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CARMINE CAPUTO/ Statte e la nostalgia canaglia

Pubblicato da: Categoria: Cultura

24
APR
2015
Con “Chiamami Legione” l’autore stattese si rimette in gioco attraverso una nuova pubblicazione, diversa dalle precedenti, divertendosi e facendo divertire. Sullo sfondo, uno scenario post-apocalittico
 
Quando l’ho conosciuto, diversi anni fa, mi ha colpito immediatamente la sua autoironia e il suo innato umorismo. Amava definirsi un aspirante scrittore, nonostante avesse già all’attivo tre pubblicazioni. E ora, con l’uscita di “Chiamami Legione”, l’autore Carmine Caputo, originario di Statte ma trapiantato a Bologna, reclama a gran voce un posto nel panorama letterario, raccontando una storia originale e sopra le righe ambientata nel luogo che gli ha dato i natali (leggi la recensione).
 
Ami definirti un “aspirante scrittore” anche se di libri nei hai già scritti un bel po’. 
«In effetti ho deciso di darmi una promozione: non mi ritengo più un aspirante scrittore, ma uno scrittore galleggiante. A quasi dodici anni dal mio esordio, infatti, non sono più un emergente, ma nemmeno un emerso. Galleggio. Cominciai nel 2003 con un romanzo umoristico nato quasi per caso, raccogliendo sceneggiature e brevi racconti e unendoli per dare forma a “Bello dentro, fuori meno”. Una storia ambientata nel mio paese d’origine, Statte, con l’unico, dichiarato intento di far ridere. Poi mi sono dedicato ai racconti gialli di “Bologna l’oscura” usciti nel 2007 e dedicati alla città che mi ospita da più di vent’anni. Infine, cinque anni fa, ho provato la strada del romanzo di formazione con “Ballata in sud minore”, un atto d’amore alla storia del paese in cui sono cresciuto». 
 
Nei tuoi romanzi parli spesso di Statte. Nostalgia da emigrato?
«Mi piace raccontare quello che conosco meglio, anche se ormai sono tanti anni che frequento Statte solo per qualche giorno ogni anno. Ci torno sempre volentieri perché sono orgoglioso delle mie radici e ogni angolo è per me intriso di ricordi. È difficile dire se si tratta di nostalgia di Statte o della mia giovinezza. Sicuramente i ricordi sono un tema molto presente in “Ballata in sud minore”: nostalgia della mia adolescenza più che degli anni ottanta, che non sono stati davvero un granché per il nostro paese. La Statte di oggi mi piace molto di più».
 
Veniamo all’ultimo: Chiamami Legione. Un romanzo sui generis, molto particolare. Lo consideri più un giallo o più fantascientifico?
«Io spero di poterlo considerare soprattutto un romanzo divertente. O meglio, spero lo trovino divertente i lettori. Per quanto riguarda i generi letterari, mi stuzzica giocarci. Prendere cioè un “contenitore” che rassicura il lettore perché sa quello che potrà trovarci, e poi però scardinarlo, trasgredire le regole. In “Chiamami Legione” addirittura ne ho mescolati due, il giallo e il fantastico, intrecciandoli poi con l’ironia. C’è un’indagine, però non abbiamo un investigatore bello e dannato, come in tanta narrativa poliziesca, ma un maresciallo tranquillo e solitario. Per quanto riguarda la parte poi la parte fantastica, poi, il lettore si trova addirittura di fronte una segretaria di direzione e un’insegnante precaria alla guida di un esercito che combatte l’invasione di orde barbariche. Decisamente non sono un ortodosso quando si tratta di rispetto dei canoni letterari».
 
