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Incontri/ Famiglia, quelle antiche ferite mai guarite

Pubblicato da: Categoria: Cultura

22
APR
2016
Molti giungono alla genitorialità con conflitti irrisolti e un bagaglio di frustrazioni di cui spesso non hanno coscienza e che immancabilmente proiettano sui propri figli, i quali diventano i ricettacoli delle proiezioni dei genitori, crescendo con un “Falso Sé”. Ne parliamo con la psicologa Antonella Lia, autrice di “Inferni familiari. Storie bizzarre di bolge domestiche”
La madre ed il padre, come individui e come immagine interna del bambino, sono le radici con cui ogni individuo dovrà confrontarsi nel suo intero percorso di vita. Perché i bambini possano crescere come donne e uomini "sani e sentimentali", devono avere come riferimento un quadro familiare coerente, con dei modelli stabili e caratterizzato da un rapporto emotivamente significativo. Molti genitori invece, giungono alla genitorialità con conflitti irrisolti e un bagaglio di frustrazioni di cui spesso non hanno coscienza e che immancabilmente proiettano sui propri figli, i quali diventano i ricettacoli delle proiezioni dei genitori, crescendo con un “Falso Sé”. Nel libro “Abitare la menzogna, Infanzia infelice” (Stampa Alternativa, 2013) Antonella Lia, sociologa, psicologa, psicoterapeuta e docente di filosofia, da sempre attenta alla sofferenza infantile, evidenzia le sopraffazioni ai danni dei bambini e sottolinea come le vicende più traumatizzanti nella crescita non scaturiscano dai disagi ambientali ma dalla violenza dei genitori, mentre in  “Inferni familiari. Storie bizzarre di bolge domestiche” (Nulla Die, 2016), racconta storie di relazioni familiari tossiche. 
Nel suo libro “Abitare la menzogna”, lei sottolinea come le vicende più traumatizzanti nella crescita non scaturiscono dai disagi ambientali ma dalla violenza dei genitori, cosa può dirci in merito? 
In “Abitare la menzogna” sostengo che l’amore che il bambino prova nei confronti dei genitori non ha pari nei rapporti umani, è più forte di qualunque passione egli possa provare nel corso dell’intera esistenza. Quasi tutti una volta cresciuti, lo dimenticano.
Un’eventuale violenza proveniente da mamma e papà, che sono le persone che dovrebbero proteggerlo, gli può comportare un autoinganno: preferirà pensare di essere stato cattivo e di aver meritato le percosse. 
Talvolta di fronte alla menzogna a cui condanna se stesso, il suo organismo si rivolta ammalandosi e attraverso i sintomi, chiede di conoscere la verità, di rivivere l’esperienza delle emozioni negate. Solo un intenso percorso di autocoscienza può aiutarlo a interpretare il linguaggio del suo corpo, consentendogli di uscire dal conflitto. 
Nel rapporto che il bambino stabilisce nei primi anni della sua vita con la figura materna è scritto quasi tutto il futuro suo e di chi verrà. Una buona  fusione amorevole con la mamma permetterà al figlio di fare proprie tutte le arti emotive per realizzare  una vita serena. Come imparare ad essere genitore di un figlio felice?
La felicità implica il contatto con le proprie emozioni, anche quelle più spiacevoli. 
Ogni bambino nasce felice. Come allevarlo senza oscurarne la felicità? Il bambino reclama amore e solitamente la sua mamma sa offrirglielo. È necessario però che la madre abbia risolto i “conti” in sospeso con la famiglia di origine, o che almeno  sia consapevole di una propria eventuale sofferenza infantile. Altrimenti c’è il rischio che utilizzi il figlio per compensare antichi bisogni insoddisfatti. Ogni madre che sta in contatto con le sue emozioni, sa consentire al figlio di esprimere le proprie, soprattutto quelle negative! Si tratta della “paura” o la “rabbia” , che spesso non hanno cittadinanza in famiglia in quanto “scomode” per i genitori. 
