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Ogni donna un universo/Mia madre, Alda Merini

Pubblicato da: Categoria: Cultura

23
GEN
2015
Viaggio nelle sfumature del cuore e nelle parole della figlia della grande poetessa. Intervista Ad Emanuela Carniti Merini: «Una personalità fortissima e fragile»
La poetessa dei navigli è stata una voce poetica tra le maggiori del nostro secondo Novecento, nei suoi versi  la poesia è vita e necessità, parola attiva, energia primordiale e creativa, intensità feconda, lama affilata che penetra nella carne e apre a un profondo sentire; è anima messa a nudo,  lontana dal frastuono vacuo del mondo... Per Alda Merini la poesia  è  stata la  salvezza dall' esperienza devastante del manicomio, perché essa è fedele compagna che  educa il cuore, apre la mente, riempie i vuoti, cura le ferite. L'unico compito che ha il poeta è quello di prendere la vita è farne oro colato. 
Un profondo sentire femminile quello che anima la Merini, nelle sue liriche potenti c’è tutto l' abbandono alla nuda verità della poesia, alla sua capacità di aprire squarci nell’abisso del proprio sentire seminando residui preziosi di passione.
Nei suoi versi un messaggio: attraversando il dolore si può rinascere, più consapevoli, più forti. È la spinta al risveglio interiore, perché il dolore permette di  “toccare” la verità della vita, di assaporare l’esistenza fino in fondo e di  trasformare l’esperienza del manicomio in esperienza d’amore.
Che cosa apre il terreno alla poesia? Spesso il dolore, ma anche la gioia. Sono le emozioni il terreno fertile su cui nasce la poesia.
Mi piace ricordarla col titolo di una sua opera: '"Più bella della poesia è stata la mia vita": un chiaro esempio di come la violenza possa attraversare la vita di una persona eppure non spegnerne l'ardore. Per una donna vissuta per alcuni periodi sotto l'ombra del disagio, della malattia e di varie difficoltà,  questa sua affermazione non è altro che  la prova di una forza d'animo che percorre insieme vita e poesia. 
Con Emanuela, una delle figlie di Alda, riviviamo il ricordo di una donna straordinaria e di una grande intellettuale difficilmente classificabile.
 
Alda Merini, l'ape furibonda, è  stata senza ombra di dubbio una delle maggiori poetesse del nostro tempo. Nonostante il vissuto travagliato e burrascoso ha dimostrato che  la donna è un essere splendido che brama ogni giorno e può arrivare fino alla cima dell'universo.
Alda  ha cercato di trarre il bene anche dalle sue esperienze negative, dalla sua fragilità d'animo, dalla sua battaglia interiore, diceva infatti: “Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno…. per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”. La sua  vita  testimonia come la violenza possa attraversare la vita di una persona, eppure non spegnerne l'ardore. Questo è l'insegnamento che ha lasciato anche a voi figlie?
«Ovviamente rispondo a titolo personale e non a nome di tutte le mie sorelle. Personalmente questo messaggio insito nelle parole e anche nella vita di mia madre ha avuto un'eco profonda nella mia vita e ha lasciato dentro di me un grande insegnamento che mi ha anche aiutato nei momenti difficili della vita in cui sembra  impossibile andare avanti  e  farcela. Certamente il suo senso dell'umorismo o il trovare il lato ridicolo nelle situazioni più scabrose si è ben amalgamato  con il  mio carattere».
"Ho avuto quattro figlie allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono". Sono parole forti ma  estremamante materne. Emanuela, lei che  ricordo ha di Alda come madre, donna e poetessa? Si possono scindere questi aspetti in  sua  madre?
 
«Ogni donna è un universo e mia madre, in particolar modo, credo abbia rappresentato l'archetipo femminile in ogni sua sfaccettatura. 
Dalla profetessa  alla Grande madre; dall'aspetto crudele del femminino alla maternità più pura, dalla meretrice (come lei stessa si è  definita in una sua poesia) alla mistica. 
Scindere questi aspetti è oltremodo impossibile, essendo mia madre una donna estremamente complessa e mutevole non solo nei giorni  ma nello stesso scorrere dei minuti. Questo era un aspetto difficile ma anche stimolante della sua personalità. Una personalità fortissima e fragile nel contempo che non cessava mai di stupire!». 
 
