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MARCO SALAMINA - Giocando con l'arte

Pubblicato da: Categoria: Protagonisti

7
NOV
2015

SiO4.  La formula della molecola di composizione del vetro. Un atomo di silicio (sabbia) al centro, con ai quattro vertici, quattro atomi di ossigeno. Respiro e polvere, partoriscono uno dei materiali più fragili e allo stesso tempo, più duri, che esistano. Un materiale il vetro, che offre il cuore solo alla punta di diamante, l’unica che percorrendo la sua schiena può silenziosamente tagliarlo senza frantumarlo. C’è però chi della rottura fa un’arte; chi fa della presunta morte dovuta alla disgregazione molecolare, un momento estatico ed eterno nella sua spiritualità. Un giovane artista (anzi no, perché detesta le etichette!), un giovane visionario poeta della tela, di origini martinesi, vola a Milano per correre fianco a fianco con il suo sogno. Un’unica meta: il sogno stesso che giorno per giorno, diventa realtà e crea l’uomo. Un viaggio nella mente e nelle mani, di uno di cui molto presto si parlerà e anche tanto. Un viaggio in quello che è Marco, “semplicemente”… 

Più che parlarci di Marco, faccelo vivere. Hai carta bianca…

«Mmh.. Sei proprio sicura? Guarda che poi è difficile fermarmi…» ride, ndr «Dunque, studio a Milano da due anni e riesco anche a vendere i miei quadri. Gli altri mi chiamano “artista”, ma io non mi appello mai così. Preferisco altre definizioni e comparazioni. Gli artisti sono come i poeti, sono creature squisitamente indifese. Ho partecipato a diverse vendite private e mi sono distinto. Ho anche collaborato ad alcune aste organizzate dalla casa Basezero il  2 luglio e  il 26 settembre di quest’anno e la prossima, sempre organizzata da Basezero, mi vedrà presente il 5 e 6 novembre, a Milano. Tornando al me intimo, anche se mi estranio per fare quello che faccio, non mi lancio in facili entusiasmi ed egocentrismi che potrebbero tenermi su un piedistallo, ma riconosco di essere diverso. Sono un ex chef di cucina che ora realizza quadri. Penso di aver cambiato solo il medium del mio essere creativo: prima era un piatto e ora è una tela. Ho dato una vera e propria sferzata alla mia vita con il mio trasferimento. E pensare che non amavo molto lo studio nemmeno alle superiori, ma da quando sono qui a Milano, mi sono scoperto a studiare e ad appassionarmi tantissimo. I miei quadri sono i miei figli ed è un colpo al cuore anche venderli, perché capisco che si stanno allontanando da me. Lascio questo amaro compito a un’amica che si incarica di stimarne il prezzo e di venderli. Altra cosa che odio è il denaro, e attribuire un’entità numerica e così dicono, di valore, a qualcosa che viene partorito direttamente dal mio cuore mi infastidisce. Ciò che guadagno comunque, lo reinvesto nei materiali che mi servono per creare. Appena 6 mesi fa avevo paura della tela che veneravo in maniera totalizzante, non osando toccarla. L’arte va venerata, ma nel giro di poco tempo, non solo ho trovato il coraggio di comunicarle le mie “visioni”, ma ho anche venduto più di 20 quadri! Il mio è un cammino e io sicuramente sto muovendo i primi passi sulle scale del mio futuro, ma tutto ciò che mi sta accadendo è allo stesso tempo, rapido e magico».

Dimmi di più dei tuoi quadri. Cosa usi per realizzarli? Hai avuto già dei committenti?