La stessa madre deve essere sempre consapevole delle proprie emozioni negative come l’insofferenza, il fastidio, la rabbia, per evitare acting out violenti, come quelli della cronaca nera. 
C’è un’altra emozione di cui solitamente non si parla, l’ostilità. Al di là della retorica della famiglia, le madri ostili esistono. Sono quelle che utilizzano il figlio che scaricare le proprie antiche frustrazioni. In questo caso che fare? Occorre riconoscere l’emozione per gestirla: la consapevolezza è l’unica terapia.
“Abitare la menzogna” è  un grido di allarme, il  libro esamina le radici del disagio infantile dando voce ai bambini abusati, intendendo l’“abuso” non  solo sessuale, ma ogni forma di violenza fisica o verbale, dai maltrattamenti ai ricatti morali, all’incuria, al disamore, è così?
Per “abuso” intendo sempre ogni forma di maltrattamento fisico o psicologico, mentre nella nostra lingua, il termine sottintende una violenza nella sfera sessuale: le percosse non sono considerate “abuso”. Vietate in quasi tutti i Paesi europei, in Italia sono tuttora molto diffuse come strumento di disciplina. 
Voglio chiarire che per fortuna, non tutti i bambini abusati diventano criminali: l’essere umano ha tante risorse. Ma dietro ogni cosiddetto “mostro” c’è sempre un bambino maltrattato. 
Molti si ostinano a ignorare questo dato di fatto, temendo che possa servire ai colpevoli come giustificazione. Ma tale consapevolezza è un grido di allarme: educhiamo i figli con le regole, l’esempio, il dialogo e l’amore testimoniato, anziché con la violenza educativa. 
Il “mostro” di turno è sempre un essere umano. La crudeltà, la malvagità, la perfidia, la meschinità, l’ipocrisia, la doppiezza, la menzogna, il sadismo, appartengono esclusivamente all’uomo. Da dove vengono queste cattive inclinazioni?
La retorica popolare tende a dividere il mondo in “Buoni” e “Cattivi”, ma nessuno nasce cattivo. Lo affermo in “Abitare la menzogna”. Non esiste l’indole malvagia, altrimenti potremmo osservarla in natura, l’animale non uccide mai per provare piacere, ma per necessità di sfamarsi. 
L’uomo diventa un “mostro” quando in lui si perverte la naturale tendenza alla gioia di vivere. E la perversione - un disturbo che va ben oltre la sfera sessuale - si organizza per riparare antiche ferite dovute a carenza di amore materno. 
Se potessimo indagare sull’infanzia di qualcuno dei famigerati protagonisti della cronaca nera, potremmo scoprire molti segnali, un attaccamento insicuro nella prima infanzia, episodi di violenza subita o assistita, e insieme alla violenza, un’insensibilità appresa per sopravvivere, una mancanza di empatia acquisita, un graduale distacco emotivo. 
Se da bambino ha subito il potere arbitrario degli adulti, il futuro “mostro” può desiderare di possederlo a sua volta, per esercitarlo con lo stesso arbitrio sugli altri. E il potere come capacità di sottomettere l’altro - non solo con la forza, ma anche con la manipolazione - lo compensa di tutto il vuoto interiore di cui soffre.
Sono sette le bolge infernali che lei indica in “Inferni familiari” (Nulla Die) invitandoci ad attraversarle insieme ai nostri ricordi d’infanzia: la prima è dedicata alla dipendenza dall’immagine, la seconda alla relazione con il cibo, la terza al mal d’amore, la quarta alle emozioni esasperate, la quinta all’Ombra della personalità, la sesta al narcisismo, la settima al disamore. Quali sono le sue indicazioni per cambiare la rotta della nostra esistenza e rendere abitabile la nostra ‘casa’?