Oggi che lei e le sue sorelle Flavia, Barbara e Simona  siete diventate donne e vi siete riconciliate con la complessa figura materna, avete comprenso che è stata la poesia a salvare Alda, da bambine però avete  sperimentato sulla vostra pelle come la  poesia sia stata poco clemente con voi, sottraendovi le attenzioni e l'amore di vostra una madre. L’amore innato e primordiale per la poesia la assorbivano quasi completamente, tanto da affermare: “Il vero poeta non deve avere parenti”. Un figlio però non può capire queste parole, chiede  solo gesti, presenza e amore incondizionato. Come avete vissuto questo suo mettere al primo posto l'amore per la poesia?  
«Ovviamente la poesia me l'ha sottratta. Sapevo, ho sempre saputo, che veniva prima di tutto, prima di ogni affetto, anche se ne era obbligatoriamente dipendente. Ho cercato di capire, di comprendere, anche se, come figlia, è stato molto difficile e tutto ciò ha creato (a volte) distanze e incomprensioni. Solo con l'avanzare dell'età prima, e con la sua morte poi, sono riuscita ad accettare mia madre nella sua interezza e complessità. Da adulti si riesce, per fortuna, a vedere i propri genitori come persone oltre che come madre o padre». 
 
Emanuela, qual è il suo ricordo più vivo e forte di  Alda come madre?
«Mia madre, pur con tutti i limiti dovuti a questa "chiamata" alla poesia prima  e alle difficoltà emotive accadute dopo il ricovero, è sempre stata, a suo modo, una madre . I suoi sentimenti nei confronti di noi figlie sono sempre stati amorevoli e di grande attaccamento emotivo. Laddove l'emergere di un'emotività esagerata la bloccava, cercava di ovviare con aiuti concreti: unico modo che le permetteva di non soccombere al marasma di emozioni che in lei era molto dirompente. 
Ho dei bei ricordi legati alla prima fanciullezza e, più tardi, quando, ritrovata serenità e ripresa la scrittura a pieno ritmo, mamma era serena e spiritosa come la ricordavo. 
Era anche una madre severa e poco incline al compromesso.Ciò che diceva era legge, e poco c'era da discutere quando una decisione era stata da lei presa. 
Ricordo le sue sonate al pianoforte, le sue barzellette, ma anche i grandi pianti e le disperazioni». 
 
"Il Poeta deve parlare, deve prendere prendere questa materia incandescente che è la vita e farne oro colato. Perché la Poesia educa il cuore, la Poesia fa la vita, riempie certe brutte lacune, alle volte anche la fame, la sete, il sonno. Magari anche la ferita di un grande amore, un amore che è finito, o un amore che sta per nascere…”. Secondo lei è questo il fine ultimo e vero della poesia?
«Credo di sì. Secondo me la poesia, come quasi tutte le forme d'arte, nasce da un'urgenza. Un bisogno direi primario come la fame o la sete. A questo punto l'artista deve soccombere a questo "bisogno" e dar forma a ciò che emerge dalle profondità della sua anima e lasciarsi trasportare oltre se stesso e il proprio IO». 
 
Il poeta è interprete  della Bellezza viva e sublime che viene da un regno migliore, quello dell'anima, quindi non ha senso considerare la produzione artistica in base alla vita privata dell’artista, sarebbe una grande cosa smettere di leggere dichiarazioni  che la etichettano come la  "pazza del Naviglio" e riconoscerla semplicemente come Grande Poetessa in grado di dare voce al proprio abisso.La pensa così?
«Credo e spero che mia madre non sia più considerata come la "pazza del Naviglio" e mi stupisco che ancora ci siano queste dichiarazioni in merito.
Chi non conosce la sofferenza psichica e si limita a etichettare una persona sofferente di travagli interiori chiamandoli semplicemente "sintomi" senza mai domandarsi nulla rispetto alla sua vita, alle vicissitudini personali, sociali e storiche, non conosce nulla neppure di se stesso! 
Non ho mai condiviso la classificazione organicistica e psichiatrica della malattia. Discorso prettamente occidentale che classifica e divide, parcellizzando la persona in singoli organi da curare e sintomi da etichettare! 
In ogni caso la mia opinione vale relativamente. 
Bisognerebbe fare una valutazione partendo dall'amore che le persone dimostrano verso la poetica di nostra madre, dall' alto riconoscimento che personalità di ogni campo le hanno tributato, dalle raccolte firme per portarla al riconoscimento del Premio Nobel, dal tributo che il Comune di Milano le ha fatto promuovendo per lei i Funerali di Stato...». 
 
 


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