«Ho accettato solo due commissioni ad oggi, ma in genere scelgo io i temi, a parte i materiali. A volte me ne richiedono di specifici ma per me non è un problema, perché già di mio spazio molto con i mezzi che ho a disposizione. Ora sto lavorando a una cornice alta 1,60 m! È molto strano il microcosmo in cui vivo perché c’è praticamente di tutto nella mia stanza: libri, quadri, vernici, vetri e sogni… Vado sempre in giro con la mia Moleskine per annotare tutto ciò che “incontro” e tutte le visioni che mi attraversano. E il tutto si riduce, per così dire, a uno schema ben preciso senza il quale non potrei mettere a fuoco l’opera che intendo creare. Prima di tutto, parto da un’idea; poi mi pongo il quesito di come tradurre l’idea in materiali e solo alla fine, imprimo la mia idea sulla tela. Ripudio ogni genere di etichetta, come ho già detto. Non sono infatti un artista figurativo, ma un contemporaneo perché uso soprattutto cocci di vetro, nati dalla splendida collisione (mai uguale a se stessa) tra una bottiglia e il pavimento. Molti mi chiedono spaventati, se non sia pericoloso lavorare con pezzi di vetro che a lungo andare potrebbero staccarsi dai pannelli che uso e io rispondo che ci dormo tranquillamente, sotto a un pannello da fachiro come quelli. Davvero! Ho una mia opera appesa al di sopra della spalliera del letto dove dormo e sono ancora vivo! Non mi aspettavo nulla di tutto ciò che mi è successo ed è una continua meraviglia. Ognuno di noi può essere artista, con la sua volontà e la sua passione. Ho imparato a capire infatti, che gli artisti non sono quelli che si definiscono come tali, ma quelli riconosciuti come tali da un gruppo di persone. È un mondo strano il nostro, e fortunatamente stravagante…»

Inutile girarci intorno: sei un giovane atipico e molto profondo rispetto alla superficialità che dilaga tra la tua generazione. Come hai vissuto questa condizione e la svolta di Milano?

«Mi sono sentito sempre fondamentalmente diverso, mai come gli altri. Ci sono due modi per essere solitari, o per scelta o per imposizione. Un detto latino recitava: “Beata solitudo, sola beatitudo” (Beata solitudine, sola beatitudine). Ho detto basta alla cucina, dando anche in quel modo una svolta alla mia vita, perché mi toglieva tanto tempo ed energia mentale per leggere, amare e creare. Da lì si è aperta una voragine e così mi sono iscritto all’Università di Milano di Arte-Design-Spettacolo, cosa impensabile per me fino a due anni fa! Sono stato sempre molto attratto dall’arte contemporanea, da Pasolini e ho sentito il bisogno, sulla base di queste ri-scoperte, di imprimere su tela la mia felicità. Amo toccare i miei quadri e ho una grandissima affinità con la materia. E da qui ricordo il legame con la mia terra, Martina Franca, il giocare con la terra e la felicità nello sporcarmi con essa. Devo tanto alle mie origini, ma non mi sarei sentito stimolato nella mia città, così come lo sono qui a Milano. L’arte contemporanea va spiegata, e qui a Milano c’è gente più propensa a capirla e soprattutto a investire su di essa. Ritornando alla questione della diversità, ci tengo a precisare che non mi sento migliore, sono solo diverso rispetto ai miei coetanei con cui condivido unicamente l’anno di nascita…»

Sempre più frequente è la sterilità di immaginazione e immaginario, nella comunità attuale. Cosa sta succedendo secondo te a livello culturale e sociale? La situazione di crisi di idee, prima ancora che economica, è risolvibile?

«Potrebbe essere risolvibile, ma forse i risultati ci sarebbero tra una generazione. Ciò che sta accadendo è la summa dell’inesperienza e l’inesperienza nei confronti della bellezza è molto triste… Siamo arrivati talmente a un punto di non ritorno… Vedi, se l’Isis fa crollare i musei in Siria, noi qui in Italia lo stiamo facendo senza ruspe, facendo crollare Pompei, mettendo direttori stranieri nei nostri musei. Quello che abbiamo, purtroppo non ce lo meritiamo. In Gran Bretagna al “semplice” complesso dello Stonehenge, non ti ci fanno nemmeno avvicinare senza autorizzazione e noi permettiamo nel nostro territorio ricco di patrimonio, il bivacco generale! Per non parlare della chiusura della stessa Pompei ad agosto per mancanza di custodi.. Siamo al delirio più totale! Ci stanno spezzettando il futuro e chi potrebbe scatenare le coscienze, mi riferisco agli artisti, non proferisce parola».

Da cosa si parte per giungere a un modo di creare come il tuo? Ti ispiri ad artisti noti nei tuoi quadri?

