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Te lo ricordi il Nero quando arrivò


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Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

14
GIU
2018

Guardatelo bene l’invasore bambino, in lacrime, appoggiato ad uno scoglio, mentre forse ha toccato terra, trasportato in questo grande e civilissimo paese

“Dalla periferia del mondo a quella di una città, la vita non è una passeggiata e il Nero lo sa, preso a calci dalla polizia, incatenato a un treno da un foglio di via oppure usato per un falò, il Nero te lo ricordi il Nero quando arrivò?”
Nel 1987 Francesco De Gregori cantava “Nero”, nell’album “Terra di nessuno”. Un nero incatenato, preso a calci dalla polizia, sbattuto dentro una vita violenta dopo un viaggio intrapreso dalla periferia del mondo e terminato in quella di una anonima città del “nord”, ovvero Latina, che nei versi della canzone assume tutta la valenza ironica di un nord che è tale solo per chi viene dal profondo sud.
Ci sono immagini che a volte si legano, senza un filo apparente. Renderle al lettore diventa una sfida complicata, perché per descriverle,  più che le parole si vorrebbero usare delle istantanee, o dei selfie, come andrebbe di moda oggi, da mettere in fila, l’uno accanto all’altro. Nel gioco che propongo a me stesso incomincio perciò a mettere in ordine: Soumaila Sacko, i morti annegati nel Mediterraneo e un libro di cui ho sentito parlare, che propone la cittadinanza universale. A questo punto mi fermo, continuo ad osservare il buio attorno a queste foto, ripenso al nero e mi sovviene un’altra istantanea. Si tratta di una frase, che compare tra i titoli di coda di un bellissimo film, interpretato tra gli altri dal solito, monumentale Marlon Brando. Il film si intitola “Un’arida stagione bianca” e tratta il tema doloroso della segregazione razziale in Sudafrica. Alla fine, prima dei titoli di coda, sullo schermo compare una frase, una citazione: “nessuno è veramente libero se non siamo liberi tutti”.
Stacco, faccio altro, continuo a riporre fotografie, una accanto all’altra, in una stanza nera. I diritti di tutti, i diritti nostri, i diritti loro, i diritti del nero. Sono immagini nitide, scattate da un autore che adora star chiuso nella sua camera nera, osservando in silenzio i dettagli che non collimano.
Già, perché faccio proprio fatica a pensare cosa possa mai voler dire che noi dobbiamo difenderci. Ancora due scatti: un invasore e un invasore. L’invasore armato, che porta in Italia la violenza della guerra nazista e l’invasore bambino, in lacrime, appoggiato ad uno scoglio, mentre forse ha toccato terra, trasportato in questo grande e civilissimo paese. La destinazione ideale per chi viene dalla periferia del mondo. Rialzo la testa, controllo i dettagli. C’è un “tutti” di troppo. Tutti? Ma tutti chi? Tutti noi? Tutti loro? Non funziona. Ho l’impressione che siamo persino troppo tutti per i gusti di qualcuno e allora diciamo che “quasi” tutti è meglio. Ecco, nel tempo delle dichiarazioni universali e dei diritti di tutti, non dobbiamo dimenticare che gli altri non siamo affatto noi, ma restano sempre loro.
Ultima istantanea: la pacchia. Giorni fa ho saccheggiato il commento di un internauta. Una foto, un bimbo piccolissimo, sollevato da un nero, tirato fuori dal mare, e afferrato da un altro nero, sporgente da un barcone. Ho copiato senza citare la fonte. Ho pubblicato lo scatto e ci ho affibbiato sotto una bella didascalia: “La pacchia: odio su tela, a. D. 2018”. Altro scatto, ma stavolta è un grido, quello di un pastore nero in una chiesa americana, che commenta l’ennesimo brutale omicidio di un ragazzo nero da parte di uno di quei tutti, quelli buoni, i bianchi, tanto per capirci. Anche qui è un film che mi ritorna in mente. “Mississippi Burning”.  Profondo sud degli Stati Uniti, Ku Klux Klan e un nero che, dinanzi all’ennesimo massacro, urla con tutta l’anima: “ma se guardate al sangue di questo ragazzo è rosso, è come il vostro, è proprio come il vostro!”
Nell’altra stanza mia figlia dorme. E’ una di quei tutti che ha tutti i diritti. Non ha invaso nessuno, ma io non trovo pace. “Nessuno è veramente libero se non siamo liberi tutti”. De Gregori che canta: “Il nero, che ritmo, che rock e che roll!” Un uomo nero, Soumaila Sacko, ucciso così, in una bellissima periferia del nord, nel più orribile e barbaro sud.
 


 



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