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AMARCORD/MAIELLARO, IL FANTASISTA CHE STREGO´ TARANTO

Pubblicato da: Categoria: Sport

7
GIU
2018

Tutti parlano di calcio e, spesso, solo pochi riescono a far comprendere cosa sia questo sport. Ma, quando hai i piedi buoni e la butti dentro, sei in grado di esser chiaro più che con mille parole. Solo i campioni veri sanno fare ciò. Da Taranto ne sono passati tanti ma, di fuoriclasse, a memoria d'uomo, se ne ricordano pochi. Oltre al mitico Iacovone, ci sono stati altri calciatori, poi approdati in serie A, che hanno siglato tantissime reti ed hanno fatto vedere classe sopraffina. Uno di questi era Maiellaro

Pietro Maiellaro da Candela era soprannominato il Maradona del Tavoliere delle Puglie perché, con quel destro, era capace di inviare il pallone ovunque.  Che fosse un predestinato, lo si era capito sin dal primo giorno che giunse a Taranto. Dimostrò subito di aver tutto l’occorrente per sfondare nel mondo del calcio. Ma, nella vita,  occorre fare i conti con il proprio destino. Dopo tanti sacrifici, il mitico Pietro approdò in Serie A e si ritrovò in una squadra, la Fiorentina, ricca di talenti, dove il suo estro e la sua genialità, vennero relegati in panchina. Facciamo un passo indietro. Con le sue giocate ha fatto esplodere, un’infinità di volte, lo "Iacovone", quando il Taranto era in B. E' stato la bandiera di questa squadra, di una città che, a  passione calcistica, ha poco da invidiare ai club della massima serie. Quel suo passo felpato, il modo in cui accarezzava la palla, prima di indirizzarla nel set, è ancora negli occhi dei tarentini che lo hanno amato come pochi altri transitati in riva allo Jonio.  Pietro oggi è un cinquantaquattrenne ma il suo tocco è lo stesso, basta osservarlo quando ha l’occasione di toccare un pallone. Il calcio per lui è stato ed è la ragione più importante della sua vita. I ricordi del Taranto e della città,  sono ancora vivi dentro di lui. Ogni volta che si parla dei rossoblù, i suoi occhi brillano. Eppure gli capitò di esser chiamato traditore, quando passò al Bari, squadra rivale da sempre dei rossoblù. “I tarantini hanno la scorza dura di chi non si vuole mai far sottomettere ma sono persone speciali – ci disse tempo fa -  Ho vissuto due anni stupendi, anche se c'è da dire che erano anni completamente diversi. Oggi, un'esperienza a Taranto, non avrebbe più il fascino di allora”. Il tradimento. Favola o un pizzico di verità? “La verità la sanno tutti. Fui costretto a firmare, perché il presidente Fasano era in enormi difficoltà e la mia cessione fu ossigeno per le casse della società. Il Bari pagò 2 miliardi e trecento milioni delle vecchie lire più due giocatori (Rosselli e Gridelli). A quei tempi erano tanti soldi”. I colori rossoblù: dicono che, chi ha indossato la maglia del Taranto, difficilmente la dimentica: “E' un tuffo al cuore, qualcosa di inspiegabile, solo chi l'ha sudata può capire cosa significa. Ho vissuto tanti momenti belli che ancora oggi mi emozionano. I tarantini mi hanno amato ed io ero orgoglioso di loro. Lo sono ancora oggi: in tanti mi apprezzano ancora per quello che ho fatto e per le emozioni che hanno vissuto con i miei gol ed i miei assist. Quando ho la possibilità, vado a vederlo il Taranto. E' sempre una bella sensazione rivedere la squadra dove hai lasciato una parte del tuo cuore". Qualche ricordo indelebile? "Ce ne sono tanti. Ricordo un derby a Lecce, eravamo sullo 0-0 ed al quinto della ripresa l'arbitro Luci di Firenze ci fischiò una punizione a favore. Io parlai con Silvio Paolucci. Alla fine decisi di tirarla  e riuscii a fare un gran gol. Mi sembra ieri: disputammo una gran partita. Vincemmo 1-0 e la tifoseria era al settimo cielo”. Il calcio ti ha dato veramente tanto? “Mi ha dato tantissimo: la notorietà e l'agiatezza. Ma mi ha tolto la gioventù e la famiglia. Non sono pentito: alla fine ho fatto quello che mi piaceva e mi ritengo un uomo fortunato”.



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