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Non dimenticar…

Pubblicato da: Categoria: Cultura

12
FEB
2016
“Erri De Luca è lo scrittore del decennio”, così sul Corriere della Sera il critico Giorgio De Rienzo, così sulla quarta di copertina di molti suoi libri.
L’ho incontrato nella Sala del giardino cinese del nostro Palazzo Ducale, voce fievole, sguardo basso, tanta disponibilità all’ascolto e a parlare di sé. A chi lo chiama maestro, risponde di essere “allievo, anche, abbastanza ripetente”.
L’avevo già conosciuto attraverso i suoi scritti, le sue poesie, la sua filosofia, il suo essere operaio nel mondo, il suo considerare “valore ogni forma di vita”, il suo amore per la montagna, il suo “vecchio” impegno politico.
Fine conoscitore dell’ebraico antico, traduttore di brani della Bibbia si definisce “non credente singolo”, dove singolo sta per “io” non credo, gli altri sono liberi di farlo, incontrando il suo rispetto.
Gli chiedo cosa conserva nella mente e nel cuore delle tantissime esperienze vissute, delle tante parole scritte, dei luoghi visitati, delle persone incontrate, mi risponde: “quando ricordo qualcosa, di quel che ho dimenticato, la scrivo, e fin quando scrivo conservo e vivo luoghi, persone,….”.
L’amore per la montagna nasce dalla magnifica sensazione che il suo corpo prova in questo luogo, nel quale si esprime meglio, dove sicuramente è più felice. “Amo la montagna, anche perché non ha confini”, c’è sempre una strada, un percorso, un sentiero.
La grande novità è l’essere diventato, ultimamente, “abusivo calpestatore di palchi teatrali” e così nasce “La musica provata”, che ama definire “una chiacchierata musicale”: le sue parole, la meravigliosa voce di Nicky Nicolai e le note del sax di Stefano Di Battista.
Prende corpo e si materializza l’idea che “cosa migliore che può succedere ai versi è quella di uscire dalle pagine e andare sulle note, sulle bocche”, è l’unico modo, a suo avviso, che consente a “versi altrimenti smemorabili di andare lontano”.
Parla al pubblico e poi si siede per ascoltare le melodiose canzoni, segue testi e musica, sorseggiando, sulla scena, del buon vino rosso. 
Oltre a fare poesia, a essere poesia, ne parla dicendo che quest’arte è necessaria in condizioni di emergenza come a Sarajevo, quando nei sottoscala si sopravviveva tra versi e candele, perché le parole sospendevano la malora. “Qui la poesia faceva da contrappeso all’assedio”, “ la poesia è una caloria supplementare”.
Versi, parole e pensieri anche per “ l’ondata migratoria di profughi dalla quale la terra ferma si difende con gli sbarramenti”, fortunatamente ci sono i LampeduSANTI,  i soli ad aver  messo in pratica le sette opere di misericordia.
Su quel palco, che diceva di occupare abusivamente, si crea un’atmosfera magica con parole d’amore “Tante donne/e nessuna tu/migliaia di donne/e nessuna tu”.
I versi dell’ultima canzone recitano “Ce ne andiamo come siam venuti”, no, penso nessuno possa affermare lasciando  il teatro che non porti dentro di sé una nota, un verso, una riflessione!
Vorrei fermare tutto quello che non scorderò mai in un’immagine, vorrei che il nostro incontro fosse immortalato con una foto, ma il maestro non le ama, “non mi piacciono, hanno la pretesa di fermare un momento, ma io ho sempre il desiderio di vedere cosa c’è al di là dell’inquadratura, in un quadro voglio sapere cosa c’è al di là della cornice, mi piace il fuori confine.”
Così, quando sto per attraversare il foyer, mi giro ancora, il sipario è chiuso, ma le parole e la musica aleggiano ancora dentro di me e resteranno a lungo, molto a lungo perché le cose cantate non sono “dimenticabili”.
 


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