Come mai hai deciso di scrivere qualcosa di così diverso dai precedenti? Come è nata l’idea di Chiamami Legione?
«Era il 2008, avevo finito “Ballata in sud minore” anche se non avevo ancora trovato un editore per stamparlo e avevo voglia di evadere, di liberare la fantasia. Non solo: volevo anche mettermi alla prova con un romanzo pieno di personaggi e ambienti, non il solito volumetto da cento pagine che tanto piace ai piccoli editori, perché costa meno produrlo. Un giorno ho detto a mia moglie: voglio scrivere un romanzo fantasy di 400 pagine. Oh mamma mia, ha risposto lei, e poi chi se lo leggerà? Tsé tsé...».
 
Nel tuo libro le protagoniste vengono catapultate in un futuro prossimo, che però appare molto diverso da ciò che generalmente si è abituati a immaginare. Si pensa solitamente a tecnologie avanzate e omini dalle antenne verdi; al contrario tu lo descrivi quasi più vicino al passato. Un passo indietro, sia per quanto riguarda strumenti e risorse, sia per il livello di alfabetizzazione. Come mai?
«In effetti hai ragione, volendo potremmo definire “Chiamami Legione” un romanzo distopico: romanzi che immaginano un futuro orribile, difficile, post-apocalittico. Più che di pessimismo generico, però, nel mio caso si tratta della denuncia di un presente irresponsabile. Quando penso al modo in cui consumiamo le risorse del pianeta e alla mancanza di rispetto per la natura, non riesco a credere nelle magnifiche sorti progressive dell’umanità. Pensa alla nostra generazione: ci trastulliamo tra device tecnologici e protesi che danno l’illusione della comunicazione senza limiti, ma poi non possiamo neanche andare al mare o alla pineta vicino casa come facevano i nostri genitori». 
 
Soprattutto immagini un futuro senza Ilva, o meglio con uno stabilimento spento e in disuso, come un vulcano inattivo. Il mondo che hai inventato è quasi una sorta di post-Cernobyl?
«Sì, il mondo che ho immaginato può essere considerato post-atomico. Però è un mondo che rinasce, un mondo intriso di speranza, dove la vita ha la meglio sulle macerie. Al contrario del mondo attuale, dove invece i giardini con i giochi per i bambini sono ricoperti di polvere di ferro. Sull’Ilva e gli stabilimenti industriali in genere voglio raccontarti un aneddoto. Ero in treno, ero studente universitario all’epoca, e stavo tornando a casa. Un viaggiatore poco più grande di me si alzò prima che entrassimo in città, eravamo tra Bellavista e Cagioni. Aprì il finestrino, e un terribile tanfo entrò nell’abitacolo. “Ah, che bello – disse lui – quando sento questo schifo di puzza sento di essere tornato a casa”. Ecco, a me piacerebbe un giorno tornare a Taranto senza quel cattivo odore. Senza quelle fiamme e quei fumi all’orizzonte. Però dubito che qualcuno riuscirà mai a spegnere il grande vulcano, né tanto meno a “bonificarlo”, come si dice oggi».
 
La funzione salvifica è affidata a due donne. Non si può certo dire che tu sia un maschilista!
«Vivo con tre donne (mia moglie e le mie due bambine), devo farmene una ragione! Scherzi a parte, ho voluto dichiaratamente dedicare questo romanzo all’universo femminile perché credo che siate voi donne i “veri eroi” dei tempi attuali. Mogli, madri, figlie, impiegate, casalinghe, amministratrici, educatrici. Una legione di ruoli, appunto. E non ho scelto a caso una segretaria di direzione e una insegnante precaria come protagoniste: sono due prototipi di donna moderna. Abituate come sono a una vita di compromessi, pressioni, difficoltà, sacrifici, ho pensato che non avrebbero avuto alcuna difficoltà a rimettere a posto un mondo sconquassato da guerre di religione».
 
Gli abitanti del futuro venerano i personaggi dei fumetti. Sei anche tu un appassionato di Topolino & Co.?
«Nel romanzo ho voluto rendere omaggio alle letture che hanno accompagnato la mia infanzia: quelle della Disney, quelle della Sergio Bonelli e quelle dei supereroi americani Marvel e DC Comics. Mi piace molto la “letteratura disegnata”, credo sia un’arte straordinaria che influenza profondamente il nostro modo di raccontare storie e di vedere il mondo. Altro che passatempo per bambini!». 
 
