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28 marzo 1941 | A ottanta anni dalla tragedia di Capo Matapan

Pubblicato da: Categoria: CULTURA

26
MAR
2021

Scrivere o raccontare le memorie, le testimonianze dei sopravvissuti allo scontro navale di Gaudo e Matapan è molto arduo.

Dopo tanti anni i loro sentimenti, le amarezze, i ricordi personali inerenti a quei drammatici momenti vissuti a bordo delle unità della Regia Marina, uniti dall’effimero ricordi dei loro commilitoni morti sotto le micidiali bordate dei grossi calibri delle corazzate inglesi o scomparsi in quelle buie e gelide acque, riaffiorano attraverso i  familiari dei dispersi e dei superstiti, riuniti in Associazione per onorare la loro memoria e di tutti i caduti, ogni anno in quella data.

Testimonianze racchiuse in un libro, scritto da Fiorentino a loro dedicato che rappresenta un grande puzzle intrecciato da storie similari con diversi destini ma congiunti da un grande amore riverso verso la Regia Marinai suoi nobili valori e verso i propriaffetti.

Moltissimi volumi sono stati scritti da importanti autori e storici durante il corso degli anni, tutti riversi nel descrivere minuziosamente le varie dinamiche, fasi dello scontro navale, corredati con documenti, foto, grafici, strategie navali, dati balistici, caratteristiche delle unità e vicende intrise da teorie e retoriche spesso contrastanti fra loro. Nello specifico, mai alcun testo riporta in toto o descrive le loro testimonianze, redatte e raccolte al loro rientro in Patria da apposita Commissione d’Inchiesta Speciale, intese a raccontaregli eventi svoltesi, iniziando dal primo scontro navale, avvenuto il mattino del 28 marzo 1941, nei pressi dell’isolotto di Gaudo,fra la squadra navale italiana al comando dell’Ammiraglio Angelo Iachino e la squadra inglese al comando dell’Ammiraglio Andrew Cunningham.

Gli equipaggi italiani in assetto di combattimento erano pronti sui propri posti assegnati, dalle sale caldaie, ai locali tecnici, nelle torri dei cannoni, sulle postazioni delle mitragliatrici, in radio, in plancia e le squadre di soccorso e antincendio erano pronte.

Allo scandire dell’ordine di aprire il fuoco i serventi alle artiglierie, ascoltavano il susseguirsi degli ordini trasmessi dagli ufficiali e molti, chiusi in quelle torri d’acciaio non potevano assistere agli attacchi condotti dalle unità nemichee successivamente dagli attacchi degli aerosiluranti. I mitraglieri posizionati sui ponti di coperta con le loro armi sparavano innumerevoli raffiche su quei piccoli puntini neri nel cielo, consapevoli che si trattava di aerei carichi di ordigni esplosivi, guidati da uomini.

Ma loro eseguivano gli ordini, coscienziosi di difendersi o uccidere il nemico, esposti continuamente alle micidiali raffiche degli aerei che mitragliavano da distanza le varie zone delle navi, da prua a poppa, sulla plancia e sui ponti coperti seminando morte. La Corazzata Vittorio Veneto, nave ammiraglia della squadra, nel primo pomeriggio dopo diversi attacchi fu colpita da un siluro a poppa e dalla grossa fallatonnellate d’acqua invadevano la nave. Nei locali macchina e nei locali adiacenti alla deflagrazione del siluro, la forte esplosione aveva provocato numerosi incendi. Fuoco, vapore bollente, lamiere contorte e incandescenti provocarono morti e feriti ma la possente nave dopo pochi minuti di arresto, ferita riprese il suo lento cammino, grazie al poderoso sforzo lavorativo da parte dell’equipaggio.

 Durante i successivi attacchi a sera inoltrata mancava all’appello una nave, l’Incrociatore Pola,silurato da uno Swordfish a centro nave e immobilizzato.