«In realtà, una delle prime cose che ho fatto è liberarmi delle influenze. Chiaro che ho dei preferiti come Fontana, perché letteralmente apre alla terza dimensione nella tela e dalla tela, ma in genere seguo il mio istinto creativo. All’inizio del mio percorso, mi sono sentito calamitato da De Chirico e dalla Metafisica, ma si trattava della fare iniziale appunto, di quando le mie prime sperimentazioni si basavano sulla comune pittura a olio. Ho passato molto tempo a capire se quello che stavo facendo non fosse stato già fatto prima. Ho l’ansia dell’individualità, me ne rendo conto» fa spallucce, ndr «ma ascoltare una cara acquirente che dice “Non ho mai visto nulla del genere prima d’ora nei musei del mondo”, riferendosi ai miei quadri, mi riempie di gioia. Mi fa capire che il mio sogno non è sbagliato…»

Cosa provi quando crei? Esiste ancora la catarsi artistica nell’epoca della mercificazione personale, tra selfie e stati su facebook?

«Sì, eccome! Esiste ancora grazie a Dio. Quando realizzo i miei quadri, il tutto assume una dimensione spirituale. Raramente quindi, faccio ciò che faccio con qualcuno presente. Mi imbarazza e mi blocca. Devo essere solo per portare a termine ciò che è per me un vero e proprio rituale. Ogni mio quadro è unico nel suo genere già solo per il fatto che lanciando una bottiglia per aria e osservandola cadere sul pavimento, non si romperà mai nello stesso modo. I cocci che derivano dalla sua rottura, raccontano la sua storia e mi trasmettono visioni. È un po’ come per le cicatrici di una persona che narrano di quella persona, della verità palpabile e di quella invisibile di quella persona. È un gioco sacro per me il momento artistico e quando i miei amici mi cercano per una birra, e in quel momento sono impegnato con una tela, scrivo semplicemente “Non posso ora, sto giocando” e loro capiscono cosa voglia dire. C’è puro godimento nella pratica della creazione di un quadro e come il bambino prova piacere nel gioco, anch’io non voglio smettere di giocare nella mia vita».

I tuoi progetti nel futuro immediato?

«Sicuramente uno tra questi, è entrare in una galleria di Milano e far parte di quel tessuto critico. Per quanto riguarda altre idee, vedremo cosa mi ispireranno le mie visioni…»

L’arte si può insegnare?

«Non ho mai seguito corsi o questi stramaledetti workshop! Quindi la risposta alla tua domanda è : assolutamente no, l’arte non si insegna! Naturalmente non mi riferisco all’università, uno dei pochi e sicuri porti per noi giovani, nell’oceano in tempesta della cultura. Parlo di corsi privati. Sono cose, i corsi e i dettami, che rischiano di inibire, invece di guidare. Non mi piace poi tutto ciò che è mimesis e quindi non amo per esempio, la ritrattistica. Odio il plagiare e il plasmare le persone. Scelgo di mia spontanea volontà, se voglio appunto, le mie influenze, ma nessuno può impormele. Amo invece l’integrità ed è una cosa che ti crei pian piano, con l’esperienza. Se invece tu segui un corso, non sarai altro che una copia della copia che il tuo insegnante a sua volta, ha copiato da un altro. Vedi, in base alla mia esperienza, sto rivisitando per esempio il medium tela partendo già dal suo materiale: spezzetto la tela e uso un foglio di pioppo molto sottile, in modo che sia più facile incurvarlo in base alla mia idea. Ti posso assicurare che piegare un foglio di pioppo non è esattamente una passeggiata, ma se non avessi avuto dalla mia parte l’esperienza, cosa avrei fatto? Mi sarei arreso alle noiosissime istruzioni su Internet che ti scoraggiano azione e creatività. Cosa ho fatto invece? Una volta preso il pannello lo immergo nella vasca con acqua, lo immergo nella mia vasca con acqua, e con la pressione e l’aiuto della forza di gravità, piego il mio foglio di pioppo affinché accolga il mio disegno mentale».

Cos’è l’arte allora?

«Posso dirti cos’è l’arte per me. Arte non è omologazione innanzitutto. Ammiro chi esalta se stesso e non apprezzo chi al contrario, rinuncia alla propria persona per ritrovarsi nel branco. La mia arte è solitaria nel riconoscimento della sua peculiarità; è ricercare la semplicità, l’essenzialità e il mio scopo è quello di emozionarmi, emozionare di rimando, trasferendo il risultato di ciò che provo, una grande felicità, sulla tela. E il “gioco” è fatto…» 



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