Sono previste presentazioni del libro a Taranto?
«Io spero proprio di sì. Sicuramente nella biblioteca di Statte, luogo a cui sono affezionato perché era un mio sogno da bambino avere una biblioteca in paese e sono contento che si sia realizzato, anche se dopo la mia partenza. Poi non mi dispiacerebbe avere altre occasioni a Taranto e dintorni, in fondo mi sembra assurdo che del mondo di Tardnuestr e Yarubbedd si parli più a Bologna che non nella nostra bellissima terra. Vedremo».
 
 
RECENSIONE
CHIAMAMI LEGIONE
L’ultimo romanzo di Carmine Caputo, tra donne salvatrici e popolazioni bizzarre.
 
Prendete un posto a voi noto, magari il paese in cui siete nati e cresciuti. Immaginatene le strade, le case, gli edifici, le industrie. Pensate alla strada che conduce al cimitero, alla caserma dei carabinieri, sicuro punto di riferimento per dare indicazioni stradali, alla curva che porta in via Taranto, alla stazione di servizio, all’Ilva un po’ più giù, intenta a vomitare diossina.
A questo scenario conosciuto e affidabile aggiungeteci due donne, diversissime tra loro ma forse proprio per questo così affini, che desideravano soltanto raggiungere la Grecia per trascorrere una tranquilla e soleggiata vacanza; un maresciallo dei carabinieri disincantato e ostinato a scoprire la verità, lasciandosi guidare dal suo fiuto; e un brigadiere, Crisafulli, che a mio avviso meriterebbe uno spin-off letterario – uno che pensa che i piccoli e innocui incidenti servano a spalmare la sfiga (perché tutta concentrata da una parte potrebbe fare grossissimi danni) deve necessariamente avere più spazio; chissà che in un romanzo tutto suo non sforni qualche altra esilarante pillola di saggezza. E soprattutto aggiungeteci una popolazione bizzarra, formata da VashVash, Mucidi, Gnurket e chi più ne ha più ne metta. Dulcis in fundo, spostate tutto cento anni più in là, ma attenzione: guai a immaginare un mondo futuristico con navicelle spaziali e tutine di alluminio. Il mondo dopo il “Grande Bum” ipotizzato da Carmine Caputo, autore di “Chiamami Legione”, è lontano anni luce da qualsiasi idea di futuro, e ci catapulta invece in un universo retrogrado e decisamente poco tecnologico dove gli abitanti venerano nientemeno che i personaggi dei fumetti e le donne dei cataloghi di intimo, reliquie trovate dopo l’esplosione e considerate pari alla nostra Sacra Bibbia. 
“Chiamami Legione” è un romanzo in cui realtà e fantasia si scontrano, si accapigliano, si avvinghiano per dar luogo a una storia densa di humour e di folcloristica comicità. Rifiuta ogni categorizzazione, poiché intreccia un’indagine poliziesca, ma senza il classico eroe alla Montalbano, al fantasy più sfrenato. Il tutto condito con una forte dose di dialetto locale.
Carmine Caputo con la sua ultima pubblicazione racconta una storia godibile, spensierata e leggera, ma che sotto la veste allegra e serena maschera un invito a riflettere attentamente sul futuro dell’umanità e soprattutto sulle condizioni della terra dopo l’uso e l’abuso di sostanze inquinanti e lo spreco di risorse e di energie. Se un rimedio ci può essere, allora è bene apprenderlo sin da ora, fare come Ester e Priscilla, le due protagoniste di “Chiamami Legione” e proclamarsi paladini e salvatori del mondo. E se proprio non ci si riesce, magari si prova a chiedere al brigadiere Crisafulli: lui una risposta ce l’avrà di sicuro.
 
 
 
 


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