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Intercultura/Incontri che cambiano la vita

Pubblicato da: Categoria: Cultura

11
OTT
2018

Vivere e studiare all’estero, aperte le iscrizioni per studenti nati tra il 2001 e il 2004. La testimonianza di chi ha scelto di diventare volontaria di questa associazione no profit

Ho conosciuto Intercultura tramite mio figlio Fabio che a sedici anni mi manifestò la volontà di trascorrere un anno all’estero per il piacere e la curiosità di conoscere un’altra cultura, un’altra lingua e di compiere un’esperienza di esplorazione in un altro luogo del mondo. Ne fui subito entusiasta. Tramite il sito internet www.intercultura.it venni a conoscenza delle possibilità che questa associazione no profit offre ai giovani attraverso un bando di concorso che, in questi giorni, si rinnova per ragazzi, prevalentemente, dai quindici ai diciasette anni. Inoltre, ci informammo sulle borse di studio che imprese, enti, INPS, banche e società varie mettono a disposizione per I ragazzi meritevoli.
E così avvaimmo la procedura per il concorso e conoscemmo il Centro Locale Di Taranto di Intercultura. Una realtà fatta di persone giovani e meno giovani che, volontariamente, mettono a disposizione tempo, competenze ed esperienza per preparare i candidati a quelle prove che porteranno i migliori a superare il concorso. Dopo questa prima fase, iniziò la seconda, la più entusiasmante, ovvero, la formazione dei vincitori di concorso per prepararli a quella che sarà la vita all’estero. A questa formazione partecipammo anche noi genitori perchè anche la famiglia fa parte integrante del programma educativo di Intercultura. Fu in quella occasione che mi resi conto di tante cose su mio figlio, sugli adolescenti e su me stessa. Ad esempio, scoprii quanta gioia di vivere e di conoscere si annida nei nostri ragazzi, spesso, erroneamente, definiti degli “sdraiati” senza volontà o “narcisisti” sempre su Instangram. Bisogna solo dare loro la possibilità di potersi esprimere e offrire delle belle opportunità. E lo studio all’estero è un modo per “mettersi alla prova”, è una sfida con se stessi.
Ho scoperto di me che, sebbene mi sia sempre sentita una mamma “chioccia”, sono capace anche di superare l’istinto che mi porta a voler sempre controllare la vita dei miei cari e di saper... lasciarli andare, confidando nel loro senso di responsabilità.
Ho scoperto che Intercultura ha una storia che risale alla prima guerra mondiale quando un gruppo di giovani americani che studiavano in Francia, si spostarono nei territori di guerra, per portare soccorso. Li chiamavano “ambulanzieri” perchè arrivavano con ambulanze lì dove ve ne era necessità.
Dopo la guerra, l’associazione di ambulanzieri, che avevano  denominato AFS,  si assunsero  il compito di favorire la pace nel mondo. Un obiettivo grande che motivò e che continua a motivare I tantissimi volontari sparsi in tutto il mondo.  Il punto di partenza è la constatazione che  la conoscenza reciproca fra i popoli, il superamento dell’etnocentrismo e lo scambio  culturale, sono la strada per impedire lo sviluppo di altri conflitti. Nella mia esperienza di volontaria ho appreso che “se ti conosco, ti rispetto e mi relaziono con te, cercando gli elementi in comune tra le nostre diversità”, il rapporto è di arricchimento reciproco.
All’estero I ragazzi sono ospitati da famigie che, gratuitamente, aprono le loro porte di casa, offrendo calore, protezione e affetto. A loro volta i giovani studenti, fanno esperienza con “fratelli e “sorelle” e “genitori” ospitanti che aprono il loro cuore in uno scambio in cui ognuno  
ha la possibilità di crescere, sia come individuo, che come famiglia.
Intercultura non è un’esperienza di viaggio, è molto di più. E’ un’esperienza di vita. E’ condivisione, è costruzione di legami.
Al ritorno dal Giappone dopo un anno vissuto intensamente, mio figlio come molti altri studenti che lo hanno affiancato in questa esperienza, sono subito apparsi diversi, mutati in tanti aspetti. Più autonomi, più consapevoli di loro stessi e del loro posto nel mondo, in altre parole, più maturi.
La scuola italiana riconosce la validità legale dell’anno all’estero e ne valorizza l’efficacia nella formazione individuale dei giovani.
Ancora, con Intercultura ho scoperto il piacere di condividere la mia casa con giovani studenti provenienti da altre parti del mondo, giunti in Italia con I programmi di AFS.  Per due mesi è stata con noi una ragazza proveniente dall’Argentina, Angie e, per un anno, abbiamo ospitato un ragazzo cinese, Song. Due ragazzi che, per cultura, formazione ed educazione, sono completamente diversi ma che entrambi sentiamo come “figli all’estero”. Ho scoperto che ci si può sentire profondamente “mamma” anche se i ragazzi parlano spagnolo o hanno  gli occhi a mandorla.
Ai genitori che stanno valutando l’ipotesi di iniziare il percorso che potrebbe portare I figli all’esterno per un mese, per sei mesi o per un anno e che sono preoccupati per le difficoltà che, inevitabilmente, dovranno incontrare, io vorrei dire di non temere, di lasciar andare I ragazzi, di non imperdire loro che possano sognare. Sono giovani che vogliono cambiare il mondo, che vogliono abbattere quei muri che noi adulti abbiamo costruito con I nostri pregiudizi e con I nostri stereotipi.
Intercultura si preoccupa che I ragazzi all’estero siano affiancati da tutor che in ogni momento, qualora fosse necesario, possono intervenire per trovare soluzioni condivise ai problemi.
Infine, voglio citare Kalil Gibran che, ne “Il profeta” dice che “I figli non sono nostri, loro abitano la casa dell’avvenire a cui noi non possiamo accedere”. Penso che noi genitori abbiamo il compito di cercar di dare loro delle radici ma, poi, lasciamoli volare.



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