L’Ammiraglio Iachino, preoccupato della situazione invia in soccorso del Pola la prima Divisione Incrociatori Pesanti, scortati dalla 9°squadriglia Cacciatorpediniere al comando dell’Ammiraglio Cattaneo. Le unità italiane invertirono la rotta e in linea di fila guidati dall’incrociatore Zara, procedevano verso il Pola, ignari della presenza della squadra navale inglese la quale,guidatadai radar, avvistarono la posizione di una nave ferma, il Pola,e mentre si dirigevano sul bersaglio,nel buio scrutarono delle sagome corrispondenti agli incrociatori italiani classe Zara.

Alle ore 22,27,l’Ammiraglio Cunningham ordinò alle corazzate di effettuare una rapida accostata a destra, disponendole parallelamente alle navi italiane e dopo pochi minuti, le navi italiane furono illuminate dapotenti proiettori e immediatamente furono crivellate a brucia pelo dai grossi calibri da 381 mm. delle corazzate inglesi Warspite, Valiant e Barham. Le navi furono colpite nei punti vitali e furono avvolti dalle fiamme causate dalle forti esplosioni e gli uomini a bordo cercavano disperatamente di salvare le unità, i propri colleghi e poi forse salvarsi.

Molti marinai persero la vita sotto le terribili bordate e parte di loro rimasero chiusi e intrappolati nei locali interni delle navi, completamente al buio, fra le urla dei feriti che cercavano disperatamente aiuto, mentre i più fortunati cercavano di uscire dagli osteriggi o da portelloni talvolta chiusi, divelti o incatastati.

Una breccia nello scafo, o sui ponti superiori divelti dalle esplosioni, rappresentavano l’unica via d’uscita verso il mare passando fra le tante lamiere contorte, sbuffi di olio bollente e di vapore e completamente al buio.Molti furono scaraventati in mare dalle forti esplosioni, altri, in minima parte furono riuniti a poppa e dopo l’ordine di abbandonare la nave, ordinato dal loro comandante, cercarono sui ponti di coperta, completamente avvolti dalle fiamme ,le zattere rimaste illese o qualsiasi cosa che poteva galleggiare per potersi aggrappare in quanto privi di giubbotto salvagente.

Immersi in quelle gelide acque i marinai italiani assistettero inermi e sconvolti all’affondamento delle proprie navi, completamente avvolte dalle fiamme e con la bandiera che sventolava a poppa. Quella notte affondarono gli Incrociatori Fiume, Zara, Pola e i Cacciatorpediniere Alfieri e Carducci e furono danneggiati i Caccia Gioberti e Oriani.

In quel preciso momento inizia il dramma dei superstiti degli equipaggi delle navi italiane, sopravvissuti a quel inferno di fuoco per ritrovarsi naufraghi, completamente in balia del mare, aggrappati a pezzi di legno galleggianti o per i pochi fortunati a bordo delle poche zattere strapiene avvolti nel buio della notte.

I Caccia inglesi intenti ad affondare i relitti passavano a tutta velocità fra i naufraghi e molti furono maciullati dalle eliche e le alte onde emesse dai loro scafi più volte capovolsero le zattere e molti marinai, feriti e stremati, scomparvero nelle profonde acque.

Durante le prime ore del mattino molti naufraghi furono raccolti dai caccia inglesi, interrotti dall’avvistamento di aerei tedeschi .

L’ammiraglio Cunningham inviò un messaggio radio al Capo di stato Maggiore italiano Riccardi indicando la posizione dei naufraghi italiani che solo dopo quattro lunghi giorni e quattro interminabili notti, furono raccolti dalla Nave Ospedale Gradisca.

Il dramma dei marinai italiani non finisce in quanto la maggior parte raccolti dai Caccia Britannici furono condotti e sbarcati nel porto di Alessandria d’Egitto e in poco tempo smistati nei vari campi di prigionia inglesi in sud Africa, in India e in Inghilterra per ritornare in Patria solo al termine del conflitto mondiale.

Parte delle testimonianze riportate in queste pocherighe risultano oggi giorno poco conosciute ma se affrontate con le doverose attenzioni sviluppano una forte carica emotiva ed una totale riflessione atta a comprendere la vera essenza dei loro valori della loro dedizione e dei loro sentimenti che non possono essere giudicati da nessuno in quanto :LORO C’ERANO.

Dedicato ai 2383 Marinai scomparsi nelle acque di Matapan.

Michele Fiorentino

 



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