio».
 
Quando nasce in  te l’esigenza di affidare alla scrittura i tuoi pensieri e il tuo sentire più profondo? Quali i ricordi legati al tuo primo componimento in versi?
«Posso dire senza ombra di dubbio di aver iniziato molto presto, all’età di sette anni. Ricordo che mi piaceva molto ascoltare le storie riguardanti le vite dei poeti e fui folgorata da quella della morte di Lorca. Immaginai che scrivesse anche mentre moriva e l’immagine della goccia di sangue sul foglio bianco divenne lo sfondo del mio primo, acerbo componimento. Ho scritto tanto da allora, sia in prosa che in poesia, ma devo dire che l’affinità del mio animo con quello degli Ermetici è balzata da subito all’occhio e le pause, le enormi aposiopesi che da sempre mi contraddistinguono, fanno anche della mia prosa una poesia».
 
Quali sono state le letture  più significative nel tuo percorso di vita?
«Posso dire che il primo poeta è stato Lorca, il primo scrittore di prosa Tabucchi. Di questo  mi ero talmente innamorata da acquistarne dieci o venti romanzi in un colpo solo, spendendo, all’epoca, centomila lire, regalo dei nonni. E’ stata poi la volta di Wuthering Heights di Emily Bronte, che rimane il classico da me più amato, poi la Morante, Moravia, la Fallaci (“Un uomo” mi ha scavato dentro), De Carlo, Pennac, Bulgakov, Dostoevskij e le sue “Notti bianche”, per la prosa, Lorca, la Dickinson, Majakovski, Prevert, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Fortini, Zanzotti, Sanguineti, Toma, la Ruggeri, Montale, Giudici, Yeats, e un po’ di Beat Generation. Il teatro greco, con Eschilo, Sofocle ed Euripide, però, è ciò che ritengo mi abbia formata maggiormente».
 
Parlaci della tua pubblicazione“ È del forte l'ascolto", la raccolta prende il titolo da una poesia contenuta  nel libro. L’intera silloge sembra raccontare l’assenza  di ascolto che  hai  patito, perché spesso tutti siamo  vittime  di un  mondo che non comprende, non sostiene, non ascolta e non si accorge del nostro grido.
«Esattamente. Aggiungerei che ascoltare è anche un atto di coraggio, perché non sempre quello che ci verrà detto sarà sopportabile o meno: potremmo essere messi di fronte a delle verità scomode o al palesarsi di un dolore che cerchiamo di nascondere. Non comprendiamo che affrontare è la vera chiave, attraversare ogni cosa, uscirne nuovi, più saggi, come diceva il buon vecchio Eschilo nel suo “Agamennone”. La società nella quale viviamo è decadente, vive di apparenza e di poca sostanza: questo malessere lo vive maggiormente il sensibile e molto spesso il sensibile è il poeta. Credo di aver voluto fare da specchio a tanti e tante che, come me, vivono il disagio di dover nascondere le debolezze, come se fosse una vergogna, perché o si è lupo o pecora, o giudice o giudicato. Il mio invito è proprio quello di essere forti, di mutare i difetti in pregi, di ascoltare, tanto, soprattutto ciò che può farci aprire gli occhi».
 
Marcel Proust  sosteneva che ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. Secondo te è così?
«Assolutamente sì. Soprattutto nella poesia il lettore vede quello che vede in se stesso: la sua chiave di lettura è il suo vissuto. Conosco molte persone che si rifiutano di leggere la poesia perché sostengono di non amarla come genere, mentre la verità è che hanno paura di ritrovare al suo interno le proprie paure, le propie debolezze, le proprie sofferenze. Per questo dovremmo essere forti e ascoltare quello che i libri hanno da dirci: sono meglio della psicoterapia».
 
Nella tua  penna entra tutta la vita nei suoi molteplici aspetti; l’amore, gli affetti, la lotta, il dolore lacerante per chi è diviso tra passato e presente, il silenzio che urla, l’abbandono. La silloge lancia un messaggio luminoso che punta sulla profondità interiore che induce ad  andare incontro al reale lasciando emerge la parte più pura di sé, che è vero spirito e prendendo le distanze da un vivere frenetico e spersonalizzato, da alienazione, allontanamento dell'essere da se stesso. Del resto non è forse questa  la funzione etica della poesia?
«Esatto, è una forma di catarsi. Sostengo che la funzione della poesia sia la stessa del teatro greco antico: gli spettatori assistevano a spettacoli che avevano anche un tono che oggi definiremo “horror” , ciò serviva infatti a purificare (dal greco “catairo”) il proprio animo. Quello che ho voluto dire io, che voglio sempre dire, quando scrivo è: “Attraversa il fuoco, attraversa il dolore”, solo così puoi rinascere, più consapevole, senza paure, più forte. La forza, infatti, si manifesta in ciò che non temiamo di rivelare a noi stessi».
 
La poetessa Claudia Ruggeri sosteneva che i poeti combattono, sudano per adattare l'atona vita al ritmo dei versi. Alla luce di tale considerazione, ha un augurio da rivolgere alla poesia dei nostri tempi e all’editoria che coraggiosamente se ne occupa?
«La mia cara Claudia aveva ragione, chi meglio di lei poteva dirlo. Il mio augurio posso farlo alla poesia e ai poeti del Sud, che sono penne meravigliose ma tanto nascoste, tanto poco alla ribalta rispetto a quelle di altre regioni: a loro posso dire di promuovere la propria cultura, di urlarla, se necessario, in faccia a chi crede di averne e non ne ha. Vedo costantemente una grande emarginazione nei nostri confronti e questo ci indebolisce: chi scrive vera poesia è più difficilmente compreso e per questo più messo nel cantuccio. Per questo l’editoria può aiutare, magari promuovendola più di quanto faccia con la prosa, perché pubblicare un volume di poesia per poi lasciarlo morire nel dimenticatoio, serve a poco. Più che altro auguro alle librerie di non relegare il genere poetico nell’angolo buio accanto al teatro: non facciamo sempre questo marketing portato alla vendita di volumi, ma, magari, alla vendita anche delle idee, ecco, che di questo oggi abbiamo bisogno, suvvia, oppure ci condanneremo davvero all’oblio».
 


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