In “Inferni Familiari”, uscito a febbraio, mi rivolgo al grande pubblico, raccontando storie anche buffe, di relazioni familiari tossiche. Al di là dei tragici eventi che fanno notizia sui giornali, in famiglia si attuano soprusi, ritorsioni, ricatti morali, violenze fisiche e psicologiche. E nelle bolge infernali vivono le famiglie che vogliono rappresentarsi all’esterno come le “migliori”.  
La strada dell’inferno è lastricata da illusioni, riponiamo aspettative esagerate nei confronti dell’amato, a cui chiediamo di riparare le nostre antiche ferite. Sentiamo che non può esserci amore senza possesso, tanto da valutare come valore aggiunto, la gelosia del partner, talvolta patologica fino ad esiti letali. Consideriamo il matrimonio un traguardo, anziché un punto di partenza e divenuti genitori, pretendiamo di aver elargito il ‘dono della vita’, considerando i figli oggetti di possesso. 
È un’ipocrita sistema di credenze, una falsa rappresentazione dell’esistenza.
Per uscire da questo “inferno” e rendere abitabile la nostra “casa” servono poche cose: rifiutare il capestro dell’apparenza per vivere serenamente la propria imperfetta umanità, rispettare il partner e i figli, accogliere nel proprio mondo interno le emozioni per poterle gestire, rimanere “persone” evitando la rigidità dei ruoli, accettare il passare del tempo.
Se si invecchia senza inutili nostalgie, si continua a crescere e la vita regala sorprese fino alla fine. 
Il  coro diffuso sulla retorica della maternità ha blindato l’essere madre dietro preconcetti e presupposti che hanno poco riscontro nella realtà, partendo dalla classificazione di  madre “naturalmente” e “biologicamente buona”, ma è davvero così? 
Generalmente la mamma sa accogliere con amore il suo bambino, ma è essenziale che sia consapevole di eventuali emozioni negative, senza doversi sentire una madre snaturata. 
La retorica della maternità nega che, nei confronti dei figli, si possa provare insofferenza, fastidio, rabbia o ostilità  e celebra l’immagine della “Madre-Sacrificio”, un’astrazione, un modello culturale di grande pesantezza, inculcata nelle donne fin dall’infanzia. 
Questa persistente rappresentazione di maternità fa sentire inadeguate le giovani donne che progettano di divenire madri, ma si sentono incapaci di affrontare il compito con l’atteggiamento sacrificale propagandato dall’opinione pubblica. 
Nella vita reale non esistono “Madri-Martirio” e quelle che si propongono come tali, sono le figure più deleterie, pronte a ricattare moralmente i figli, rinfacciando tutte le presunte immolazioni.
Per il benessere di una donna e quello di tutto il nucleo familiare, è necessario che il ruolo di madre non la sovrasti, che coltivi passioni e talenti, che non rinunci a se stessa e che possa godere di un sano rapporto di coppia. In “Inferni Familiari” sostengo che nessuna madre deve dimenticare di essere prima di tutto una persona: solo vivendo pienamente la propria vita, eviterà di vivere al posto loro, quella dei figli. 
La maternità è anche decidere di non voler avere figli, di interrompere una gravidanza indesiderata, insomma essere donna consapevole delle proprie scelte prima di essere madre, è così?
L’evoluzione della specie umana non si è fondata sull’amore materno bensì sulla sua retorica, enfatizzata da sempre dal maschio ai fini della conservazione della specie. È quanto sostiene Giuliano Cannata, da me citato in “Abitare la menzogna”. 
Nel passato la donna ha potuto esercitare solo il “potere” di procreazione e dunque di produzione, in quanto fornitrice di braccia da lavoro. Procreare era rispondere ad un paradigma maschile di valori: quello di dare significato alla trasformazione del mondo e della specie. 
La possibilità di scelta offerta dalla contraccezione ha cambiato lo scenario offrendo alla maternità un valore diverso: l’amore della madre può estrinsecarsi davvero come amore materno, non più come la sua retorica.
La maternità si trasforma dal  destino della donna diventa una scelta, come quella altrettanto legittima di non avere figli. 
 


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